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domenica 21 ottobre 2018
 
 

Nozze Gay: toccherà anche all'Italia?

24/05/2013  Nozze Gay: può succedere anche in Italia?

Il Parlamento francese ha raggiunto il traguardo. Il 23 aprile scorso, con 331 voti a favore e 225 contrari, i deputati d’oltralpe hanno approvato definitivamente la legge che autorizza il matrimonio e le adozioni per le coppie dello stesso sesso. Le mariage pour tous (il “matrimonio per tutti”), questo il suo titolo, è un provvedimento che secondo i suoi  promotori "esprime un grande senso di civiltà e accoglienza".  Sono queste le premesse e i valori su cui ha lavorato Christiane Taubira, ministro della Giustizia, dando piena attuazione, tra l’altro, alla proposta n. 31 del programma elettorale con cui il presidente Francois Hollande ha vinto le elezioni presidenziali circa un anno fa.

Tuttavia, anche se la Francia risulta il 14° Paese al mondo ad aver adottato una normativa che equipara le coppie eterosessuali a quelle omosessuali, i francesi non la pensano tutti allo stesso modo. E per fortuna!

Dopo l’approvazione della legge, per esempio, il capogruppo dell’opposizione Ump, Christian Jacob, si è rivolto immediatamente al Consiglio costituzionale presentando un ricorso. Se, come ci si attende, l’eccezione di costituzionalità verrà rigettata e respinta, il presidente Francois Hollande potrà promulgare la legge e consentire la celebrazione delle prime nozze gay già a partire da metà giugno. La dura reazione di Jacobs, purtroppo, è solo una tra le tante che hanno accompagnato l’iter di approvazione di questa legge. Un percorso complesso e travagliato durato 7 mesi, i cui strascichi continuano ad alimentare dissensi ancora oggi.

Ma mai come in quest’ultimo periodo i toni hanno assunto il sapore degli scontri di civiltà. Il Paese, infatti, si è spaccato in due fronti. Da un lato, si sono schierati i sostenitori del mariage pour tous, dall’altro coloro che hanno alzato la bandiera dei valori tradizionali della famiglia. Persino i vescovi francesi sono scesi in campo pubblicando un documento sostenuto da un duplice fine: fare il punto sulla differenza tra matrimoni eterosessuali e unioni omosessuali e aprire il dialogo tra le diverse posizioni.

Le due “linee di pensiero” si sono poi tuffate nelle manifestazioni pubbliche. Hanno riempito le piazze delle principali città francesi per esprimere il loro punto di vista. E non hanno mai mollato. Ma l’approvazione definitiva della legge ha suscitato proteste sempre più accese e violente, che sono sfociate anche in tragici incidenti come quello del 21 maggio quando lo scrittore Dominique Venner si è suicidato all'interno di Notre Dame lasciando come motivazione la sua opposizione e protesta per le nozze omosessuali.
Nei prossimi giorni, fino al pronunciamento effettivo della Corte Costituzionale, è molto probabile che la tensione torni a salire.

Infatti nonostante il matrimonio gay sia ormai legge il 26 maggio a Parigi è  prevista un'imponente manifestazione organizzata dal movimento Manif pour tous. Gli organizzatori si attendono milioni di persone.

Ma le "mariage pour tous" non ha raccolto dissensi e opposizioni solo in patria. Anche all’estero ci si è mobilitati per esprimere la delusione rispetto alla legge approvata dal Parlamento francese. In tale direzione, decisa è stata la reazione di Putin che ha chiesto ai suoi deputati di escludere la Francia dalla lista dei Paesi che si rendono disponibili ad adottare i bambini russi abbandonati. Il motivo è semplice: il provvedimento legislativo varato a Parigi che permette matrimoni e adozioni alle coppie omosessuali. Per un Paese tendenzialmente omofonico che difende a spada tratta i valori della famiglia tradizionale non è semplice accettare un cambiamento di rotta così marcato. Al Governo francese, sempre meno apprezzato dai suoi cittadini, resta il compito trarre le conseguenze.

