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domenica 18 agosto 2019
 
Caso Ruby
 

Le tre misure del Cavaliere

12/03/2015  Monsignor Nunzio Galantino richiama chi impugna l'assoluzione penale come una spugna per rimuovere anche le responsabilità politiche e morali. Ecco perché i piani sono diversi.

“Tutte le volte in cui c’è un’assoluzione bisogna andare a leggere le motivazioni. Ma il dettato legislativo arriva fino a un certo punto, il discorso morale è un altro . Se un fatto è legale non è detto che sia morale”. Sono parole di Monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, e sono inequivocabilmente riferite al processo Ruby e alla lettura che se ne fa – tutto legale, dunque tutto morale - e che Avvenire, quotidiano dei vescovi, stamattina ha detto chiaramente di non condividere. Una lettura che carica un’assoluzione penale di impropri significati che chiamano in causa altre e diverse responsabilità: quella morale, quella politica e istitituzionale per esempio.

La condanna o l’assoluzione al termine del processo fissano, nei paletti stretti della procedura che porta a determinarla, la cosiddetta verità processuale.  Solo le motivazioni di una sentenza sono in grado di dire se un’assoluzione cancella o meno anche la narrazione storica dei fatti avvenuti. Leggendo le motivazioni del secondo grado del Ruby, confermato due giorni fa in Cassazione, si apprende che tutti i fatti sono stati ritenuti anche giudiziariamente accertati: la pressione volta a ottenere un indebito vantaggio, la prostituzione compresa quella minorile. Nessuno di questi fatti è stato cancellato storicamente dall’assoluzione con un colpo di spugna, semplicemente ne  è stata negata la portata penale. È sufficiente stabilire che non si sono commessi reati per assolvere gli stessi comportamenti anche davanti al tribunale della politica e della morale come si sta cercando da più parti di fare?

Qui la risposta non può che essere soggettiva, ci sarà chi legittimamente riterrà che fatti salvi i reati ognuno a casa propria fa ciò che vuole e chi riterrà, con Monsignor Galantino, altrettanto legittimamente che esistono altri gradi di responsabilità che non possono essere esauriti nei paletti del Codice penale, ma che comunque mettono in questione l’immagine di chi occupa posizioni di responsabilità.

Il primo di questi gradi, dal momento che parliamo di persone che ricoprono funzioni pubbliche, è l’articolo 54 della Costituzione che stabilisce che “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. La disciplina e l’onore sono compatibili con determinate frequentazioni private? Lo sono con l’esercizio di una pressione indebita su un sottoposto per ottenere un vantaggio personale non dovuto? Lo sono con l’insulto sistematico della magistratura, quando condanna, e con la sua adulazione quando assolve? Lo sono con la menzogna reiterata delle “cene eleganti” rivelatesi un sistema di prostituzione conclamata?

Il secondo di questi gradi è la responsabilità politica, che richiederebbe a chi in pubblico si autoproclama moderato e difensore politico dei valori della famiglia di tenere nel privato comportamenti adeguati alla narrazione pubblica, diversamente la coerenza politica mostra la corda e un fatto privato, ancorché penalmente irrilevante, assume interesse pubblico. Questo vale per chiunque abbia funzioni per le quali debba rendere conto dei propri comportamenti a sfere più ampie che alla propria famiglia. Se un magistrato tuona contro la corruzione e poi frequenta corrotti conclamati a cena non commette reato, a meno che non sia a propria volta corrotto e a meno che non mischi commensali con il lavoro, ma la sua toga non ne esce ugualmente specchiata davanti alla società. Siamo nell’ambito dell’opportunità, ma le scelte inopportune di chi ha ruoli pubblici non sono neutre.

Nemmeno le scelte morali lo sono: se un parroco frequenta una signora non commette reato per lo Stato italiano, ma non può pensare di farlo senza esporsi al giudizio canonico e al giudizio morale della comunità in cui opera.  Altrettanto chi richiama pubblicamente la propria politica a valori cristiani e poi nel privato platealmente li disattende come minimo si espone al pericolo di rendere conto dello scarto tra il razzolare e il predicare.

Sono rischi che si corrono poco, in un Paese avvezzo all’incoerenza come il nostro, ma sono i rischi del mestiere di chi sceglie liberamente l’onore e l’onere di non restare privato cittadino.

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