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sabato 25 maggio 2019
 
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Se la giustizia prova a riempire il vuoto in cui nascono i delitti dei ragazzi

01/02/2019  Fa discutere la decisione del giudice che ha emesso un'ordinanza di messa alla prova per il minorenne che ha ucciso un clochard. Il commento di Alberto Pellai

Un clochard di 64 bruciato vivo da due minorenni. Uno ha 17 anni, l’altro 13. Un delitto, hanno raccontato i due ragazzi, avvenuto per noia. “Non sapevamo come passare il tempo e allora abbiamo buttato nell’auto dove dormiva il clochard e che da tempo era diventata la sua casa, fazzoletti di carta cui avevamo dato fuoco. Così, tanto per vedere che cosa succede a provare a far bruciare un uomo”. Una storia e una testimonianza che denunciano il vuoto totale in cui si è consumata una tragedia così atroce. Vuoto di pensieri, di ideali, di compassione, di responsabilità. Vuoto pneumatico, appunto. Il giudice che ha emesso l'ordinanza ha stabilito che per il 17enne si deve proseguire con la messa alla prova all’interno della comunità dove risiede già da mesi, in conseguenza del reato compiuto. Il 13enne invece è uscito dal procedimento in quanto non imputabile. Se hai meno di 14 anni di fronte alla legge non rispondi delle tue azioni. E questa decisione agita i cuori e le coscienze di molte persone. “Se lasciamo i ragazzi in una condizione di totale impunibilità di fronte alle cose atroci di cui possono rendersi responsabili, nessuno imparerà più il nesso causa-effetto delle azioni malvagie che compie. Se non c’è una sanzione, pesante almeno quanto il reato commesso, allora l’idea che ne scaturisce è che tutti, quando sono piccoli, possono fare tutto, macchiarsi di tutte le colpe possibili, senza portarne addosso le cicatrici e senza doverne subire alcuna conseguenza”: è questo quello che pensano oggi molti adulti.

Il tema è davvero complesso. Da una parte, chi lavora con i minorenni sa con quanta facilità essi si mettono nel territorio del rischio e del pericolo, dell’autolesività e dell’eterolesività senza riflettere sulle implicazioni di ciò fanno. Spesso fanno cose terribili per noia, appunto, come i due protagonisti di questa vicenda. Oppure per vedere che effetto fa sfidare la norma, entrare nella zona delle trasgressione. Si mettono a fare gli spavaldi coinvolgendosi in azioni estreme dove qualche volta ci scappa il ferito (se non addirittura il morto) come lanciarsi da un albergo dentro una piscina, oppure stringersi una corda al collo fino a sentirsi svenire oppure sfidare fino all’ultimo secondo il treno che gli viene incontro, rimanendo incollati al binario. Allo stesso modo, possono molestare un barbone, spaventare un extracomunitario che chiede l’elemosina, sfregiare un automobile, vandalizzare un edificio. Quando gli si chiede se si rendono conto della gravità di ciò che hanno commesso, ti guardano a volte con quell’occhio vuoto (vuoto appunto), come a dirti: “Ma è davvero così grave? Davvero state a fare tutta questa cagnara per una roba così?”.

Credo che il giudice che ha dovuto decidere abbia basato la sua decisione su una profonda compassione per il vuoto che si è trovato davanti. Ha sentito che prima ancora di punire, era necessario “costruire” e “riempire” uno spazio interno di cui nessuno, probabilmente fino a quel momento, si era preso la cura – e la responsabilità – educativa. Ecco il senso della “messa alla prova” per un minore che ha compiuto reato. E’ un percorso previsto per un minorenne che, nel proprio periodo evolutivo, si macchia di un reato, ma forse ha ancora la possibilità di non essere il “reato” di cui si è macchiato. Ovvero, il giudice punta a immaginare che un giovane possa fare un errore – anche gravissimo come in questo caso – ma se aiutato e supportato possa ancora permettersi di non diventare egli stesso un “errore per sempre”. Lo fa anche supportato dal fatto che le neuroscienze e gli specialisti dell’età evolutiva sanno che quando cresci senza nessuno che ti offre modelli e ti insegna competenze, vivendo immerso in un vuoto che da esteriore si trasforma in interiore, l’esperienza dell’errore è più possibile e più frequente.

Questa ordinanza farà discutere perché la gravità del reato effettuato, se la prova avrà buon esito, non sarà in alcun modo corrisposta da una sanzione comparabile al delitto cui viene associata. Probabilmente, il giudice ha fatto la sua valutazione alla luce di elementi che ai più sfuggono. La situazione raccontata dalla cronaca è stata ben descritta nel romanzo “La cena” di H.Koch (edito in Italia da Neri Pozza), un libro che colpisce come un pugno nello stomaco, perché lì ci sono due ragazzi di buona famiglia che si macchiano dello stesso identico reato di cui ci parla la cronaca. Dal romanzo sono stati tratti due film, uno italiano intitolato I nostri ragazzi (regia di De Matteo) e uno statunitense intitolato The Dinner (regia di Oren Moverman con Richard Gere). Vale la pena leggere il libro o guardare almeno uno di questi due film per comprendere che certe brutte storie dei nostri ragazzi originano in un clima di relativismo morale ed etico, di cui il mondo adulto deve sentire la corresponsabilità e farsi carico del bisogno di ricostruire le premesse delle alleanze educative a tutti i livelli. Altrimenti come adulti, rischiamo solo di lamentarci del fatto che le colpe di alcuni giovanissimi non sono mai sanzionate come si deve. Ma dove c’è un giovanissimo che si macchia di un reato, spesso c’è un mondo adulto che è spaventosamente vacante o latitante rispetto ai bisogni educativi di chi lì è nato e cresciuto.

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