Simone Bruno

Il movimento che da gennaio scende in piazza a Parigi per protestare contro le nozze gay volute e approvate dal governo socialista di Françoise Hollande si chiama "Manif pour tous", "Manifestazione per tutti". Mai nome fu più azzeccato. Perché il fronte che si oppone alle nozze gay in Francia è un fronte ampio, variegato e trasversale. Se fosse solo una questione confessionale, con i cattolici impegnati in una lotta tradizionalista o di retroguardia, comunque minoritaria a detta di molti maîtres à penser, in questi mesi non sarebbero scesi in piazza milioni di persone, molte delle quali, va detto, con la Chiesa cattolica non hanno nulla a che vedere. Si tratta invece di uomini e donne con le più diverse visioni del mondo, di Dio e della spiritualità. Molti addirittura sono pure atei.
Certo, il primo a protestare contro il disegno di legge sul "mariage pour tous" che estende il matrimonio alle coppie omosessuali con la possibilità di adottare figli, è stato nel novembre scorso il cardinale di Parigi André Vingt-Trois. «A noi non interessa la Bibbia», disse il ministro della Giustizia Christiane Taubira firmataria della proposta. «La posta in gioco è una riforma di civiltà, riguarda l'uomo in quanto tale. E questo basta», aveva a sua volta risposto il cardinale. Da allora è stato un crescendo di adesioni al movimento che domenica 26 maggio torna in piazza per la quinta volta in pochi mesi per dire no a una legge che stravolge la natura dell'uomo, dei sessi e il concetto stesso di generare.

I cattolici non sono affatto isolati. Anzi. Accanto a loro, contro una legge giudicata ingiusta e contro l’arroganza del governo che si è rifiutato di rimettere una questione così delicata ai cittadini tramite referendum, sono scesi in campo non credenti, ebrei, musulmani, atei, capi di altre religioni, associazioni gay, ex ministri socialisti, associazioni femministe, semplici cittadini, giuristi, antropologi e filosofi. Tutti clericali? Tutti soggiogati dalle gerarchie cattoliche? Semplicemente considerano un errore il matrimonio tra omosessuali e lo stravolgimento del diritto di famiglia con l'abolizione dei termini "padre" e "madre", sostituiti da "genitore 1" e "genitore 2".

«Sbagliato farci sposare e adottare figli»
- Anzitutto, non è affatto vero che tutti gli omosessuali francesi sono d’accordo con la legge approvata dall’Assemblea francese. I dissidenti per farsi sentire si sono persino riuniti in due associazioni, "Homovox" e "Plus gay sans mariage", fondato dall’ateo Xavier Bongibault. 
Chi sostiene che manifestare il proprio dissenso nei confronti delle nozze gay equivale ad essere omofobi è servito. La portavoce di Homovox Nathalie de Williencourt ha spiegato il motivo per cui sono scesi in piazza: «È importante capire che in Francia nella legge non ci sono distinzioni tra il matrimonio e l’adozione: tutte le coppie sposate hanno il diritto di adottare. Quando si propone il matrimonio per gli omosessuali, esso comprende automaticamente l’adozione. Non c’è divisione come in altri paesi europei. Noi crediamo che i bambini abbiano il diritto ad avere un padre e una madre, possibilmente biologici, che possibilmente si amino. Un figlio nasce dal frutto dell’amore di suo padre e di sua madre e ha il diritto di conoscerli».
E ancora: «Non vogliamo essere trattati come gli eterosessuali», ha detto Williencourt, «perché siamo diversi: non vogliamo uguaglianza, ma giustizia. In Francia ci censurano, si ascoltano sempre le lobby Lgbt, parlano sempre loro nei media, ma la maggior parte degli omosessuali sono amareggiati dal fatto che questa lobby parli a loro nome, perché non abbiamo votato per loro e non ci rappresenta».
Alcuni esponenti di "Homovox" sono intervenuti anche alla Manif pour tous del 5 maggio scorso. «Sono omosessuale», ha detto Jean-Pierre, «e ho una vita di coppia in regime di Pacs (l'unione civile che in Francia esiste dal 1999, ndr). Sono qui perché ogni bambino ha diritto ad avere un padre e una madre. Perché non voglio che le donne siano ridotte a macchine per produrre figli per coppie di uomini. Perché non voglio che i figli dell’eterologa passino la vita alla disperata ricerca delle loro radici. Non ogni amore è fatto per il matrimonio. È l’amore incarnato nella differenza dei sessi che fa il matrimonio. Grazie, a nome degli omosessuali, per essere qui a difendere il reale!».  

