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martedì 16 luglio 2019
 
lutto nella chiesa
 

Addio a mons. Antonio Riboldi, vescovo anti-camorra

10/12/2017  Brianzolo, rosminiano, è scomparso a Stresa all'età di 94 anni. Dal 1978 al 2000 era stato a capo della diocesi di Acerra (Napoli), schierandosi apertamente contro la criminalità organizzata. Ancora prima, come parroco nel Belice, aveva dato voce alla disperazione della popolazione colpita dal terremoto del 1968.

(Foto Ansa: monsignor Antonio Riboldi con Romano Prodi a Bologna nel 2003)

«Ai politici bisogna dire: "O ascoltate la nostra voce, o non vi votiamo più"». Con queste parole forti, durissime, nel 2010 monsignor Antonio Riboldi si era espresso in un'intervista a Famiglia Cristiana. Non usava mezzi termini, frasi politicamente corrette, il vescovo emerito di Acerra (Napoli), scomparso oggi 10 dicembre all'età di 94 anni.  «La camorra domina i cuori e le menti», aveva detto, commentando la pubblicazione del documento della Conferenza episcopale italiana sul Mezzogiorno. «Impedisce ai ragazzini di andare a scuola, perché è lei che li vuole educare. In estate portavo 400 bambini in Trentino, figli di camorristi. Adesso sono diventati uomini normali. Eppure, tagliamo i fondi alla scuola. Cutolo sosteneva che la camorra è come Robin Hood: toglie ai ricchi per dare ai poveri. Se la scuola non contrasta questa cultura dell’illegalità come strumento di protezione sociale, non ci sarà futuro per il Sud e neppure per l’Italia». E ancora: «Bisogna tagliare i ponti, anche quelli tra le nostre chiese e la cultura mafiosa, che spesso dimostra di essere devota».

Brianzolo, appartenente all'ordine dei rosminiani, monsignor Riboldi era partito per il Sud Italia come parroco di Santa Ninfa del Belice. Quando il 15 gennaio del 1968 questa terra venne ridotta in macerie dal terremoto, lui diventò un punto di riferimento per i parrocchiani e si fece cassa di risonanza della disperazione e della rabbia dei sopravvissuti, costretti a vivere nelle baracche in attesa di una ricostruzione che non arrivava. Dieci anni dopo, nel 1978, papa Paolo VI lo nominò vescovo di Acerra e lui andò ad occupare una sede che era rimasta vacante per 12 anni. Nell terra della camorra, in anni particolarmente violenti e difficili, monsignor Riboldi si schierò coraggiosamente contro la criminalità organizzata, ricevendo in cambio molte minacce.

Famosa, negli anni Ottanta, la storica marcia con cui portò migliaia di ragazzi a Ottaviano, piccolo centro del Napoletano, roccaforte di Raffaele Cutolo, fondatore negli anni Settanta di Nuova camorra organizzata (Nco).'«In quel momento», raccontò nel 2013, in occasione dei suoi 90 anni, «mi sono sentito veramente di essere un vescovo, e ho capito cosa significava essere un prelato che deve amare la gente anche se non ricambiato, amare la Chiesa anche se non tutti ti capiscono». 

Molti giornalisti lo accusarono di manie di protagonismo. Ma alle critiche lui ribatteva che di fronte all'ingiustizia non puoi restare fermo e muto, devi agire. Questo è il principio che ha ispirato e guidato tutta la sua vita di pastore nel Mezzogiorno d'Italia. Molti criminali in carcere, compreso Raffaele Cutolo, vollero incontrarlo. E a lui si attribuiscono i pentimenti di alcuni camorristi. Quando nel 1999 lasciò l'esercizio episcopale per raggiunti limiti di età, lui scelse comunque di restare ad Acerra e la città gli conferì la cittadinanza onoraria. 

Monsignor Riboldi è morto a Stresa, in Piemonte, presso la casa dell'ordine dei rosminiani dove viveva dalla scorsa estate. Ma i funerali saranno celebrati nella Cattedrale di Acerra. Dopo oltre vent'anni spesi al servizio di questa diocesi, è lì che il vescovo emerito ritorna.

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