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Meriam partorisce in carcere: una speranza contro l'orrore

29/05/2014  Il coraggio e l'amore di questa donna innocente condannata perché cristiana hanno vinto la crudeltà e l’orrore. Una madre quando dà la vita, anche nelle situazioni peggiori, è sorretta dalla mani e dal sorriso di Dio. Ora anche noi non dobbiamo abbandonarla continuando con tenacia la mobilitazione internazionale

Nostra sorella Meriam ha dato alla luce Maya. Soltanto al momento del parto, nell’infermeria del carcere di Karthoum, dove sconta l’ingiusta condanna di apostasia e di adulterio, le hanno tolto le catene. Subito dopo gliele hanno rimesse ed è stata riportata con la neonata e con l’altro bimbo, Martin, di venti mesi, che vive con lei nella fetida e insana cella dove trascorrerà i due anni previsti per  l’allattamento, in attesa di essere impiccata.

Nostra sorella Meriam, ha detto il marito, sta molto male per le atroci condizioni di vita. Ma ce l’ha fatta a mettere al mondo la sua bimba. Il suo coraggio e il suo amore hanno vinto la crudeltà e l’orrore. Una madre quando dà la vita, anche nelle situazioni peggiori, è sorretta dalla mani e dal sorriso  di Dio.

Ma anche noi non dobbiamo abbandonarla. Dobbiamo continuare con tenacia la mobilitazione internazionale, alzarci  in piedi, donne e uomini  di ogni nazione del mondo, per dire: Basta a tanta crudeltà. Basta all’orrore di un femminicidio che continua a insanguinare trasversalmente il pianeta, con una moltitudine di vittime che hanno una sola colpa, quella di essere nate donne. E non si tirino in ballo questioni d’onore, leggi come la sharia o legate a tradizioni religiose, impossibilità di interferire nelle decisioni sovrane degli stati. Siamo in guerra. Una guerra atroce che vede milioni di donne considerate un oggetto da parte di coloro  che decidono delle loro vite fin dalla nascita e, quando si  ribellano per difendere diritti fondamentali, vengono assassinate, imprigionate, condannate a morte. Con la complicità delle istituzioni e dei governi che assecondano un maschilismo che s’identifica con il potere e la violenza del più forte.  

Com’è accaduto nella città di Lahore, in Pakistan. Farzana Parveen, venticinque anni, è stata lapidata  all’uscita dal tribunale dove era andata per difendere il marito dall’accusa di averla rapita. I suoi familiari l’avevano destinata a un matrimonio combinato, lei aveva scelto l’uomo che amava, e sperato di essere protetta dalla giustizia alla quale si era rivolta. Ad assassinarla sono stati il padre, i suoi fratelli e il promesso sposo “per una questione d’onore”. Adesso il suo povero corpo è lì, per terra, nella strada, raggomitolato sotto un velo con fiorellini. E ci chiama.      

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L'arrivo di Meriam all'aeroporto di Ciampino con i figli Martin e Maya
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