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martedì 20 agosto 2019
 
NAPOLI
 

Vangelo e cronaca: la Misericordia fa rotta verso il Mediterraneo

21/06/2019  L'eco delle ultime vicende legate ai flussi migratori ha in qualche modo orientato i lavori del Convegno teologico. Una sintesi ragionata degli interventi

È sapida e colorata, non polverosa e fredda la teologia che viene delineata nella due giorni napoletana, dalla splendida cornice di San Luigi, che abbraccia il golfo dalla collina di Posillipo. Parla di migranti e di guerre, di uomini e donne, di lavoro e di vita, invita  a uscire dalla aule e a camminare per le strade, sulle due sponde del Mediterraneo per incontrare la gente «la dove si formano i paradigmi, i modi di sentire, i simboli, le rappresentazioni delle persone e dei popoli». «Etnografi spirituali» dirà il Papa, delineando le caratteristiche di questa riflessione sulla fede  a partire dalla vita. Francesco conclude una due giorni che ha voluto guardare al contesto, rileggere la situazione del dialogo nel Mediterraneo, alla luce della dichiarazione sulla fratellanza universale di Abu Dhabi e quindi lanciare alcune proposte. 

Teologia contestuale a  San Luigi

A San Luigi, la sezione della facoltà teologica dell’Italia meridionale retta dai gesuiti, l’evento arriva come tappa di un cammino avviato già da tre anni, con un biennio di specializzazione di “Teologia dell’esperienza religiosa nel contesto del Mediterraneao”, dove si guarda al mare nostrum come luogo teologico, insieme, cristiani, musulmani ed ebrei, «una sorta di laboratorio teologico impegnato nella costruzione di una cultura dell’incontro, attraverso una ricerca multidisciplinare, l’esperienze di pratica sul campo, l’incontro con testimoni e con storie e luoghi significativi, itinerari attraverso l’arte e un respiro internazionale», dice la teologa Giuseppina Pina De Simone, tra i coordinatori del corso.

Napoli dunque come «laboratorio ideale per una teologia che nel contesto del Mediterraneo si rinnova a partire dall’approfondimento spirituale, intellettuale ed esperienziale del kerygma attraverso il dialogo, il lavoro inter e trans-disciplinare e il lavoro in rete» dice nella sua introduzione il decano di san Luigi, padre Pino Di Luccio, citando le indicazioni contenute nel Proemio della Veritatis gaudium.

Una teologia dunque «contestuale e interculturale per rispondere con fedeltà ai segni dei tempi. Prendere sul serio la visione dell’altro» chiarisce aprendo la prima giornata di lavori il professor Ambrogio Bongiovanni «non ha nulla a che fare con il relativismo religioso».  Il contesto del Mediterraneo, «Mare Nostrum perché mare di tutti e non degli uni contro gli altri»,  non è oggi il luogo «di quell’esodo biblico»  che viene additato all’opinione pubblica da alcuni politici e da alcuni media», afferma  Valerio Petrarca, etnologo, docente alla Federico II, sciorinando cifre e statistiche.  «L’accanimento disonorevole contro i migranti è la prova dell’incapacità di governare il fenomeno. I migranti», aggiunge, «sono la pietra di inciampo, fanno  emergere le grandi contraddizioni della nostra storia e della nostra vita».  E, secondo il professor Carmelo Torcivia, costituiscono «un segno dei tempi», cioè «un evento che segna in positivo l’autosviluppo della coscienza dell’umanità», dice citando padre Chenu. 

Migranti segno dei tempi

«Si migra per vivere, per sfuggire dalle condizione di schiavitù e arrivare a una terra promessa», aggiunge Torcivia. Il migrante, come Abramo, è icona impegnativa della vita di fede, perché il camminare è condizione ontologica per il cristiano.  «È kairos che Dio offre per la conversione della sua Chiesa».

«Le migrazioni fanno parte di tutta una serie di fenomeni geopolitici che la Chiesa, la teologia, deve prendere sul serio. Per troppo tempo abbiamo rischiato di fare una  teologia o avulsa dalla storia o mangiante la storia con gabbia ideologiche», dice il  teologo Fabrizio Mandrioli.  «Assumere sul serio le infinite domande che queste vicende pongono  al nostro essere Chiesa, al contributo che noi come Chiesa possiamo dare alla vita civile, credo che in larga  parte sia tutto un lavoro da fare. Anche in relazione a un altro  aspetto importante che è il  dialogo con le altre religioni». In fin dei conti, sintetizza lo studioso, la teologia in Italia deve fare i conti  «con il fatto che vi è una pluralità che per noi non è ancora diventato pluralismo, un valore positivo. Ci siamo rassegnati alla pluralità, ma dobbiamo ancora  dispiegare tutte le risorse per capire cosa  significa essere credenti conviventi con altri credenti in questo paese».

