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sabato 23 giugno 2018
 
L'intervista
 
Credere

Monsignor Matteo Zuppi: 50 anni dalla parte degli ultimi

01/03/2018  «La Chiesa è di tutti, particolarmente dei poveri, e quindi dobbiamo stare vicino a loro». L’ha imparato con la Comunità di Sant’Egidio, che da mezzo secolo diffonde il Vangelo e aiuta chi è ai margini

«La mia vocazione è nata in Comunità: se oggi sono qui, lo devo a Sant’Egidio». L’arcivescovo di Bologna, monsignor Matteo Zuppi, non si sottrae a domande personali, soprattutto quando riguardano la comunità cui appartiene da sempre. Siamo in arcivescovado, nello storico appartamento che ha ospitato anche i suoi predecessori. In realtà il nuovo arcivescovo − “don Matteo” per i bolognesi − da quando è arrivato in città lo utilizza solo come sede di rappresentanza. Come abitazione ha scelto la Casa del clero, che condivide con i sacerdoti anziani della diocesi.

Monsignor Zuppi, quando e come è avvenuto l’incontro con Sant’Egidio?

«Al liceo, a Roma. Venivo da una famiglia molto religiosa, che mio padre aveva voluto costruire attorno al Vangelo, ma erano gli anni del dopo Concilio e, com’è successo a tanti, quest’appartenenza è stata travolta da tutte le aspirazioni, le ingenuità e anche le contraddizioni che percorrevano il mondo studentesco. L’educazione ricevuta mi appariva obsoleta e moralista. Per fortuna ho incontrato Sant’Egidio».

Quindi l’incontro è avvenuto prima di entrare in seminario…

«Molto prima, mentre frequentavo la quarta ginnasio al Virgilio, lo stesso liceo dov’è nata la comunità e dove Andrea Riccardi era studente all’ultimo anno. Sant’Egidio mi ha fatto scoprire un altro Vangelo e un’altra Chiesa, la Chiesa dei miei amici e non quella dei preti, della preghiera spontanea invece del Rosario. Tutte cose che attiravano molto di più rispetto a una fede, peraltro profondissima, come quella dei miei genitori, che ho capito solo dopo».

Un’ingenuità che poi ha superato…

«Certamente, e proprio grazie alla capacità della comunità di sintonizzarsi su due registri. Da un lato restare dentro la novità e la creatività di quegli anni e nello stesso tempo riprendere le radici della tradizione. Noi non siamo mai stati “anti”, in questo senso è stato fondamentale il rapporto con Giovanni Paolo II che ci ha fatto vivere una stagione con tante aperture e insieme con un profondo radicamento».

Dopo il liceo c’è stata la laurea in Lettere…

«Sì. Dopo la laurea, a 22 anni, sono entrato in seminario e poi ordinato sacerdote a 26. Proprio nel 1981 monsignor Paglia diventò parroco di Santa Maria in Trastevere e io contemporaneamente prete e viceparroco».

Cosa ricorda in particolare di questo periodo?

«Per esempio l’incontro con la devozione popolare dei trasteverini, inizialmente non facile. La tentazione era quella di considerare queste manifestazioni come sopravvivenze del passato, e invece vi ho scoperto tanta profondità spirituale. C’era la richiesta di un legame affettivo con la Chiesa, un legame che si esprimeva o si perdeva, e difatti proprio in quegli anni nelle periferie si assisteva a una proliferazione del fenomeno delle sette».

Ci racconta qualche episodio di questi inizi?

«Direi prima di tutto l’ingresso a Sant’Egidio, nel ’73, l’inizio di una vera consapevolezza. Poi l’incontro con i poveri e lo scoprire che il Vangelo c’entrava con questo mondo. La periferia di Roma, le borgate con tutto lo sfascio umano e culturale, la droga. Fin dagli inizi con loro c’era un legame personale, non funzionale e tanto meno ideologico. Questo ci ha preservato da tante distorsioni. Non siamo mai diventati un’istituzione benefica».

Un ricordo della sua amicizia con Andrea Riccardi?

«Ce ne sono tantissimi. Se devo sceglierne uno, direi la prima volta che l’ascoltai. Un ragazzo poco più grande di me che parlava del Vangelo a tanti altri ragazzi, in maniera così diretta e nello stesso tempo con tanta conoscenza».

