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Paolo VI, Papa per il Concilio

21/06/2013  Eletto Papa il 21 giugno 1963, Giovanni Battista Montini mediò tra le due anime dell’episcopato, per evitare sia rischiose fughe in avanti che pericolose derive nostalgiche.

Papa Paolo VI.
Papa Paolo VI.

  Quando, il 21 giugno 1963, Paolo VI, eletto Papa al sesto scrutinio, si affaccia alla Loggia della Basilica di San Pietro per impartire la benedizione alla folla richiamata nell’abbraccio del colonnato del Bernini dalla fumata bianca, la prima domanda che tutti si pongono è: che ne sarà del Concilio?  

La risposta non si fa attendere che 24 ore. Il 22 giugno papa Montini annuncia, in un Messaggio: «La parte preminente del nostro Pontificato sarà occupata dalla continuazione dei Concilio ecumenico Vaticano II, al quale sono fissi gli occhi di tutti gli uomini di buona volontà. Questa sarà l'opera principale, per cui intendiamo spendere tutte le energie che il Signore ci ha dato».  Se Giovanni XXIII aveva firmato il prologo del Concilio, tocca a Paolo VI guidare la mano dei padri conciliari a scriverne i grandi capitoli nel corso delle tre sessioni che si susseguono sotto la sua guida, dal settembre 1963 al dicembre 1965.

Non è un compito facile, perché Montini si trova a mediare tra le due anime dell’episcopato, per evitare sia rischiose fughe in avanti che pericolose derive nostalgiche. La parola d’ordine cui si ispira nella regia del Concilio la rivela lui stesso nella sua prima enciclica, la Ecclesiam suam: «La parola, resa ormai famosa, del nostro venerato predecessore Giovanni XXIII di felice memoria - la parola “aggiornamento” - sarà da noi sempre tenuta presente come indirizzo programmatico; lo abbiamo confermato quale criterio direttivo del Concilio Ecumenico, e lo verremo ricordando quasi uno stimolo alla sempre rinascente vitalità della Chiesa, alla sua sempre vigile capacità di studiare i segni dei tempi, e alla sua sempre giovane agilità di tutto provare e di far proprio ciò ch'è buono, sempre e dappertutto».

«Sul mondo: non si creda di giovargli assumendone i pensieri, i costumi, i gusti, ma studiandolo, amandolo, servendolo».

Con abilità diplomatica e intelligenza profetica Paolo VI riesce a condurre in porto la nave del Concilio. Ma da quel momento inizia una nuova navigazione, ancora più complessa, quella dell’attuazione degli indirizzi e dei contenuti conciliari. E per papa Montini è proprio questa la stagione più difficile, dolorosa, nella quale non gli mancano accuse ingenerose, delusioni cocenti, critiche impietose, sia da parte di chi vorrebbe un più veloce salto nel futuro sia da chi invece non vorrebbe staccarsi dalle certezze del passato.  

Il Concilio, che  è stato l’orizzonte dell’intero pontificato di Paolo VI, non può che esserne anche l’eredità, lasciata nel suo testamento: «E circa ciò che più conta, congedandomi dalla scena di questo mondo e andando incontro al giudizio e alla misericordia di Dio: dovrei dire tante cose, tante. Sullo stato della Chiesa; abbia essa ascolto a qualche nostra parola, che per lei pronunciammo con gravità e con amore. Sul Concilio: si veda di condurlo a buon termine, e si provveda ad eseguirne fedelmente le prescrizioni. Sull’ecumenismo: si prosegua l’opera di avvicinamento con i Fratelli separati, con molta comprensione, con molta pazienza, con grande amore; ma senza deflettere dalla vera dottrina cattolica. Sul mondo: non si creda di giovargli assumendone i pensieri, i costumi, i gusti, ma studiandolo, amandolo, servendolo».  

Maurizio de Paoli

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