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Occupy Hong Kong: i ragazzi di don Mella

04/10/2014  Da 40 anni a Hong Kong, padre Mella conosce bene la ragioni della protesta e i ragazzi che la animano. E qui ci racconta...

Padre Franco Mella tra i ragazzi di Occupy Hong Kong (foto Giannella/Maruzzelli).
Padre Franco Mella tra i ragazzi di Occupy Hong Kong (foto Giannella/Maruzzelli).

"Questa rivoluzione viene da lontano, da Piazza Tiananmen, e per andare lontano deve entrare nell'ottica di uscire dai confine di Hong Kong e aprirsi a tutta la Cina, all'Asia, ai milioni di giovani in cerca della democrazia". Kam Chai, per gli italiani padre Franco Mella (nato a Milano nel 1948), sorride davanti a un piatto di spaghetti in salsa cinese, il suo primo pasto di questa lunga giornata passata a confortare i detenuti nelle carceri di Hong Kong, come fa ogni giovedí da anni.

Sono le sette di sera, fra poco ci incammineremo insieme verso il centro della città, il quartiere di Admiralty dove il movimento degli studenti insieme a migliaia di semplici cittadini, riuniti nel movimento di disubbidienza civile Occupy Hong Kong, sta convergendo intorno ai palazzi governativi in attesa dello scadere dell’ultimatum di mezzanotte che poi, con sollievo di tutti, si risolverà nel primo confronto ufficiale verbale tra il governo di Hong Kong e i leader dei movimenti scesi in piazza venerdì 26 settembre.

Kam Chai risponde al telefono in cantonese e ci riporta in diretta le ultime notizie dagli avamposti dei preti e dei missionari italiani a Hong Kong in questa difficile settimana di tentata rivoluzione. "Tutto tranquillo", ripete. Quando ci siamo sentiti lunedì mattina, il giorno dopo il lancio dei gas lacrimogeni contro gli studenti inermi, aveva detto: "Sono in giro per la città a controllare che i ragazzi stiano tutti bene".

"Che stiano tutti bene" potrebbe essere, in sintesi estrema, la missione continua di Padre Mella durante i suoi 40 anni di permanenza a Hong Kong. Quest’uomo grande, dallo sguardo sereno e vigile, è infatti il maggiore esperto italiano di diritti civili nella ex colonia britannica, dove è atterrato diciottenne, appena ordinato prete, con i missionari del Pime. "Nel 1974, finito il seminario, chiesi di partire per la Cina. Mi affascinava la teoria della rivoluzione maoista. Volevo imparare il cinese, viaggiare. Conoscere quella che già allora era l'area del mondo dove il futuro stava muovendo i primi passi".

Mao è rimasto uno dei suoi punti di riferimento, insieme a Don Milani e a Enzo Jannacci (Padre Mella non si sposta mai senza la sua fedele chitarra): "Mao diceva che chi si mette contro gli studenti non può che perdere. Come è possibile che Pechino se lo sia già dimenticato? Il più grande errore che le autoritá hanno commesso in tutta questa storia é la mancanza di dialogo. Il dialogo è l'unica soluzione: devono scendere in piazza, mandare la loro gente a parlare con i ragazzi. Non hanno nulla da temere e nessuno di loro potrá capire se non smettono di guardare tutto quello che sta succedendo dall'alto delle loro finestre di vetro specchiato".

La prima apertura al dialogo arriverà proprio a mezzanotte del 3 ottobre, quando il governatore di Hong Kong Leung Chung-Ying deciderà di trattare con i leader degli studenti, che avevano minacciato di occupare i palazzi governativi se non si fosse dimesso. "Non me ne andrò", dichiareraà durante una conferenza stampa, in una situazione di tensione generale altissima (la domenica precedente, un’altra conferenza stampa era stata indetta appena prima del lancio di ben 87 candelotti lacrimogeni contro la folla). "Non mi dimetto ma siamo pronti a discutere con voi nei termini della Basic Law".

Queste poche parole e il riferimento agli accordi presi dalla Repubblica Popolare Cinese con il Regno Unito alla firma del tratto di handover nel 1997 (secondo i quali, con la riconsegna dell'ex colonia britannica alla Cina Hong Kong rimarrebbe libera e indipendente da Pechino fino al 2047) basteranno a calmare gli animi e a spostare in là la linea della trattativa.

"La trattativa andrà avanti per mesi", prevede Padre Mella. "Questa è stata solo una forte ondata di protesta che si andrà piano piano esaurendo nelle prossime settimane per poi tornare a intervalli regolari finchè le cose non comincerano a cambiare veramente". E perchè cambino ci vorranno anni. Forse, almeno due. Nel 2017, infatti, è previsto il termine per l'introduzione del suffragio universale che porterebbe finalmente al sistema di "una persona, un voto", fino a oggi inesistente. Il governatore è infatti oggi eletto da un comitato di 1200 grandi elettori scelti da Pechino tra le personalità locali, tra gli "amici della Grande Cina". Occupy Central, gli studenti e i cittadini di Hong Kong (riuniti nel nuovo, grande movimento di Occupy Hong Kong) chiedono che il suffragio universale risponda a "standard democratici internazionali" e non, come ora previsto dalla riforma elettorale in corso, potendo scegliere solo tra una rosa di candidati indicati esclusivamente da Pechino.

