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sabato 25 maggio 2019
 
 

Oltre la siepe... c'è la Calabria

29/05/2012  Katia Stancato, membro della Giunta della Camera di commercio di Cosenza, è portavoce del Forum regionale del Terzo settore: il suo libro è un inno ai conterranei solidali

Mafie e volontariato  

«Episodi di violenza come quello di Brindisi acquiscono lo stato di incertezza e di paura in cui versa il Paese. E la crisi economica è solo un aspetto di un decadimento più generale in cui stanno crollando i valori, i modelli, le prospettive. Siamo tutti un po' più interessati a difendere i nostri piccoli interessi personali e ci apriamo sempre meno. Ma da questa situazione usciamo solo se stiamo insieme, solo se si innesca quella giusta coesione sociale il cui collante non può che essere la solidarietà. È qui che il Terzo settore entra in campo: deve essere promosso, sollecitato, rendendo i giovani nuovamente protagonisti nell'associazionismo, nella cooperazione, nelle iniziative sulla legalità». Katia Stancato è nata e vive a Cosenza dove è da sempre impegnata nel volontariato al cui servizio ha messo anche la sua laurea in Economia: a soli 23 anni è stata nominata presidente di Confcooperative, oggi è componente della Giunta della Camera di commercio della sua città ed è portavoce del Forum regionale del Terzo settore. "Oltre la siepe" (edizioni Rubbettino) è il racconto corale della sua terra: storie di uomini e di donne che con i loro sogni e la loro determinazione hanno creato un circolo virtuoso di energia positiva grazie alla quale la Calabria può e deve dimostrare di essere altro rispetto ai fatti di cronaca che riportano i media, tra malasanità e criminalità organizzata. In questa lunga intervista, prendendo spunto dall'attualità, ci racconta come il suo Sud, a partire dai giovani e dal Terzo settore, sta provando a invertire la rotta.

 

Che idea si è fatta dell'attentato di Brindisi?

«Ammesso e non concesso che sia di stampo mafioso, non credo sia un caso che sia coinciso con il passaggio della carovana antimafia promossa da "Libera" e "Arci" proprio in quella città. Ma l'importante è questa non si sia fermata cotninuando il suo eprcorso prima in Sicilia e poi proprio da noi, in Calabria, passando da Lamezia Terme, Reggio Calabria e Crotone, in quei territori in cui nei mesi scorsi si sono susseguiti gli atti di intimidazione, più o meno violenti».

 

Ma perché il mondo del volontariato dà così fastidio alla mafia?

«Non certo per i soldi. Invece, si accanisce contro la scuola, il Terzo settore e in generale contro tutte quelle energie positive che in territori difficili stanno prendendo forma spontaneamente. È la libertà a spaventare la criminalità organizzata che ha invece come interesse primario quello di creare dipendenza nel tessuto sociale. Dipendenza dai suoi traffici, dai suoi giri, per soggiogare la società civile e soddisfare il bisogno di lavoro che indubbiamente c'è ed è una vera piaga. La soluzione, dunque, è creare un'alternativa economica e sociale attraverso il lavoro così come in passato ha provato a fare monsignor Bregantini nella locride, e oggi propongono don Giacomo Panizza con "Progetto Sud" nell'area di Lamezia Terme e don Pino de Masi nelle terre confiscate alla mafia nella piana di Gioia Tauro con la cooperativa Libera. Ma non solo loro: ci sono tanti altri buoni esempi di resistenza nelle parrocchie locali e nel laicato cattolico».

 

Come si può creare sviluppo in Calabria?

«La combinazione ideale è connettere il talento umano, straordinario, con la vocazione dei nostri territori. Non ci dobbiamo inventare proprio niente: basta valorizzare l'uomo e quella terra che troppo spesso maltrattiamo e deturpiamo quando invece potrebbe essere fonte di ricchezza per molte persone».

Un motore chiamato gioventù

La sensazione che si respira leggendo le cronache è che si stia veramente muovendo qualcosa tra i giovani, una sorta di "primavera del Mezzogiorno" come l'ha definita qualcuna che richiama le rivoluzioni che hanno investito un anno fa i paesi del Nord Africa. Ce lo conferma? Sono loro il motore del cambiamento?

«È ovvio che c'è un discorso di energia, di freschezza. Ma non solo, hanno una formidabile capacità innovativa: i nostri ragazzi sanno usare in maniera eccezionale tutti gli strumenti che la tecnologia mette loro a disposizione e attraverso questi comunicano, tengono alta l'attenzione, si confrontano. Il fatto che, a differenza dei loro genitori, abbiano l'opportunità di essere connessi con il mondo li rende più pronti. Poi, va detto, bisogna anche fare i conti con i dati che ci dicono che nel 2010 130 mila persone, di cui il 70% giovani professionalmente preparati e con un alto livello di istruzione, hanno lasciato il Mezzogiorno ma non come spesso si crede verso il Settentrione ma piuttosto verso l'Europa e gli Stati Uniti».

