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venerdì 22 giugno 2018
 
CHIESA
 

Paolo VI, un beato per amico

18/10/2014  Oggi papa Francesco beatifica Giovanni Battista Montini: il Pontefice del Concilio, che aprì la Chiesa al mondo dialogando con la modernità. Prese decisioni, pronunciò discorsi e firmò encicliche che hanno inciso profondamente. Così lo raccontano coloro che l'hanno conosciuto da vicino.

Luciana Babini Orizio, moglie di un amico di famiglia.  Foto di Fabrizio Annibali.
Luciana Babini Orizio, moglie di un amico di famiglia. Foto di Fabrizio Annibali.

Francesco Montini e il fratello Battista, «quello di Milano», venuti a trovare gli amici in campagna, a Cassano San Martino. Al pianoforte, la sera, il maestro suona per loro. È il 1957 e il futuro Papa annota nel suo diario: «Cena e musica nella casa ospitale di Agostino Orizio». Anni dopo sarà proprio «quello di Milano», ormai Paolo VI, a parlare con luciana babini orizio in un breve colloquio privato. Siamo nel 1966 e il grande pianista Arturo Benedetti Michelangeli ha appena concluso il suo concerto nella sala del Concistoro, con al fianco Orizio. Paolo VI si congratula e poi si ferma un attimo per suggerire a Luciana «i doveri che deve avere la moglie di un artista, tra cui, innanzitutto la pazienza e il tatto. Consigli preziosi che spero di aver messo in pratica durante la lunga vita insieme al mio Agostino».

La beatificazione di Giovanni Battista, Enrico, Antonio, Maria Montini è l’occasione per rispolverare i ricordi. Per riscoprire, in una Brescia sempre molto riservata, aneddoti e tracce di un Papa che non poteva che essere nato qui, in un cattolicesimo sociale fatto di fede e carità, di amore per gli altri, di attenzione. «Ci sono piccoli particolari che svelano quanto Montini fosse legato e attento alla sua terra», racconta l’avvocato Cesare Trebeschi, classe 1925, «l’ultimo montiniano» come viene affettuosamente soprannominato. «Ricordo per esempio quando in udienza diceva ai bambini che da piccoli si interrogavano sempre su una scritta sul cancelletto del santuario della Stella, luogo a lui particolarmente caro. C’era scritto sorores, perché era stato regalato dalla famiglia di queste due sorelle. E Paolo VI diceva: “Ci chiedevamo cosa significa sorores?”. Questo per dire che, anche dopo molti anni, quando era già stato in segreteria di Stato, nunzio, cardinale di Milano, e finalmente Papa non aveva dimenticato i posti dove giocava e pregava da bambino insieme a mio padre Andrea».

Lo storico Mario Taccolini, Foto di Fabrizio Annibali.
Lo storico Mario Taccolini, Foto di Fabrizio Annibali.

E anche se, da Pontefice, non era più tornato a Brescia, «perché sarebbe stata una gioia troppo grande, che un Papa non doveva permettersi», Brescia la portava nel cuore, nella testa, nella formazione. «Nella Bibbia, quando il generale Naaman fu guarito dal profeta Eliseo chiede cosa doveva dare in cambio, ma il profeta risponde che non deve nulla perché è Dio che lo ha guarito. Allora il generale chiede di poter prendere delle zolle della terra in cui è stato guarito. Credo», dice Cesare Trebeschi, «che Paolo VI avesse portato queste zolle di terra bresciana in Vaticano».

Con la famiglia Trebeschi l’amicizia datava da molto lontano, da quando la mamma di Andrea, rimasto orfano a tre anni, e quella di Battista Montini erano diventate amiche. Un rapporto che poi si era consolidato nell’oratorio dei padri Filippini della pace dove il padre Giorgio lo aveva indirizzato e dove, aggiunge il professor Mario Taccolini, direttore del dipartimento di Scienze storiche e filologiche della Cattolica di Brescia, «aveva avuto guide spirituali e culturali come padre Paolo Caresana e padre Giulio Bevilacqua, poi cardinale e padre conciliare. Lì matura anche l’amicizia con Andrea Trebeschi, che morirà nei campi di sterminio, martire della Resistenza bresciana, con il quale condivise emozioni e dubbi, esperienze di fede e riflessioni politiche».