"Che democrazia sarebbe?", chiede Padre Mella, ripetendo una domanda che rimbalza su tutti i social network da una settimana. Facebook, Twitter, Instagram, le chat: tutta Hong Kong ha cominciato a fare rete su qualsiasi piattaforma per mantenere viva la protesta ma anche portare sollievo e ristoro ai manifestanti. "Su Wazzup si sono spontaneamente creati diversi gruppi di preghiera tra ragazzi e continuano a crescere", spiega Padre Mella mostrandoci la lunga successione di messaggi sul suo telefono. "Organizzano incontri, preghiere, perfino messe tra i manifestanti. Mi hanno chiamato a dire messa proprio domenica mattina, prima che la situazione precipitasse. Sono arrivato ad Admiralty, davanti all'ingresso del palazzo del Governo. C'era un gruppo di quasi 700 studenti cattolici che si era accampato a pregare dalla sera precedente insieme al Cardinale Joseph Zen, che alle prime luci dell'alba stava seduto in un angolo cercando di riposare un po'. Avevo la mia valigetta per dire messa in giro, mi capita spesso qui a Hong Kong. Tra gli studenti, ho notato la presenza di Jimmy Lai, il proprietario dell'Apple Daily (il quotidiano filodemocratico che ha da subito sostenuto e cavalcato il movimento di Occupy Central: Lai ha anche fatto cospicue donazioni e, apparentemente per questo, la sua casa e i suoi uffici sono stati recentemente perquisiti dalla polizia in cerca di prove di una sua presunta corruzione, ndr). Lai ha preso la comunione".

Quella domenica le cose precipitano. "Nessuno se lo sarebbe aspettato. Anche se durante le elezioni del governatore, nel 2012, i tre candidati avevano tenuto un discorso al comitato dei 1200 grandi elettori. In quello di Leung Chun-ying c'era un riferimento preciso: se fosse stato eletto, in caso di disordini avrebbe usato le bombe lacrimogene". E così, in effetti, è stato. "Il comandante della polizia si è preso la responsabilità della decisione di attaccare gli studenti", precisa Padre Mella, "ma è molto probabile che l'ordine sia arrivato direttamente dall'alto".

Ed è stato, col senno di poi, un errore strategico. "Nel giro di poche ora il tam tam dei ragazzi ha portato tutti in piazza, anche coloro che non ci avevano pensato prima. Le chiese si sono aperte per dare aiuto e ristoro, i gruppi di conforto e preghiera sono aumentati. Molti cristiani che si erano limitati a sostenere il principio da distanza hanno capito che non avevano altra scelta, ora, se non quella di manifestare solidarietà a chi manifestava pacificamente e veniva attaccato".

Dopo i lacrimogeni arrivano ad Admiralty anche "i quattro del Pime", come li chiama Padre Mella: "Cioè io, Giorgio Pasini, Luigi Bonalumi e Luigi Cantoni. Andiamo con l'intento di stare in mezzo alla gente e aiutarla a riflettere. A parlare con gli studenti e a cercare di indirizzare i loro obbiettivi sul lungo periodo. Perché, Padre Mella ne è certo, "questa lotta non avrà vita breve, non porterà a risultati immediati. Devono avere pazienza, capire che ci sarà una serie di ondate nei prossimi due anni e che per essere sempre più forti hanno bisogno di aprire ai giovani al di fuori di Hong Kong. Devono fare fronte comune con i giovani cinesi. Questa è una rivoluzione che è cominciata nel 1989 con i fatti di Tiananmen, loro sono i figli di quel movimento e devono riportare la speranza di un cambiamento anche ai loro fratelli cinesi".

In Cina, intanto, per i primi tre giorni di protesta i mezzi di informazione hanno ignorato del tutto cosa stava accadendo a Hong Kong. Con mirabolanti acrobazie, l'agenzia di stato Xinhua e la Cctv hanno scritto e mandato in onda speciali sugli argomenti più disparati: dal compleanno di Confucio al 65 esimo anniversario della Repubblica Popolare Cinese (che cadeva, appunto, mercoledi primo ottobre) senza mai sfiorare la notizia che, da Hong Kong, è invece rimbalzata sulle prime pagine dei giornali in tutto il mondo. Persino i commentatori finanziari non hanno contestualizzato le performance della borsa di Hong Kong, in discesa nei primi giorni della settimana per l'incertezza creata dagli scontri.

"Ma la comunicazione con la chiesa in Cina non credo sarà un problema questa volta", sorride Kam Chai. "Proprio questa settimana avevamo 70 tra preti e suore in visita dalla Grande Cina. C'erano, erano qui, hanno visto tutto. E hanno raccolto anche le parole del Cardinale John Tong Hon: il governo deve rispettare le idee degli studenti, non deve usarli".

Cosa succederà se la protesta continuerà abbastanza a lungo, anche se a intervalli, qui a Hong Kong? "L'obbiettivo è la democrazia, ma bisogna comunque tenere alta la soglia di attenzione. Oggi sono tutti uniti. Domani, quando speriamo si formerà il primo vero governo democratico, cominceranno a farsi sentire le spaccature già presenti nel movimento. Non esistono buoni o cattivi. Ci sono anche esponenti del partito democratico che nel passato, per esempio, si sono schierati contro la chiesa nella lotta per i diritti civili delle minoranze etniche. Bisognerà continuare a vigilare, a pregare, a fare riflettere".

"Don Milani", conclude Kam Chai raccogliendo le sue carte dal tavolo, prima di incamminarci verso i suoi ragazzi in quella che si prepara a essere una delle notti più lunghe di Occupy Hong Kong, "lo spiegava bene nella sua lettera al compagno Pipetta: 'Il giorno che avremo sfondata insieme la cancellata di qualche parco, installata insieme la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordatene Pipetta, non ti fidar di me, quel giorno io ti tradirò. Quel giorno io non resterò là con te. Io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso".

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Hong Kong, gli studenti sfidano la polizia
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