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Mediterraneo, orrore senza fine

10/11/2017  L'ennesima tragedia dei naufraghi nello scontro tra una motovedetta libica e la nave dell'organizzazione umanitaria Sea Watch

Se qualcuno pensava che il Mediterraneo fosse ritornato ad essere il Mare Nostrum delle antiche civiltà e non quel grande cimitero a cielo aperto che è diventato da almeno un ventennio dovrà ricredersi dopo la tragedia immane che si è consumata al largo delle coste libiche.
Una tragedia figlia di tante cose, le solite in fondo: della malvagità dei trafficanti di uomini appartenenti alle milizie libiche, dell’ottusità insensata e cinica della Guardia Costiera di quel Paese martoriato, addestrata ed equipaggiata dall’Italia, la solita indifferenza dell’Europa, del nostro senso di umanità ormai anestetizzato che ci impedisce di premere sui corridoi umanitari, l'unica soluzione pratica in grado di evitare tragedie simili.

Le immagini e le cronache di questa tragedia sono orribili. E il copione dell’orrore è sempre lo stesso.Dopo aver trattenuto per mesi e fatto pagare 400 dollari (un buon prezzo per andare a morire affogati) le milizie libiche che organizzano il traffico di esseri umani caricano su un gommone sfondato 145 uomini, donne, bambini. Il gommone inizia a imbarcare acqua a pochi chilometri dalla costa. Inizia la grande lotteria per rimanere vivi e non affogare. Molti scivolano giù nei flutti senza saper nuotare, tra cui 4 o 5 ragazzini e due neonati. La Marina Italiana segnala il naufragio e un elicottero si dirige sul braccio di mare dove è stato localizzato il gommone col suo carico di anime. Altri ancora annegano, tra cui un bambino di due anni e mezzo, come riferiranno i superstiti alla capitaneria diporto di Pozzallo. A questo punto accade l’imponderabile. Verso il gommone si dirigono la nave della Ong Sea Watch e una motovedetta libica. La motovedetta però nonostante disponga di scialuppe e giubbotti di salvataggio è più interessata ad allontanare la Sea Watch dal braccio di mare che ritiene di sua competenza che a salvare vite. Le scene girate dalla nave della ong sono la testimonianza di quell’inferno: morti annegati, corpi di bimbi che galleggiano, superstiti disperati che annaspano in cerca della salvezza.

Trenta dei superstiti sono caricati sulla motovedetta e Dio sa che fine faranno. Altri 59 vengono imbarcati sulla Sea Watch. Appena due giorni fa il procuratore capo della Corte penale internazionale, Fatou Bensouda, davanti al consiglio di sicurezza dell’Onu aveva rinnovato le accuse alle milizie libiche che si stanno macchiando di gravi crimini contro l’umanità, tra cui abusi di ogni genere, dallo stupro alla tortura. Una questione sollevata, in mezzo alle tante altre affrontate, anche dall’Alto Commissario per i rifugiati, Filippo Grandi.Al Consiglio di Sicurezza alcuni Stati membri, la Svezia in testa, hanno chiesto alla comunità internazionale di lavorare per garantire pieno accesso alle organizzazioni umanitarie, e in particolare chiesto proprio alla Corte penale internazionale di investigare sui crimini connessi con il traffico di esseri umani. Ma il pregiudizio sulle Ong e le accuse rovesciate proprio a carico delle organizzazioni umanitarie pesa ancora come un macigno, con il risultati che abbiamo sotto gli occhi.

 

 

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