Arte  e dialogo

Il dialogo tra le sponde del Mediterraneo nasce dalla condivisione di una storia e uno scambio comune che si rivela anche nell’arte: «I principali archetipi usati dai popoli per esprimere l’alleanza con la natura, ritornano nelle tre religioni che nascono intorno al Mediterraneo», spiega nella sua relazione padre Jean Paul Hernandez, gesuita, fondatore dell’associazione Pietre Vive.  Il bosco sacro che rinasce nelle colonne del tempio, la montagna sacra che torna nello ziqqurat e negli altari,  il ventre della terra simboleggiato nel battistero, che come l’utero materno fa rinascere alla vita, sono il rimando di simboli e significati, vitali e religiosi, che nei secoli hanno parlato ai diversi popoli e fatto alzare gli occhi verso la volta stellata.

Arte che unisce, dunque, come «il senso dell’ospitalità e l’accoglienza dello straniero, che è proprio delle tre grandi religioni che si affacciano sul Mediterraneo»,  aggiunge la professoressa De Simone introducendo le sezione sul dialogo interreligioso in riferimento al documento sulla fratellanza universale.  Un’esperienza che, aggiunge citando un uomo che ha dedicato la sua vita a questi temi, il cardinale Tauran, ci chiede di «fare esperienza del pellegrinaggio, camminare con l’altro, e ci espone a un rischio, accetto di mettermi in discussione non nel contenuto, ma nel modo in cui lo manifesto».  Quindi non «un mero atteggiamento tattico» ma «provocati a capire il potere dell’ascolto, sinceri nel consegnare se stessi all’altro», dice la professoressa Donatella Abignente.  In quest’ottica, occorre essere consapevoli, avverte  Sihem Djebbi,  musulmana laica, docente a Parigi e a San Luigi, che  da parte degli Stati, dietro iniziative come quella di Abu Dhabi, in questo caso gli Emirati,  c’è anche una public diplomacy, posta in atto per «dare  un’immagine positiva a livello globale». Il che, avverte la studiosa, non sminuisce l’importanza del messaggio sulla fratellanza universale, che «ha un effetto di dinamizzazione del dialogo  interreligioso e della promozione dell’Islam moderato»,  ma chiede che «vengano moltiplicate le iniziative, le vie e gli interlocutori, senza privilegiare una sull’altra, perché questo potrebbe favorire delle resistenze interne in settori delle società musulmane che si sentono esclusi », dice citando i Fratelli Musulmani.

Il mondo islamico, spiega il professor Meir Bar Asher, dell’università di Gerusalemme,  fonda la sua adesione al trattato sulla fratellanza universale a partire dal Corano: «Non c’è costrizione nella fede», recita la sura della giovenca; «A voi la religione vostra, a me la mia», sostiene quella dei miscredenti. «Le ideologie radicali leggono i versi sulla jihad fuori del loro contesto», aggiunge lo studioso rifacendosi all’insegnamento dell’imam di Al Ahar. «Una dozzina di versi coranici vietano di uccidere, si dice che chi uccide una vita è come se avesse uccisa l’umanità intera e viceversa se la salva». Nessuno spazio, ribadisce, al terrorismo nel nome di Dio.

Declericarizzare le teologia

Da Napoli arrivano proposte chiare sul futuro degli studi teologici. Di teologia «declericatizzata», parla la professoressa Anna Carfora, intendendo la necessità di un protagonismo di laici e laiche in un campo organizzato sui tempi dei “presbiteri”,  dove risulta ancora difficile  professionalizzarsi e trovare di che vivere. Occorre «un’operazione di bonifica»,  dice Carfora, che, nello specifico, riguardo alle teologhe,  guardi al contributo di donne concrete nelle loro individualità, non imprigionate nelle categorie dell’eterno feminino.

«Ripartire dalle fonti per creare un’ecclesiologia alternativa a quel regime di cristianità che è arrivato alla giustificazione della violenza e della guerra, talvolta con pretesti religiosi», è ancora l’indicazione del professor Sergio Tanzarella. Il vero compito degli insegnanti «non è solo quello di aiutare a superare l’ignoranza, ve ne è uno più impegnativo che è quello di vincere il pregiudizio e la mistificazione». Una riflessione, dice Tanzarella citando grandi profeti spesso ignorati o messo all’angolo,che deve recuperare  la teologia della pace e della non violenza, guardando fuori alla porta del tempio per capire, come dice Francesco, che il «Vangelo va preso senza calmanti».

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