Molto importante è stata anche l’esperienza di mediazione durante la guerra civile in Mozambico, da lei vissuta in prima persona fino agli accordi di Roma del ‘92.

«Sì, quell’esperienza ci ha reso consapevoli che anche realtà non istituzionali di non addetti ai lavori come la nostra possono avere una forza di pace. Le due parti vennero a Roma perché era impossibile per un’istituzione parlare liberamente con la guerriglia come invece potevamo fare noi, e anche per la convinzione di un non interesse nostro al di là della pace stessa».

Questa dimensione internazionale che respirava a Roma le manca a Bologna?

«Direi di no perché Bologna è sempre stata un grande crocevia, per una tradizione antica ma anche recente. E poi penso che sempre di più dobbiamo vivere tra campanile e mondo. Il campanile è importante, ma se questo è sconnesso diventa un impoverimento, mentre se è connesso non mi fa perdere in un mondo che altrimenti mette paura».

 Anche a Bologna la chiamano il prete dei poveri…

«È vero, ma guardi che anche qui c’è una grande storia di attenzione ai poveri, da don Paolino Serra Zanetti a padre Marella, alle Case della carità. È stata la grande intuizione del Concilio: non c’è una Chiesa dei poveri e una Chiesa senza i poveri, la Chiesa è di tutti, particolarmente dei poveri e quindi dobbiamo stare vicino a loro».

E questa tenerezza di cui lei ha parlato appena si è insediato l’ha ritrovata nella Chiesa bolognese?

«Sì, molto, anche se poi deve crescere come del resto per tutti. La tenerezza è qualcosa di familiare e materno, non è di fabbrica. Non si può fare in serie, c’è sempre qualcosa di artigianale, di creativo e su questo credo che dobbiamo crescere tanto».

Cosa ha lasciato a Bologna la visita di papa Francesco?

«Come frutti soprattutto la diocesanità, perché la Chiesa si è ritrovata nelle parrocchie, nei gruppi, nelle associazioni e anche il Papa l’ha sottolineata come priorità. Ha lasciato indicazioni importanti e ci ha confermato nella scelta di difendere una città che cerca di costruire dei ponti e non dei muri».

Una domanda “fuori registro”: visto che tutti a Bologna la chiamano “don Matteo”, cosa pensa del suo famoso omonimo?

«Quel Don Matteo? Confesso che la fiction con Terence Hill non l’ho mai vista, ma tutti me ne parlano e ogni tanto dico che lui è quello vero e io faccio la comparsa. In realtà penso che l’intuizione di una fiction tanto fortunata sia proprio quella di una vicinanza che tutti noi sacerdoti dobbiamo avere per le situazioni concrete e la vita delle persone. Da questo punto di vista, quel don Matteo è un ottimo esempio».

L’ANNIVERSARIO. I 50 ANNI DI SANT’EGIDIO

La Comunità di Sant’Egidio, di cui ricorre il cinquantesimo anniversario, nasce nel 1968, all’indomani del concilio Vaticano II,  grazie ad Andrea Riccardi, allora studente al liceo classico Virgilio di Roma, con l’obiettivo di ascoltare e mettere in pratica il Vangelo. L’iniziativa poi si diffonde in diversi ambienti studenteschi e si concretizza in attività di servizio rivolte alle periferie più disagiate, come per esempio la scuola popolare per i bambini delle baraccopoli. Dal 1973 nella chiesa di Sant’Egidio in Trastevere, la prima chiesa della Comunità, si dà il via alla consuetudine della preghiera comunitaria serale. Il 18 maggio del 1986 il Pontificio consiglio per i laici la riconosce come associazione internazionale di fedeli di diritto pontificio. Nel tempo Sant’Egidio è divenuta una rete di comunità diffuse in più di 70 Paesi nel mondo. I riferimenti fondamentali sono la preghiera basata sull’ascolto della Parola, l’amicizia e l’aiuto fraterno con coloro che si trovano nel bisogno (anziani, detenuti, migranti, disabili, bambini di strada) e l’impegno per la pace, vissuto come responsabilità di tutti i cristiani.

Foto di Alessandro Tosatto

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