Dai leader religiosi ai giuristi - Contro la legge ha protestato il Gran Rabbino di Parigi Gilles Bernheim, autore di un bel documento citato anche da Benedetto XVI nel suo discorso di Natale alla Curia romana, il presidente del Consiglio francese del culto musulmano Mohammed Moussaoui, Frigide Barjot, portavoce del "Collectif pour l'humanité durable", la socialista Laurence Tcheng, dell'associazione "La gauche pour la mariage républicaine".
In un’intervista ad Avvenire, il filosofo Rémi Brague, docente a Parigi e a Monaco di Baviera ha detto: «La maggioranza dei difensori della legge sono animati da buoni sentimenti, come il desiderio di uguaglianza o la compassione verso persone a lungo disprezzate. Ma la legge ha una sua logica interna. Autorizzare l’adozione per le coppie omosessuali, dunque necessariamente non feconde, conduce inevitabilmente alla procreazione artificiale (detta "assistita dalla medicina") e all’affitto dell’utero (chiamato "gravidanza surrogata"). Il bambino diventa in tal modo un oggetto che si fabbrica e compra, un bene di comodo al quale si "ha diritto"».

Critico anche il Consiglio di Stato francese che ha dato il suo parere tecnico sulla legge: «La filiazione», hanno scritto i giuristi, «è un elemento di identificazione per ciascun individuo sul piano biologico, sociale e giuridico. Lo stato civile ricostruito in questo modo evidenzierà, nel caso di coppie omosessuali, la finzione giuridica sulla quale riposa questa filiazione». Tradotto: se un bambino viene adottato da una coppia omosessuale, non si potrà certo dire che quel figlio discende da loro.
Contro la legge è scesa in campo anche la filosofa femminista Sylviane Agacinski, moglie dell'ex premier socialista e protestante Lionel Jospin. Consentire le adozioni alle coppie gay o l’accesso alla fecondazione assistita per avere un figlio, ha detto la studiosa, implica «una finzione di concepimento desessualizzato che non è verosimile» ma «rischiano di imporre il diritto di occultare l’altro sesso nel concepimento di questi bambini e di impedire loro di avere accesso alla propria reale origine». Bambini che «non sono rappresentati politicamente ma dei quali si devono difendere i diritti».

Alle manifestazioni di questi mesi i cattolici erano semplicemente mescolati al corteo. Non hanno innalzato simboli religiosi ma hanno sfilato con palloncini colorati e cartelloni insieme a migliaia di altri cittadini scesi in piazza con la Costituzione repubblicana e il Codice civile.
«Il fatto che tanti non credenti condividono la stessa posizione antropologica del mondo cattolico dimostra che, come ci insegna il Beato John Henry Newman, la Chiesa difendendo la cultura cattolica salvaguarda la cultura "tout court"», ha detto il cardinale francese Paul Poupard commentando le manifestazioni. È esattamente quello che sta succedendo in Francia in questo momento.

Antonio Sanfrancesco

Abbiamo chiesto una riflessione al giudice Giuseppe Anzani, Presidente emerito del Tribunale di Como e vicepresidente del Movimento per la vita, in merito all’ipotesi di apertura del matrimonio alle coppie omossessuali anche per quanto riguarda il nostro paese.

- Giudice Anzani, dopo la Francia è la volta del’Italia?


