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domenica 19 maggio 2019
 
Enti locali
 

Non hai i soldi per la Tarsu? Lavora per il Comune

25/09/2015  Per i cittadini morosi Milano lancia il “baratto amministrativo”. Lavori socialmente utili per estinguere l’arretrato fiscale. Sono già 100 gli enti locali che hanno fatto la stessa cosa. E’ una misura utile, secondo voi?

Uno spettro si aggira per l’Italia. Il baratto amministrativo. Non hai i soldi per pagare i tributi locali (multe auto, tasi, Ici, Tarsu)? Il Comune ti dà la possibilità di farlo lavorando per lui. Pulizia nei parchi o nelle strade, tutela di beni museali o archeologici, tanto per dire. E’ l’effetto della legge Sblocca Italia, (n. 164 del 2014) articolo 24. Che testualmente prevede: “Misure di agevolazioni della partecipazione delle comunità locali in materia di tutela a valorizzazione del territorio” e disciplina “la possibilità dei Comuni di deliberare riduzioni o esenzioni dai tributi a fronte di interventi per la riqualificazione del territorio da parte dei cittadini".

Sembrava dovesse restare tutto nell’ambito delle trovate da “amministrazione creativa”. Invece sono già oltre 100 i Comuni che, complice il taglio dei trasferimenti statali, il calo dei servizi locali e la morosità crescente della popolazione, hanno adottato (o stanno per farlo) questa forma di scambio. Da Sud a Nord, senza distinzione di colore di giunta, arrivano “baratti” da Siculiana (Agrigento) a Invorio (Novara), passando per Città di castello, Colonna, L’Aquila. Fino ad arrivare, ecco la notizia di oggi, a Milano. Prima grande città ad avviare l’esperimento.

Per accedere al programma, dal 2016 i milanesi morosi dovranno avere un reddito che non superi i 21 mila euro all’anno e un debito con l’amministrazione di almeno 1.500 euro. Sotto la regia dell’assessore al Bilancio Francesca Balzani e alla responsabile del Verde Chiara Bisconti, un tavolo tecnico fisserà entro dicembre i programmi di intervento che saranno “messi a bando” e offerti a chi deve “scontare” il proprio arretrato. E poi via con il baratto sul Naviglio. Con due precisazione da Palazzo Marino: controlli rigorosi sulle prestazioni e nessuna sovrapposizione con i servizi essenziali. Le prestazioni offerte dai “cittadini debitori” saranno aggiuntive rispetto a quanto il Comune deve assicurare in quanto ente pubblico.

C’è da giurare che il baratto farà discutere. Di certo dice alcune cose riguardo alla crisi. Dei Comuni, a corto di soldi. E dei cittadini, con una linea di povertà che come ha da poco mostrato Il Rapporto Caritas sul tema vede progressivamente alzarsi il livello di sofferenza: sono 4,1 milioni gli italiani che sono in condizioni di povertà assoluta, più che raddoppiati in 7 anni. La crisi è entrata nelle pieghe del quotidiano di ciascuno di noi. Direttamente o indirettamente. Se ben 100 Comuni chiedono il baratto non è da attribuire soltanto alla proverbiale italica inclinazione alla evasione,che riguarda soprattutto dichiarazioni dei redditi più gonfie. E’ da leggersi semmai come il dilatarsi di un impoverimento a macchia d’olio, sottile e impalpabile finché non emerge in termini di morosità. Fin quando non si traduce in una bolletta scaduta, in una multa che non si può più pagare.

Si può discutere e forse accadrà sulla opportunità di una misura del genere, sul carico di amor proprio e pudore che costringerà a superare, a volte con qualche sforzo. Ma di certo va visto “un indicatore statistico” del valore almeno pari a quelli su cui il Governo canta vittoria a intervalli regolai, a ogni “0,” di aumento dell’occupazione stabile, o della produzione industriale. Senza “fare i gufi”, ci sembra che il “baratto amministrativo” descriva un Paese che fatica a pagare le multe. Ed è disposto a tagliare l’erba dei parchi per riuscirci.

 
 
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