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giovedì 27 aprile 2017
 
Intervista al Nobel
 

Pamuk: "La Turchia merita l'Europa, ma deve rispettare la libertà di parola"

11/12/2015  Il Paese in mano a Erdogan, la repressione dei media, la questione dei profughi, il rapporto con l'Europa: nostra intervista con lo scrittore turco, vincitore del Premio Nobel per la letteratura nel 2006. Il suo nuovo romanzo "La stranezza che ho nella testa", pubblicato da Einaudi, ha come sfondo le strade e la gente di Istanbul.

“Lo dico a lei, come l'ho detto a tutti i miei amici: non mi interessa sapere se le è piaciuto il libro, io voglio che le sia piaciuto Mavlut”. Orhan Pamuk, 63 anni, lo scrittore turco vincitore nel 2006 del Premio Nobel per la Letteratura sembra davvero molto affezionato a Mevlut, il personaggio protagonista del suo nuovo libro La stranezza che ho nella testa.

Pubblicato da Einaudi con la traduzione di Barbara La Rosa Salim, il romanzo, lungo e complesso, racconta la storia di Mevlut, venditore ambulante di yogurt e boza (una tipica bevanza turca, leggermente alcolica), che nel 1969 lascia il suo villaggio per trasferirsi a Istanbul.
 
Pamuk, la stesura di questo romanzo ha richiesto sei anni. Come mai così tanto tempo?
 “Perché il libro è basato su molte ricerche. Io vengo da una famiglia della classe medio alta, non ho condiviso la vita dei venditori di strada. Sapevo poco di loro. Così ho dovuto realizzare molte interviste, aiutato anche da un gruppo di giovani laureati. Questo ha richiesto tempo. Ho mangiato tanto riso e tanto pollo dalle bancarelle in strada, ho conquistato la fiducia delle persone e a poco a poco mi hanno raccontato le loro storie. Comunque il mio scopo non era certo quello di riempire il libro di informazioni enciclopediche. Alla fine volevo far emergere l'umanità e i sentimenti di Mavlut, il personaggio principale”.

Che cosa la affascina di Mavlut?
“Il suo atteggiamento di ragazzo ingenuo e felice che lascia il villaggio in campagna per inserirsi nella vita di una metropoli in piena crescita. Mavlut partecipa a questi cambiamenti, ma ciò che gli sta più a cuore è sopravvivere e guadagnare”.

Può essere una bella storia da cui trarre un film?
“Penso di sì, ma forse il romanzo può ispirare anche una soap opera. Per certi aspetti si tratta di una saga familiare, con fratelli, cugini, tanti parenti. Oltre alla folla che vive nelle strade di Istanbul”.

Per lei Istanbul rimane sempre una grande fonte di ispirazione. Come vive questo ruolo di cantore della città?
“E' un ruolo che mi ha assegnato la critica internazionale. Io fino ai 45 anni non me ne ero reso conto. Quando a vent'anni ho cominciato a scrivere romanzi non mi ero certo messo in testa di fare il cantore di Istanbul. La città è stata lo sfondo in cui ambientare storie con le quali volevo raccontare l'umanità delle persone. Poiché mi piace appartenere a questa città dico 'va bene', accetto volentieri il titolo di suo cantore”.

In Turchia La stranezza che ho nella testa ha avuto un buon successo. Sono aumentate anche le vendite di boza? Questa bevanda si trova ancora in città?
“Curioso, questa è la domanda che mi fanno tutti i giornalisti. Sì, la boza si vende ancora e mi dicono che le vendite sono aumentate. Ora si può trovare nelle pasticcerie e nei negozi di alimentari. La vendono in bottiglia e bisogna conservarla in frigorifero. E' una bevanda molto in voga fra i conservatori, però se non vogliono che gli si ricordi un dettaglio: la boza contiene anche alcool”.

In fondo la storia di Mavlut è una storia di emigrazione, sia pure interna alla Turchia. Il suo Paese come sta vivendo l'emergenza dei rifugiati in arrivo soprattutto dalla Siria?
“A giugno in Turchia avevamo oltre 2 milioni di rifugiati. In gran parte erano persone che volevano continuare il loro viaggio verso l'Europa, ma intanto li abbiamo ospitati senza troppe polemiche, mentre invece ricordo che in Gran Bretagna si discuteva animatamente sull'opportunità di far arrivare 500 nuovi rifugiati”.

La cancelliera Merkel si è mostrata molto generosa nell'accoglienza, non crede?
“Sì, ne sono stato molto felice. In questo modo i rifugiati possono diventare tanti Mevlut, non più marginalizzati, ma inseriti nella società tedesca. Io però ho chiesto che questi nuovi immigrati non siano trattati come i turchi che arrivarono in Germania una quarantina di anni fa. Quei migranti furono messi in quartieri ghetto e rimasero sempre marginalizzati, con un basso livello di educazione, spesso costretti a lavori umili. Ora spero che i siriani siano più fortunati”.

Proprio l'emergenza dei rifugiati ha riaperto il dialogo e la collaborazione fra la Turchia e l'Unione Europea. Ne è felice?
 “L'Europa darà tanti soldi alla Turchia e in cambio chiede ai turchi di fare da filtro all'immigrazione. Ho visto il nostro primo ministro Davutoglu tutto contento, mentre stringeva la mano sorridente ai leader europei. Mi fa piacere. Però l'Unione Europea non dovrebbe vedere la Turchia soltanto come un utile filtro anti immigrati. La Turchia merita di essere a pieno titolo un membro dell'Europa per la sua storia, la sua cultura, la sua popolazione”.

Ma vista la deriva autoritaria del governo turco, oggi ci sono i requisiti per l'ingresso in Europa?
 “No, l'Europa deve insistere nel chiedere un maggiore rispetto della libertà di opinione, di parola e di stampa. Troppi giornalisti sono incriminati e mandati in prigione a causa delle loro idee. Un mio caro amico, direttore di un giornale, è in prigione da alcuni giorni. Questo è inaccettabile”.

Aver vinto il Premio Nobel le ha cambiato molto la vita?
“Sì, mi ha cambiato. Purtroppo il Nobel mi ha reso una specie di rappresentante della Turchia e ciò mi costringe spesso a essere diplomatico E' un pericolo perchè questo uccide il bambino giocoso che c'è in me. Ma le assicuro che questo bambino è sempre vivo. In questo sono simile a Mavlut”.

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