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domenica 25 agosto 2019
 
 

Migranti, rimesse in gioco

03/03/2013  Circa 372 miliardi di dollari: a tanto ammontano i risparmi dei lavoratori stranieri spediti nei Paesi d'origine. Manca un'alfabetizzazione finanziaria. Ci pensa Soleterre

Nel 2011 i lavoratori migranti hanno rimandato alle famiglie nel Paese d'origine 372 miliardi di dollari: il 12% in più dell'anno precedente, secondo i dati forniti dalla Banca mondiale. Nello stesso arco di tempo, le rimesse partite dall'Italia sono tornate ad aumentare toccando quota 7,4 miliardi di euro.


Due premesse sono necessarie: da un lato stiamo parlando di un capitale superiore agli investimenti allo sviluppo pubblico che i Paesi industrializzati operano nei confronti dei Paesi in via di sviluppo, dall'altro consente di alzare significativamente la percentuale di famiglie che riescono a uscire dalla fascia di povertà raggiungendo livelli di benessere relativo altrimenti impensabili. È facile intuire che l'impatto delle rimesse in termini di welfare sociale sia davvero straordinario soprattutto per la loro natura personale e svincolata da logiche finanziarie nazionali e sovranazionali. 

A livello internazionale oggi ci si chiede come incentivare e rendere più proficua l'efficacia delle rimesse verso i Paesi d'origine: interrogativo la cui risposta non può ovviamente prescindere dall'individuazione e dalla scelta dei migliori interventi in termini politici e normativi.

Favorire il fenomeno delle rimesse, infatti, può significare, ad esempio, abbassare le tassazioni sulle transazioni economiche o sostenere la bancarizzazione e le transazioni tramite circuiti bancari per evitare percorsi "informali" che rischiano di sconfinare nell'illegalità.


Altro discorso è ragionare sulla gestione della rimessa, tanto da parte del migrante quanto da parte di chi la riceve: una deviazione che spesso si instaura riguarda l'incremento di processi di consumo da parte delle famiglie recipienti che non si rivelano sempre tesi al soddisfacimento di bisogni essenziali o al perseguimento di un'autonomia economica tramite piccole forme di investimento. Anzi. Al contrario, le rimesse possono generare atteggiamenti che sfumano verso forme di consumismo accessorio: la conseguenza diretta è soltanto un miglioramento dello status sociale della famiglia all'interno della comunità in cui vive e non una risposta concreta alle esigenze familiari.   

Si tratta dunque di creare un'educazione finanziaria al risparmio: «Chi riceve le rimesse - spiega Alessandro Baldo, responsabile del programa internazionale "Migrazioni per lo sviluppo" di Soleterre Onlus - deve abituarsi a considerarle non come l'unica fonte di sostentamento ma come una forma di investimento per aumentare le possibilità di autosostenibilità della famiglia». 

Ma cosa lega il migrante alla rimessa? «In primis, l'"obbligo" psicologico ha innanzitutto una radice assai concreta: consiste infatti nella soluzione di un debito, interessi salati inclusi, contratto nel Paese d'origine al fine di poter partire. Pur sapendo di generalizzare, va detto che ci sono notevoli differenze sulla base dei percorsi e delle modalità delle migrazioni». In altre parole, sono diversi gli atteggiamenti dei migranti a seconda della provenienza: l'approccio di una donna matura ucraina non può essere lo stesso di un giovane sudamericano o di un uomo adulto marocchino.


«A questo si aggiunge, ovviamente, l'aspetto emotivo ed emozionale: il migrante percepisce se stesso come responsabile dei destini della famiglia di provenienza e, dunque, oggetto di grosse aspettative. Soprattutto tra le donne e le mamme migranti è molto forte il senso di colpa per aver abbandonato i figli, il peso dell'assenza. Ma non solo. «Il debito morale può essere accentuato dai "tutori" dei figli nel Paese d'origine che, in qualche modo, si abituano a vedere il familiare migrante come un generatore di reddito, creando un circolo vizioso di "dipendenza" che è alla base del ricatto come emerge da alcune storie di ricongiungimento familiare che abbiamo seguito». I tutori rappresentano in alcuni casi il vero grande ostacolo al ricongiungimento perché si trovano a perdere la principale se non l'unica fonte di ricavo per la famiglia: senza i "protetti" si teme che le rimesse diminuiscano o finiscano del tutto.

