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martedì 17 ottobre 2017
 
L'analisi
 

Paolo Magri: «Erdogan e il golpe fasullo»

17/07/2016  Secondo il direttore dell'Ispi il presidente turco «esce rafforzato dal tentativo di colpo di Stato, raffredda i rapporti con gli Usa e usa il pugno di ferro con le opposizioni con la Turchia sempre meno democratica»

«La Turchia è il paese dei complotti e delle dietrologie e sono già in molti a pensare che questo che alcuni definiscono il minigolpe in realtà sia il golpe fasullo».

Paolo Magri, direttore dell’Ispi (istituto per gli studi di politica) spiega che «è il golpe fasullo perché analizzando il cui prodest di questo colpo di Stato, il grande vincitore, nelle prossime settimane, potrebbe essere Erdogan. Il quale, con la scusa della reazione al golpe, potrà proseguire nell’epurazione degli oppositori - sia nella magistratura che nell’esercito che nelle istituzioni - che ha già avviato negli ultimi quattro-cinque anni».

In poche ore ha già arrestato molti magistrati.

«Tremila rimossi o addirittura arrestati. Già questo numero ci dà il segnale di questa linea che ho ipotizzato».

La Merkel ha chiesto che sia rispettato lo stato di diritto nel dopo golpe. Quali pressioni si possono esercitare su Erdogan?

«Nulla, nel senso che uno degli aspetti della graduale deriva di Erdogan e del suo sistema di potere in questi anni è stata proprio la crescente insofferenza nei confronti di ogni anche morbida interferenza esterna. A un certo punto, nei mesi scorsi, Erdogan se l’è presa con le società di rating, con le multinazionali, con le banche definite “la banda del tasso di interesse”. Questo avviene nei regimi o nei sistemi politici che vanno verso un regime. C’è una profonda ritrosia e avversione  nei confronti di ogni tipo di velata interferenza esterna».

Le conseguenze nel medio e, soprattutto, nel lungo termine quali potrebbero essere?

«Delle conseguenze, come dicevamo, una è l'ulteriore polarizzazione della politica turca con un Erdogan che ha il sostegno di metà della popolazione turca – non dobbiamo dimenticarlo – un Erdogan che con il sostegno di questa metà della popolazione tenterà di estromettere da ogni istituzione i suoi oppositori: i media, il mondo economico (come già sta facendo e ha fatto), l’esercito, sino ad arrivare al parlamento e agli altri organi della società. Questa è la prima conseguenza. E potrebbe arrivare a sancire questa trasformazione con l’annosa e mai riuscita riforma costituzionale che conferirebbe  al presidente – che oggi ha un ruolo simile a quello dell’Italia, un po’ più di cornice che di potere effettivo – più poteri con  la trasformazione del sistema turco in una repubblica presidenziale. Forse ci sarà un ulteriore raffreddamento del rapporto con gli Stati Uniti, rapporti per altro già tesi, perché, come sta emergendo, vengono considerati dal governo turco come i fiancheggiatori di Gulen. Essendo Gulen considerato da Erdogan l’ideatore del colpo di Stato».

Potrebbe davvero esserci lui dietro il golpe?

«Che Gulen sia dietro il colpo di Stato è una ipotesi poco credibile, ma che dà a Erdogan l’opportunità di rivestire con una cornice ideologica questo raffreddamento con gli Usa, che sono stati per decenni il principale alleato della Turchia».

E per quanto riguarda le conseguenze sui rapporti con l’Europa?

«Le cancellerie europee sono state molto caute nel valutare le conseguenze del golpe mentre era in corso. Potrebbe verificarsi una situazione in cui Erdogan, avendo già aperti fronti interni tumultuosi, possa decidere di normalizzare o migliorare i rapporti con l’Europa. Quello che ha fatto nelle scorse settimane con Israele e con la Russia e, in parte  con la Siria, potrebbe estendersi all’Europa. La vera domanda è quanto l’Europa, un’Europa che fosse salda sui suoi principi e sui suoi valori, sarà pronta nell’intensificare i rapporti con una Turchia che si mostra destabilizzata e, lo vedremo nelle prossime settimane, assisterà a ulteriori violazioni dei diritti umani».

Si sono interrotti i bombardamenti contro l’Isis?

«In realtà Erdogan di bombardamenti contro l’Isis ne ha fatti ben pochi. Ha bombardato soprattutto i curdi, in Siria. Se avessero vinto i golpisti, su quel fronte, probabilmente, avremmo assistito a dei cambiamenti significativi. Un governo dei militari, se i militari fossero quelli secolari e non la parte militare vicina a Gulen, avrebbe sicuramente modificato i rapporti con gli antagonisti di Assad fra i quali ci sono anche dei gruppi che noi definiamo terroristi».

Da questo punto di vista sarebbe stato meglio se il golpe fosse riuscito?

«Le cancellerie occidentali sono state caute a reagire perché volevano notizie. Nessuna può dichiararlo, ma io non mi sento di escludere che in qualche cancelleria qualcuno tifasse per una alternativa a Erdogan. La scelta che hanno avuto le cancellerie, nella notte del fallito golpe, era quella se sostenere un governo crescentemente non democratico o se sostenere un golpe chiaramente non democratico. Ma abbiamo visto in altri Paesi che la politica internazionale è fatta anche di valutazioni caso per caso che non necessariamente tengono conto delle regole democratiche».

L’accordo Ue Turchia sui migranti, che si basava anche sul fatto che la Turchia fosse un terzo Paese sicuro, viene de facto annullato?

«Non credo che si possa valutare oggi. Bisogna capire che cosa succederà nella Turchia dei prossimi giorni. Intanto, paradossalmente, la Turchia potrebbe diventare, con il pugno duro di Erdogan, un Paese ancora più sicuro e normalizzato. Il punto debole che c’era e che ci sarà ancor di più in futuro è che l’accordo viene fatto con un Paese le cui credenziali di rispetto dei diritti umani non sono così splendenti. Ma questo, per onestà intellettuale occorre dirlo, era già vero quando l’accordo è stato firmato».

Cosa si augura succeda nelle prossime settimane?

«Se questo fosse un golpe vero – e non ho elementi per dire qualcosa di diverso – e passasse a Erdogan un segnale di vittoria, perché ha vinto, vorrei che si rendesse conto anche di una potenziale fragilità che lo porti a rivedere alcuni eccessi della sua politica. Questo potrebbe essere un evento salutare. Purtroppo non ho ottimismo su questa diagnosi perché quello che abbiamo visto dell’Erdogan dei primi anni – leader illuminato, moderato , trasformatore della realtà della Turchia – non corrisponde più all’Erdogan di questi ultimi anni. In questi ultimi anni vediamo un Erdogan ossessionato dal timore degli oppositori, visti tutti come possibili complottisti, chiuso sempre di più nel cerchio dei suoi fedelissimi e nel suo palazzo e che ha perso la capacità di dialogare con l’altro 50 per cento della Turchia che non lo ha votato e che però, nei primi anni, lo ha sostenuto visti i risultati innegabili che dal punto di vista economico lui ha ottenuto».     

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