In quest'ottica, che tipo di impegno è legittimo pretendere dalle aziende?
«Intanto va dato merito alle attività che l'università della Calabria sta portando avanti ma che senz'altro vanno intensificate con il coinvolgimento e l'apporto delle associazioni di categoria e delle camere di commercio affinché sia sempre più stringente il rapporto tra la formazione che segua lo sviluppo economico. Non sono mai abbastanza i programmi educativi, formativi, integrativi alla didattica attraverso cui i protagonisti dell'impresa sociale e non, profit e non profit, raccontino che un'altra Calabria è possibile basata non solo sul posto ma sull'autoimprenditorialità».

Ci racconta un modo in cui si può dare credito, sia economico che di motivazione, ai giovani?
«Le faccio un esempio: il "seminatore" è un'iniziativa della banca di credito cooperativo con la Diocesi che insieme hanno istituito un fondo il cui garante morale è il parroco. Semplice ed efficace il funzionamento: il giovane che ha un'idea e vuole metterla in pratica si reca dal parroco, una figura che lo conosce bene e può guardarlo negli per valutare quanto impegno e quanta serietà è disposto a mettere in campo. Una volta orientato, il giovane può recarsi allo sportello della banca di credito cooperativo per entrare più nel dettaglio dell'operazione: qui incontra dei volontari della Pastorale del lavoro che lo accolgono e cercano di fargliela tradurre in operatività. Piccole cose, sia chiaro, ma significative e gratificanti che vanno raccontate soprattutto in un momento così difficile in cui si fatica ad avere fiducia». 

Questa terra stupirà l'Italia

  

Passiamo al suo libro: perché per il titolo ha scelto l'immagine della siepe?

«La siepe per me rappresenta un ostacolo oltre il quale c'è una Calabria che può stupire l'Italia, una Calabria che non è ultima nelle classifiche economiche ed è prima in umanità. Può essere una risorsa per tutti. Sono sette racconti che ovviamente non sono esaustivi della bellezza della mia terra ma che sono rappresentativi di tutti i settori produttivi, anche nelle zone più complicate. C'è una regione che non chiede ma è disposta a dare, che non dipende dal resto del Paese ma contribuisce ad arricchirlo. E poi c'è un filo rosso che unisce tutte le esperienze che ho raccontato rappresentato dalla fede che dà valore all'impegno di ciascuno. Paradossalmente proprio perché gli animatori delle storie sono uomini e donne di chiesa, le imprese che raccontano sono piene di laici e così contribuiscono ad una religiosità civile della nostra società in una visione etica e non morale».

Ha una storia "preferita"?
«È impossibile scegliere anche perché con molte delle persone di cui ho parlato nel libro si è intrecciata la mia vita privata e professionale. Quella che conoscevo di meno, forse, è la missione di suor Tiziana Masnada, i cui destini si sono uniti a quelli di altre due donne, Giusy Brignoli e Susanna Scofano. Mi piace perché si tratta di una piccola storia di un grande amore per la Calabria. Siamo a Scarcelli, piccola frazione del comune di Fuscaldo, sulla costa tirrenica cosentina: dal loro impegno e dalla loro passione sono scaturiti nuove occasioni di incontro, di integrazione e di lavoro per tutta la comunità. È curioso che sia suor Tiziana sia Giusy siano bergamasche trapiantate: due donne che hanno fatto il "percorso inverso", folgorate dalla bellezza della Calabria e capaci di amarla come neppure alcuni calabresi dimostrano di saper fare. Queste donne hanno dato vita a un centro di aggregazione giovanile, poi alla cooperativa sociale Il Segno impegnata nell'agricoltura sociale con cui hanno riportato in vita un campo abbandonato per oltre 30 anni del comune di Paola. La loro è una battaglia soprattutto contro i pregiudizi e le arretratezze: queste sono la dimostrazione di come sia possibile contrastare la politica dell'accontentarsi tipica delle nostre parti».

In quale circuito finiscono i prodotti della cooperativa?
«A migliaia di chilometri di distanza. I primi "beneficiari" infatti sono i Gruppi di acquisto solidale del bergamasco, come dicevo prima terra d'origine di suor Tiziana e Giusy. Quindi, mi viene da pensare, l'Italia sulle cose concrete è più unita di quello che ci vogliono far credere».

Negli ultimi mesi il protagonismo delle donne del Sud è diventato un fenomeno potente. Come lo vede "dal di dentro"?
«La verità è che la loro centralità è frutto di enormi sacrifici. Il problema dell'occupazione femminile è grave: una donna su tre lavora mediamente un'ora in più per guadagnare il corrispettivo di un collega uomo con medesime competenze e qualifica. Una volta tornata a casa, però ricade sulle sue spalle il 70% del lavoro domestico. A questo si aggiunge la rete dei disservizi che frena l'occupazione femminile: molte donne in Calabria rinunciano a lavorare perché devono occuparsi di qualcun altro, che sia un figlio o un anziano genitore. Sia chiaro, il welfare informale, di "vicinato", è una risorsa, ma con maggiori e migliori servizi le nostre donne sarebbe più libere per cercare o creare lavoro. Quando il protagonismo delle donne diventa reale, i risultati ci sono: solo in termini di istruzione hanno superato gli uomini laureandosi in numero superiore».

(nella foto, Katia Stancato)

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