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martedì 23 luglio 2019
 
il caso
 

Niente chemio alla figlia malata di leucemia, andavano condannati quei genitori?

22/06/2019  Eleonora Bottaro è morta nel 2016 perchè padre e madre erano ricorsi a cure alternative a quelle scientifiche. Il Tribunale di Padova ha comminato una pena di due anni per omicidio colposo. Ma la potestà di padre e madre ha un limite? L'opinione di Alberto Pellai

(In alto: Eleonora Bottaro, morta nel 2016 di leucemia)

 

Sta facendo molto scalpore la decisione del Tribunale di Padova che ha condannato - a due anni ciascuno - i genitori di una minorenne ammalatasi di leucemia nel 2015, che hanno optato di rinunciare alla chemioterapia, per curarla con vitamine e cortisone, presidi non terapeutici in questo caso, che probabilmente ne hanno accelerato la morte. O che, quasi certamente, non hanno comportato alcun genere di “resistenza attiva” all’avanzare della malattia. E’ difficile commentare una notizia del genere. Come genitore so quanto sconcerto possa produrre in un padre e una madre una diagnosi infausta e come si resta confusi di fronte alle molte voci che ci possono avvicinare, in frangenti tanto complessi, e proporre metodi per affrontare la sfida tremenda che ci si para davanti. I genitori in questione si sono affidati ai principi del metodo Hamer, un metodo che rifiuta le scelte terapeutiche della medicina ufficiale e che è più volte finito sui giornali per i messaggi confusivi con cui vengono raggiunti i malati di tumore, cui viene, più o meno esplicitamente, rivolto l’invito a rinunciare alla chemioterapia, considerata soltanto tossica e non curativa. Si potrebbe dire che la scelta dei genitori di Padova, profondamente ideologica e non supportata da alcuna evidenza scientifica, ha impedito alla ragazza di poter sperimentare l’approccio terapeutico della medicina ufficiale, che, nel caso della patologia in questione, presenta notevoli probabilità di successo.

Sono da condannare questi genitori? La legge sta infliggendo nei loro confronti una pena ingiusta, considerato che loro per primi, vivono sulla loro pelle il tremendo dolore che deriva dalle conseguenze della loro scelta, che ha comportata la dipartita della loro ragazza? Oppure è giusto che ricevano un segnale chiaro che li renda consapevoli, in modo oggettivo, della pericolosità e del danno conseguente, procurato alla loro figliola? Io credo che i genitori – in generale - hanno la potestà sui propri figli fino a che essa viene esercitata e agita nella logica del migliore beneficio e della maggiore protezione del minore. Questo però non autorizza i genitori a fare ciò che vogliono, anche qualora pensino di agire per il miglior bene del proprio figlio. Un genitore che usa violente punizioni corporali per “educare” un figlio, da lui ritenuto troppo trasgressivo, può perderne la potestà. Un adulto che manda il figlio minore a lavorare invece che a scuola, può essere soggetto a restrizioni di legge nei suoi confronti, anche se ritiene che quella sia la cosa migliore per quel minore. Ovvero, la legge mette al primo posto la protezione del minore e dei suoi diritti. Chiede ai genitori di esserne i principali fautori e garanti, ma se così non fosse, il potere genitoriale sul minore può essere sospeso. Di fronte ad un figlio malato, il ruolo degli adulti è quello di garantirgli le migliori cure. Che sono quelle che hanno più elevata probabilità di garantirne la sopravvivenza e la qualità della vita. Noi medici siamo tenuti, per legge, ad offrire a chi ha bisogno delle nostre cure, il miglior protocollo terapeutico possibile. E non ce lo inventiamo. Bensì lo selezioniamo tra quelli che la letteratura scientifica indica. tra quelli disponibili – come il più efficace e adeguato in quello specifico caso, in base all’età, agli accertamenti diagnostici e alle condizioni cliniche che il paziente presenta.

Un minore non può scegliere le sue cure e solitamente vi aderisce su accettazione da parte dei suoi genitori del protocollo terapeutico proposto dai clinici. In questo caso i clinici dicevano una cosa, ma i genitori ne desideravano un’altra, rispondente alla loro visione della vita, della medicina e delle cure. Si tratta dello stesso conflitto che negli ultimi anni ha dominato il dibattito mediatico, in relazione all’obbligo vaccinale. Negli anni è cresciuto il numero degli adulti che, nonostante la scienza continui ad affermarne l’indubbio vantaggio per la salute della popolazione infantile, decidono di non sottoporre i loro figli alle vaccinazioni obbligatorie. Proprio in questi giorni, i media stanno parlando del caso di una decenne veronese che si trova in terapia intensiva per tetano, malattia per cui esiste un vaccino obbligatorio che è stato però rifiutato dai genitori. Essere genitori comporta spesso saper fare un passo indietro. Lasciare a chi ne sa più di noi, fare e decidere ciò che è meglio per i nostri figli. Che noi dobbiamo proteggere. Ma per i quali non siamo in grado di decidere cosa è meglio in campi che esulano completamente dai nostri campi di competenza. Il genitore dovrebbe essere l’esperto di educazione. E deve sempre fornire un consenso informato a ciò che viene deciso per il benessere e la protezione del proprio figlio. Che in quanto minore ha diritto di essere salvaguardato. A volte anche dai suoi stessi genitori, qualora essi mettano il proprio presunto diritto ideologico davanti al diritto di tutelare il miglior bene del minore.

Credo che sia questo il messaggio che si trova sotteso alla sentenza di Padova. Una sentenza che dovrebbe far riflettere noi genitori su quante volte pensiamo di saperne di più degli insegnanti, dei pediatri, degli educatori che, con la loro professionalità e competenza, si mettono al servizio del loro benessere. Se si tratta di persone oneste, profondamente motivate a lavorare con competenza e deontologia al servizio del bene dei minori a loro affidati, ciò che essi ci consigliano dovrebbe essere degno di sacro rispetto, da parte nostra. E non di ideologico rifiuto o di un’autoreferenzialità che può fare danni che a volte si rivelano addirittura irrimediabili.

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