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martedì 18 dicembre 2018
 
 

Paolo VI e i migranti, la preveggenza della carità

18/10/2014  Antiocipò i tempi. Suggerì vie. Fedele al Vangelo del buon samaritano. Una riflessione di monsignor Gian Carlo Perego, direttore della Fondazione Migrantes.

Paolo VI guardava lontano. Sapeva scrutare a fondo alcuni fenomeni che investono, a volte in modo tragico, la società dei nostri giorni. Fa riflettere, ad esempio, la sua costante attenzione verso i migranti. Ce lo ricorda, in occasione della beatificazione, monsignor Gian Carlo Perego, direttore generale della fondazione Migrantes. «Il Pontificato di Paolo VI - scrive il prelato - è caratterizzato non solo da  una ricchezza magisteriale di riferimenti al tema delle migrazioni e della mobilità umana, ma anche da una vera e propria riorganizzazione della pastorale migratoria, alla luce dell’ecclesiologia conciliare». Lo stesso Paolo VI faceva corrispondere «a questa mobilità del mondo contemporaneo la mobilità della pastorale della Chiesa».

Un pensiero articolato, reso esplicito con il motu proprio Apostolicae Caritatis del 1970. Il documento evidenzia come il campo della cura pastorale si sia «allargato al massimo nella nostra età, nella quale, grazie al mirabile sviluppo della tecnologia, sono diventati molto facili i viaggi di qualsiasi genere e si sono straordinariamente intensificati i reciproci rapporti tra cittadini e nazioni, ed i contatti tra gli uomini. Proprio per questo l’azione pastorale dev’essere rivolta non soltanto a coloro che vivono entro i limiti ben definiti delle parrocchie, delle associazioni e di altri istituti similari, ma anche a coloro che di propria scelta o per qualche necessità lasciano i loro luoghi di residenza. Bisogna, inoltre, esaminare da un punto di vista scientifico, stabilendo anche opportune intese, quali siano le cause di tale fenomeno e le loro conseguenze, per vedere poi come questi uomini, che si spostano e si muovono, possano essere aiutati nel loro progresso umano e religioso, e da quali pericoli debbano essere difesi».

Come osserva monsignor Perego, in quest'ottica la vicinanza ai migranti va ben al di là di un semplice sostegno materiale. Si fa strada, tra l'altro, «la necessità che la cura pastorale tenga in debita considerazione il patrimonio spirituale e culturale dei migranti». E naturalmente a Paolo VI non sfuggirono le implicazioni, che già ai suoi tempi si stavano facendo drammatiche, dei grandi spostamenti di massa dal Sud verso il Nord del mondo e dalle zone rurali verso le città. Nell'enciclica Populorum Progressio il Pontefice analizza il rapporto tra tutela delle migrazioni e sviluppo.

Nella lettera apostolica Octogesima adveniens, poi, dedica una riflessione a profughi e migranti discriminati «a causa della loro razza, della loro origine, del loro colore, della loro cultura, del loro sesso o della loro religione»
, facendosi promotore di «uno statuto che riconosca un diritto all’emigrazione, favorisca la loro integrazione, faciliti la loro promozione professionale e consenta a essi l’accesso a un alloggio decente, dove, occorrendo, possano essere raggiunti dalle loro famiglie». Coerentemente con queste affermazioni, Montini rinnovò profondamente le strutture pastorali esistenti e ne creò di nuove: ad esempio, nel 1965, istituì l’Opera dell’Apostolato dei Nomadi. Ecco perché secondo monsignor Perego «la beatificazione di Paolo VI ripropone parole e gesti di un Pontefice che ha posto al centro dell’azione pastorale la tutela della dignità di ogni persona, anche migrante».

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