La storicità del flusso migratorio incide sulle caratteristiche della gestione delle rimesse: tra una terza e una prima generazione migrante c'è un abisso di differenze. «Porto l'esempio della migrazione ucraina: essendo alla prima vera "ondata" si sente ancora forte la necessità di risparmiare per poter mandare alla famiglia d'origine quanti più soldi possibile. Si tratta per lo più di donne davvero pronte a sacrificare molto del loro benessere in Italia in nome della famiglia: sono quelle che accettano con maggiore facilità e addirittura cercano lavori in co-residenza, i più faticosi fisicamente e stressanti psicologicamente, perché la loro ambizione rimane il ricongiungimento in Ucraina.


Differente il caso della migrazione marocchina, ormai radicata e integrata nel tessuto sociale italiano: le famiglie si sono per lo più ricongiunte e le rimesse sono più un aiuto volontario a qualche parente ancora lontano e non una necessità a tutti i costi». 

Diverso ancora il caso di El Salvador: i soggetti migranti sono spesso molto giovani, eppure già con una famiglia loro, e cercano una dimensione che consenta il ricongiungimento a figli e mariti in Italia. Cioè, i sudamericani in generale hanno la tendenza a investire anche in Italia parte dei risparmi

È evidente che ci sono anche ragioni puramente geografiche: per una migrante ucraina è indubbiamente più facile anche solo pensare ritorni periodici nel Paese d'origine così da tenere vivo il legame affettivo. C'è anche un aspetto anagrafico da non sottovalutare: le migranti ucraine sono prevalentemente donne over 40 con figli che cercano di mantenere negli studi anche all'università e talvolta hanno già nipoti. La loro prospettiva è sicuramente diversa da quella delle donne latinoamericane, molto giovani, che lasciano figli piccoli nel Paese d'origine.

Soleterre ha già provato in passato a lavorare sul tema delle rimesse soprattutto nell'accezione più usuale a livello internazionale: canalizzare almeno parte dei risparmi inviati verso forme di investimento produttivo che si concretizzano in genere in piccolo-medie attività imprenditoriali in una logica di autosostenibilità che renda più "libero" il migrante anche nel caso decidesse di tornare nel Paese d'origine.


In altri casi si è scelto di investire in attività imprenditoriali a livello transnazionale «mantenendo una "circolarità" del migrante in base alla quale il soggetto interessato non decide di vivere soltanto in Italia o, viceversa, soltanto nel Paese d'origine, ma intende mantenere un appoggio in entrambi i Paesi». Si tratta però di una strada molto difficile da percorrere perché il successo di un'attività non può essere matematicamente standardizzato: ci sono troppe variabili per la replicabilità con i medesimi esiti. 

«Noi di Soleterre abbiamo sempre scelto di affrontare le "questioni" migratorie in un'ottica familiare perché dietro una migrazione non c'è mai solo una scelta individuale ma il coinvolgimento di interi nuclei, spesso anche allargati: questo nostro approccio, questa nostra esperienza abbiamo provato a trasferirla anche nel campo delle rimesse. Da qui l'obiettivo di lavorare su quelle che in gergo chiamiamo "financial literacy", cioè l'alfabetizzazione finanziaria, e "family budgeting", cioè la capacità di chi manda e di chi le riceve le rimesse a costruire e rendere "operativi" dei budget familiari improntati alla sostenibilità». In sintesi i progetti di Soleterre per quello che concerne le rimesse sono volti a creare maggiore consapevolezza, educando a gestire i soldi nel rispetto delle priorità del fabbisogno familiare, programmando con piani di accantonamento la possibilità di avviare attività imprenditoriali o investire nell'istruzione, anche universitaria, dei figli.

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