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sabato 15 dicembre 2018
 
 

Montini e l'Azione cattolica: preludio del Concilio

18/10/2014  Assistente della Fuci dal 1925 al 1933, Paolo VI ebbe sempre a cuore natura, ruolo e prospettive della più importante e strutturata organizzazione laicale del nostro Paese. L'analisi di monsignor Paolo Rabitti, arcivescovo emerito di Ferrara, già vice assistente ecclesiastico generale dell'Azione cattolica negli anni Ottanta.

 «Palestra e tirocinio ad un’integrità cattolica di pensiero e di condotta, alimentata da grande pienezza di vita interiore». Così papa Paolo VI si riferiva all'Azione cattolica italiana , una tra le più longeve,  diffuse e feconde esperienze di impegno dei laici nella vita della Chiesa. Pronunciate nel 1966 proprio durante un convegno dell'associazione, queste parole possono essere accostate a molte altre: l'intera vita di papa Montini è attraversata da una costante cura pastorale e da una sempre rinnovata fiducia verso l'Azione cattolica. Già da arcivescovo di Milano affermava: «Il nostro ministero pastorale ci ha confermato nella stima e nell’affezione verso cotesta sempre viva e fiorente associazione e ci ha procurato esperienze, soddisfazione, speranze che non potremo certamente dimenticare».

E che in effetti non dimenticò mai. Due anni più tardi, da pontefice, si impegnava a fare ciò che era in suo potere «per allargare la capacità di azione, la maturità di giudizio e la sfera di responsabilità dell’Azione cattolica». In occasione della beatificazione di Paolo VI, monsignor Paolo Rabitti, arcivescovo emerito di Ferrara e membro della Congregazione per i Vescovi, ricostruisce la storia di questo profondo e duraturo legame, aggiungendo così nuovi punti di vista a un ritratto dalle tante sfaccettature. Nella sua attenta rilettura delle parole del Pontefice, monsignor Rabitti dimostra che l'interesse di Montini per l'Azione cattolica aveva un significato profondo, ben al di là di una semplice attestazione di stima. Il Papa vedeva in questa realtà l'anticipazione di alcune grandi innovazioni introdotte dal Concilio Vaticano II. Egli stesso lo disse apertamente: «L’animazione spirituale, morale, sociale e civile, alimentata dall’Azione Cattolica, ha davvero preparato il Concilio Ecumenico».

Come non pensare alle riflessioni sul ruolo del laicato più volte espresse nei documenti conciliari? «I laici – si legge ad esempio nel dercreto Apostolicam Auctuositatem - collaborando con la gerarchia secondo il modo loro proprio, portano la loro esperienza e assumono la loro responsabilità nel dirigere tali organizzazioni, nel ponderare le circostanze in cui si deve esercitare l'azione pastorale della Chiesa e nella elaborazione ed esecuzione del loro programma di azione». Tutte attività che si possono ben scorgere nel programma dell'Azione cattolica. Con gli occhi della posterità, in tempi travagliati e segnati da profondi cambiamenti, verrebbe da chiedersi se una realtà che ha radici nell'Italia di metà '800 abbia ancora la forza per reggere sfide e urti dei nostri giorni. In molti oggi considerano l'Azione Cattolica come un'istituzione superata. Ecco perché nel suo intervento monsignor Rabitti prende spunto dalle esortazioni di Paolo VI per indagare le ragioni di un (almeno apparente) declino.

E non mancano affermazioni di autocritica. Siamo «eredi – si domanda il presule – o scialacquatori di queste consegne? Dovremo tutti esaminarci: se come vescovi abbiamo “preso e tenuto in mano l’Azione cattolica”, oppure se l’avessimo lasciata al suo destino, ospiti di “scialuppe” invece che guide della nave; se come sacerdoti abbiamo sostenuto ed educato questa singolare ed indispensabile forma di ministerialità e di aggregazione laicale, oppure se fossimo occorsi in una imperdonabile latitanza e quasi abbandono dell’esigente “seminario laicale e formativo”; se come laici della Chiesa, semplicemente, avessimo lasciato “sgolare” questo Papa, nelle sue proprie accorate raccomandazioni, preferendo la solitudine personale». D'altra parte sono indicative le parole che lo stesso papa Montini pronunciò nel 1970, dimostrando tra l'altro di avere uno sguardo che correva ben oltre la sua epoca. A chi, già allora, bollava l'Azione cattolica come una realtà da mettere nel cassetto dei ricordi, Paolo VI rispondeva: «L’Azione cattolica non è finita, non è anacronistica, non è antiquata, non è un organismo invecchiato che sopravvive per onore del nome. È un organismo giovane e nuovo; è un segno ed una promessa di vitalità del cattolicesimo italiano».

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