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venerdì 19 luglio 2019
 
Musei & Internet
 

Tutte le vite dei migranti

08/08/2014  Il museo virtuale Migrador Museum raccoglie le biografie degli immigrati, raccolte dalla loro viva voce, corredandole con la loro foto e i loro oggetti. «Una sorta di Ellis Island del Web», dice l'inventore Martino Pillitteri.

Sopra: il rapper senegalese Demba Sarr. In alto: Marife Aceveda, presidentessa della comunità filippina di San Donato e San Giuliano (Milano).
Sopra: il rapper senegalese Demba Sarr. In alto: Marife Aceveda, presidentessa della comunità filippina di San Donato e San Giuliano (Milano).

Rudra Charakbotry, nato a Calcutta trent’anni fa, è cresciuto a Milano «un po’ come una scimmia», saltando di qua e di là; nel suo curriculum può vantare periodi a Jakarta, Singapore, Ginevra e negli Stati Uniti, scegliendo poi di riatterrare a Malpensa. Roland è arrivato dall’Ungheria a Roma, dove ha fondato la società “E adesso pedala”: distribuiscono pacchi e lettere in tutta la città, ma in bicicletta.

Il rapper senegalese Demba Sarr, invece, ha scoperto la sua destinazione quando i genitori «una sera di 21 anni fa nel salotto della nostra casa mi dissero: “Fai le valigie che domani vai in Italia”. Senza preavviso, senza una discussione, senza una minima idea su cosa (e come) avrei affrontato». Sono alcune delle storie raccolte in Migrador Museum (www.migradormuseum.it), un sito concepito come un museo virtuale. Tante “finestre” per accedere alle biografie di persone nate in un altro Paese, che per un motivo o per l’altro, si sono poi ritrovate a vivere in Italia. «Sono tutte narrate in prima persona – spiega Martino Pillitteri, creatore del museo –, le scrivo così come mi vengono raccontate. Ne pubblico una per settimana».

Il modello? Ellis Island a New York. «Lo visitai venticinque anni fa – racconta Pillitteri – e tra tutti i musei che ho visto, quello è l’unico di cui mi ricordo le sensazioni provate durante la visita. Una Ellis Island a Milano rimase il mio vecchio pallino: per ora è solo online, in futuro chissà». Migrador Museum cerca di riprodurne il codice di comunicazione nel web: se a Ellis Island il visitatore scopre cosa contenevano le valigie dei migranti, il museo virtuale accompagna le biografie con le fotografie dei protagonisti e dei loro oggetti personali. Spiega Pillitteri: «Contribuiscono a rendere più emotive le storie. In fondo, la gente non si ricorda tanto quello che gli viene detto o raccontato; si ricorda, invece, di più come gli altri ci fanno sentire, lo stato d’animo che una storia ha suscitato in noi».

E così Roland è ritratto con le sue bici, Demba accanto alla locandina del suo ultimo video, mentre Maryan Ismail, rifugiata politica che nel 1979 ha lasciato la Somalia di corsa, senza portare con sé nulla di personale, confida «un sogno ricorrente, a occhi aperti, che mi permette di non perdere la memoria. Quando ho un attimo di pace, mi fermo e ripercorro nella mente il tragitto che facevo da casa a scuola, proprio per non dimenticare il mio mondo. Io vado e torno, mi ricordo gli alberi, le case, le persone, le chiacchierate con i compagni di scuola, le botte che davo ai ragazzini che mi facevano il filo... Questo è l’oggetto che mi resta della mia terra».

Dai racconti di Maryan si capisce quanto l’immigrazione stessa è cambiata in oltre trent’anni; lo conferma anche Marife Aceveda, presidentessa della comunità filippina di San Donato e San Giuliano (Milano), parlando dell’attesa per le lettere del padre, immigrato in Arabia Saudita quando lei era piccola: «A quei tempi non esistevano internet, Skype, le email e Facebook; potevamo restare in contatto solo attraverso le lettere tradizionali e molto raramente per telefono, perché era troppo costoso».

E per portarsi avanti, Migrador Museum ci racconta anche l’Italia del futuro, tra cinquant’anni. «Una volta al mese – spiega Pillitteri – pubblichiamo un racconto di fantasia. Quando saranno 12, li raccoglieremo in un ebook dal titolo “L’immigrazione raccontata dal futuro”». Così Rania Hun, un’italiana di quarta generazione italo-cinese-giordana, si occupa di turismo spaziale nell’Italia del 2074, dove gli uomini bionici svolgono i lavori che gli immigrati non vogliono più fare, la Nasa è gestita dagli indiani e un’azienda turca, dopo aver rilevato le quote di McDonald, ha kebabbizzato il mercato del fast food nel mondo, mentre il celebre panino Big Mac ha ceduto alla concorrenza del Big Kebab, Big Keb per i consumatori.

Per Pillitteri, «anche con un po’ di ironia, queste storie di riscatto servono a dare la carica anche a noi “vecchi italiani”. Mostrano un patrimonio che l’Italia del 2014, un paese dove 500mila imprenditori stranieri danno lavoro a 3 milioni di italiani, talvolta dimentica. Iniziare una nuova vita in un altro ambiente, in un’altra lingua e con codici culturali diversi non è per niente facile. Eppure, quando hanno una chance, gli emigrati ce la fanno». E come diventano parte di un processo di crescita del Paese che li ospita senza rinunciare al loro imprinting identitario e culturale? «I migrador lo raccontano. Qui – recita l’epigrafe del museo – le storie, gli aneddoti, le memorie, le fotografie troveranno lo spazio a imperitura memoria».

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