«Credo di no. Non solo riguardo alle ragioni della nostra storia, della cultura e del costume, del modo di sentire radicato e motivato ma anche, direttamente, per ragioni giuridiche. Nella Costituzione italiana sono riconosciuti i “diritti della famiglia come società naturale”, e dunque la famiglia - nel suo essere qual è secondo la sua natura - antecede le definizioni giuridiche, anzi le detta essa stessa. E subito dopo il riconoscimento, investe il matrimonio come “fondamento” di quella famiglia che è stata riconosciuta, cioè ravvisata e recepita nell’ordinamento. L’ordinamento, insomma, si pone come una “copia dal vero”».

- Però non troviamo scritto “uomo e donna”, “maschio e femmina”.


Perché non ce ne era bisogno, essendo naturale nella mens legis il senso del paradigma descritto come “società naturale”. Cerchiamo di essere seri. I problemi delle coppie gay vanno anch’essi presi seriamente, ma non storpiamo le cose. La Corte costituzionale, investita della questione se “il divieto di matrimonio fra persone dello stesso sesso” contrasti con la Costituzione, ha detto chiaramente di no, con la sentenza n. 138 del 2010. “Le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio“, ha scritto. Nessuna violazione dell’uguaglianza, dunque, per vicende non paragonabili.

- Si richiamano però, a volte, le regole “europee”.

«Le regole dedicate alla famiglia, nell’Unione europea, stanno nella cosiddetta “Carta di Nizza”, divenuta parte integrante del Trattato di Lisbona. L’articolo 9 dice che “il diritto di sposarsi e il diritto di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l’esercizio”. E’ dunque la legge nazionale che detta la disciplina, e quella italiana è chiara, è semplice, naturale, e ha un fermo presidio costituzionale. Anche rispetto alle norme CEDU non vi è da noi nessuna distonia, di fronte all’art. 12 che dispone che “uomini e donne in età maritale hanno diritto di sposarsi e di formare una famiglia secondo le leggi nazionali regolanti l’esercizio di tale diritto”. Proprio questi raffronti sono stati contemplati dalla nostra Corte Costituzionale».

- Perché non copiare le norme di altri Paesi, che ammettono il matrimonio gay?

«Costruire uno “spazio giuridico uniforme” ha alcuni vantaggi, in senso generico. Ma dipende dai contenuti: non è la stessa cosa uniformare la giusta soluzione o uniformare l’errore. Questo impedisce non solo di esplorare le risposte razionali al "perché questi sì e questi no", ma anche di considerare che se il sì per alcuni fosse una smagliatura sul piano dei valori, l’estensione sarebbe una dilatazione dell’errore. E all’interno della ricerca della soluzione giusta, non è l’omogeneità in sé a far giustizia ottusa (a ciascuno la stessa cosa) ma il discernimento reale (a ciascuno il suo)».

- Ma le coppie gay, così, non restano discriminate?

«Non vanno discriminate. Restano differenti. Le differenze costituiscono le ragioni assennate del diritto appropriato, coerente, in vista dell’interesse giuridico e umano preminente. Se vi sono esigenze di tutela di aspettative meritevoli, e di solito si parla di assistenza, di diritto successorio, di vantaggi nel campo del welfare mentre più raramente di limitazioni che su altri piani derivano da un regime giuridico para-familiare, i problemi possono essere risolti alla stregua del diritto civile comune, con opportuni accorgimenti. Il matrimonio resta altra cosa».

                                                                                        Alessandra Turchetti

A Milano il primo giorno d'apertura dell'Ufficio delle Unioni civili.
A Milano il primo giorno d'apertura dell'Ufficio delle Unioni civili.

Grande clamore, ma poi di sostanza poca o quasi nulla. A guardare la storia dei registri sulle unioni civili in Italia e in particolare l’aspetto del riconoscimento in qualche forma delle unioni dello stesso sesso, questo è quanto emerge.

