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venerdì 22 giugno 2018
 
Vaticano
 

«La Chiesa non teme le novità,
la speranza non è una fuga»

19/10/2014  Beatificato Giovanni Battista Montini: «Seppe amare la Chiesa amandola e guidandola perché fosse nello stesso tempo "madre amorevole di tutti gli uomini e dispensatrice di salvezza"», ha detto papa Francesco. Tra la folla, 5 mila pellegrini da Brescia e 3 mila da Milano. C'era anche Benedetto XVI.

Domenica 19 ottobre 2014, beatificazione di Paolo VI. Foto Ansa.
Domenica 19 ottobre 2014, beatificazione di Paolo VI. Foto Ansa.

Beatificato alla fine del Sinodo straordinario della famiglia, quasi come un sigillo per una delle intuizioni più profetiche di Paolo VI. Giovanni Battista Montini, papa del Concilio, è anche il Papa che, per Francesco, come più volte lui stesso ha sottolineato, è stato luce e maestro.
«In questo giorno della beatificazione di papa Paolo VI mi ritornano alla mente le sue parole, con le quali istituiva il Sinodo dei Vescovi: "Scrutando attentamente i segni dei tempi, cerchiamo di adattare le vie ed i metodi...  alle accresciute necessità dei nostri giorni ed alle mutate condizioni della società"», dice papa Francesco citando Paolo VI. «Nei confronti di questo grande Papa, di questo coraggioso cristiano, di questo instancabile apostolo, davanti a Dio oggi non possiamo che dire una parola tanto semplice quanto sincera e importante: grazie! Grazie nostro caro e amato Papa Paolo VI! Grazie per la tua umile e profetica testimonianza di amore a Cristo e alla sua Chiesa! Nel suo diario personale, il grande timoniere del Concilio, all’indomani della chiusura dell’Assise conciliare, annotava: "Forse il Signore mi ha chiamato e mi tiene a questo servizio non tanto perché io vi abbia qualche attitudine, o affinché io governi e salvi la Chiesa dalle sue presenti difficoltà, ma perché io soffra qualche cosa per la Chiesa, e sia chiaro che Egli, e non altri, la guida e la salva"».
Papa Francesco, che indossa la casula dei 15 anni di Pontificato di Paolo VI, presente anche il papa emerito Benedetto con il quale papa Francesco si è a lungo soffermato prima dell'inizio della messa, ha voluto sottolineare che «in questa umiltà risplende la grandezza del Beato Paolo VI che, mentre si profilava una società secolarizzata e ostile, ha saputo condurre con saggezza lungimirante - e talvolta in solitudine - il timone della barca di Pietro senza perdere mai la gioia e la fiducia nel Signore. Paolo VI ha saputo davvero dare a Dio quello che è di Dio dedicando tutta la propria vita all’"impegno sacro, solenne e gravissimo: quello di continuare nel tempo e di dilatare sulla terra la missione di Cristo" amando la Chiesa e guidando la Chiesa perché fosse "nello stesso tempo madre amorevole di tutti gli uomini e dispensatrice di salvezza"».
E sul Sinodo papa Francesco ha condotto tutta la prima parte dell'omelia, tornando ancora una volta sul tema, più volte toccato in questa settimana, anche nelle celebrazioni a Santa Marta, dei farisei che tendono trappole a Gesù.

Domenica 19 ottobre 2014, beatificazione di Paolo VI. Foto Ansa.
Domenica 19 ottobre 2014, beatificazione di Paolo VI. Foto Ansa.

«Alla  provocazione dei farisei che, per così dire, volevano fargli l’esame di religione e condurlo in errore, Gesù risponde con questa frase ironica e geniale: "Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio". È una risposta ad effetto che il Signore consegna a tutti coloro che si pongono problemi di coscienza, soprattutto quando entrano in gioco le loro convenienze, le loro ricchezze, il loro prestigio, il loro potere e la loro fama. E questo succede in ogni tempo, da sempre. L’accento di Gesù ricade certamente sulla seconda parte della frase: "E (rendete) a Dio quello che è di Dio". Questo significa riconoscere e professare - di fronte a qualunque tipo di potere - che Dio solo è il Signore dell'uomo, e non c’ è alcun altro. Questa è la novità perenne da riscoprire ogni giorno, vincendo il timore che spesso proviamo di fronte alle sorprese di Dio. Lui non ha paura delle novità! Per questo, continuamente ci sorprende, aprendoci e conducendoci a vie impensate». La sorpresa di Dio, di cui ha parlato anche nel discorso conclusivo ai padri sinodali. Anche oggi papa Francesco dice: «Lui ci rinnova, cioè ci fa “nuovi” continuamente. Un cristiano che vive il Vangelo è “la novità di Dio” nella Chiesa e nel Mondo. E Dio ama tanto questa “novità”! "Dare a Dio quello che è di Dio", significa aprirsi alla Sua volontà e dedicare a Lui la nostra vita e cooperare al suo Regno di misericordia, di amore e di pace. Qui sta la nostra vera forza, il fermento che la fa lievitare e il sale che dà sapore ad ogni sforzo umano contro il pessimismo prevalente che ci propone il mondo. Qui sta la nostra speranza perché la speranza in Dio non è quindi una fuga dalla realtà, non è un alibi: è restituire operosamente a Dio quello che Gli appartiene».
«Lo abbiamo visto in questi giorni durante il Sinodo straordinario dei Vescovi – “Sinodo” significa "camminare insieme". E infatti, pastori e laici di ogni parte del mondo hanno portato qui a Roma la voce delle loro Chiese particolari per aiutare le famiglie di oggi a camminare sulla via del Vangelo, con lo sguardo fisso su Gesù. È stata una grande esperienza nella quale abbiamo vissuto la sinodalità e la collegialità , e abbiamo sentito la forza dello Spirito Santo che guida e rinnova sempre la Chiesa chiamata, senza indugi o, a prendersi cura delle ferite che sanguinano e a riaccendere la speranza per tanta gente senza speranza». E per l'anno di lavoro che separa dal Sinodo del prossimo anno, papa Francesco invoca ancora lo Spirito Santo «che in questi giorni operosi ci ha donato di lavorare generosamente con vera libertà e umile creatività» perché «accompagni ancora il cammino che, nelle Chiese di tutta la terra, ci prepara al Sinodo Ordinario dei Vescovi del prossimo ottobre 2015. Abbiamo seminato e continueremo a seminare con pazienza e perseveranza, nella certezza che è il Signore a far crescere quanto abbiamo seminato».

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