Numeri piccoli, una storia di pochi. E lì dove l’iniziativa è nata proprio per battaglie “di non discriminazione” si registrano proprio i piu’ clamorosi insuccessi.

Due anni fa il registro delle coppie di fatto a Milano: grandi battaglie in aula, il rischio serpeggiante di spaccatura nella maggioranza di centro sinistra – la giunta arancione di Pisapia - tra la componente laica piu’ oltranzista e quella cattolica che mirava a una mediazione. Con l’arcidiocesi che frenava e metteva in guardia sull’inutilità di un simile provvedimento.

Poi lo zampino audace del sindaco Pisapia mise a posto tutto. E il registro passò in piena estate. Tra le prime unioni registrate quelle di due uomini, il giornalista Paolo Hutter e il suo compagno e di due donne, di cui una era la figlia di Vecchioni. Risultato? Ad oggi ad essersi iscritte sono solo 481 coppie. Di queste, 85 sono composte da due uomini, 46 da due donne.

Vero colpo di mano quello accaduto in due Municipi di Roma, il primo e l’undicesimo. Qui con una maggioranza di sinistra e l’astensione dell’Udc sono passati due registri: quello delle coppie di fatto e quello sul testamento biologico. «I numeri li abbiamo chiesti ma fanno melina» commenta l’assessore comunale alla famiglia Gianluigi De Palo.

Bologna è da sempre città in cui il movimento omosessuale ha trovato accoglienza. Di tre mesi fa la provocazione: 78 coppie gay hanno inscenato un provocatorio matrimonio al circolo Arci del Cassero. E dire che qui le cose si fan sempre da antesignani, ma non è detto che riescano: il registro per le unioni di fatto c’è da ben dodici anni, ma non si è iscritto quasi nessuno.

Francesca Lozito

Padre Luigi Lorenzetti
Padre Luigi Lorenzetti

Non giova alla giusta causa delle persone omosessuali equivocare il pensiero della Chiesa. In base al Vangelo, trasmette l’annuncio dell’incommensurabile dignità della persona umana, eterosessuale o omosessuale che sia. L’annuncio si fa inevitabilmente denuncia di ogni forma di discriminazione, emarginazione e offesa. È doveroso superare antichi pregiudizi che hanno relegato l’omosessuale nell’ambito del peccato, della perversione, della follia e della malattia.

In questa prospettiva, I movimenti omosessuali hanno il merito di riportare all’attenzione pubblica molteplici problematiche sociali e culturali che accompagnano la condizione dell’omosessuale, e di denunciare le ingiustizie e la violazione dei diritti umani nei diversi ambiti della vita sociale. D’altra parte, occorre senso critico per distinguere le giuste rivendicazioni da quelle ideologiche, come il diritto al matrimonio e all’adozione.

Il matrimonio tra uomo e donna, che fonda la famiglia, è un’altra realtà. Non giova a nessuno - nemmeno ai gay e alle lesbiche - confondere realtà che sono oggettivamente diverse. Altra cosa è, invece, aggiornare il codice civile per riconoscere i diritti individuali dei conviventi, come garantire l’assistenza sanitaria in caso di malattia, la reversibilità della pensione, la successione nella locazione della casa, ecc.

A riguardo dell’adozione, il criterio primario da seguire non è il desiderio dell’adulto, ma il bene del minore. Se difficoltà si verificano anche da parte della coppia eterosessuale, queste si accrescono nel caso della unione omosessuale. Il minore per crescere ha bisogno, secondo le acquisizioni delle scienze umane, di due genitori maschile/femminile e non di due padri o di due madri. Tanti minori, di fatto, sono in condizioni proibenti la loro crescita psicologica e umana, ma questo non giustifica introdurre, per legge, scelte e decisioni così cariche di problematicità.

La difesa della giusta causa delle persone omosessuali si costruisce con il dialogo e il confronto tra laici e cattolici. Si tratta, infatti, di questioni umane e non religiose (confessionali). Di certo non la si difende con forme di fanatismo e di esibizionismo.

Luigi Lorenzetti

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