È questa «la realtà nella quale cresce il giovane Giovanni Battista Montini, e che incide sulla sua prima maturazione: quella di un cattolicesimo sociale. Si tratta di una visione di Chiesa locale per la quale l’intento di evangelizzare si è sempre riverberato sulla vita sociale, attraverso la promozione di iniziative educative, assistenziali, economiche e anche finanziarie, sempre realizzate come espressione di una concezione globale della salvezza cristiana», spiega ancora il professor Taccolini, che ha studiato a fondo la figura di Paolo VI. E che racconta di quanto Montini fosse attento alle persone e capace di entrare in sintonia anche con i ragazzi. «Ne ho un ricordo personale molto vivo quando, allora dodicenne, chierichetto presso il santuario delle sante Capitanio e Gerosa in Lovere, potei servir Messa – come si dice – all’arcivescovo Montini, cui era tanto cara la famiglia delle Suore di Maria Bambina. È intramontabile la memoria della pensosità e della fisionomia – che oggi definirei mistica – del futuro Paolo VI, unita a quella della tenerezza con la quale mi chiese il nome, rammentandomi che il 19 gennaio sarebbe stata la festa del mio santo protettore ». Ricordi dolci che tornano in molti racconti.

Don Antonio Lanzoni, vicepostulatore della causa di beatificazione. Foto di Fabrizio Annibali.
Don Antonio Lanzoni, vicepostulatore della causa di beatificazione. Foto di Fabrizio Annibali.

E seppure, caratterialmente, «papa Montini non aveva una immediatezza di rapporti, non aveva la spontaneità di papa Giovanni, tuttavia l’incontro con lui non lasciava mai indifferenti », sottolinea don Antonio Lanzoni, vicepostulatore della causa di beatificazione. «Ero giovane seminarista quando lui era già Papa e dunque non posso dire di avere avuto una amicizia particolare, ma studiando i documenti e leggendo le testimonianze si capisce bene che in realtà parlava con i gesti, con i simboli. È un Papa che ha rinunciato alla tiara, che ha voluto funerali sobri, che ha preso per primo l’aereo. Si può dire che i Papi dopo di lui stiano vivendo di rendita nel modo di fare il Papa nel senso che, in realtà, il contatto con la gente lo ha inventato Paolo VI. E la gente, anche a distanza di anni, comincia a scoprirlo. Persino a rendergli merito nelle questioni più controverse. Proprio in questi giorni dall’Olanda è arrivata una lettera di una suora di clausura», racconta don Lanzoni. «Nella quale la monaca vuole ringraziare Paolo VI per la Humanae vitae. “Senza quel documento io non sarei nata”, dice la suora. Perché sono state quelle parole a far accettare ai suoi genitori che era possibile aprirsi alla vita. Ecco, questi sono doni inaspettati, anche se sconosciuti».

Cesare Trebeschi, figlio di un amico d'infanzia. Foto di Fabrizio Annibali.
Cesare Trebeschi, figlio di un amico d'infanzia. Foto di Fabrizio Annibali.

E poi ci sono le storie pubbliche, «il grande coinvolgimento che ebbe nella vicenda Moro: è un elemento su cui richiamare la gente perché il ruolo svolto, la sua famosa lettera ma, ancor di più, la preghiera in San Giovanni in Laterano sono dei vertici, delle punte alte di fronte alle quali la gente non resta indifferente». Non sono distaccate neppure le giovani generazioni che, anzi, si emozionano a ripercorrere la vita di Paolo VI, i momenti del concilio, i primi viaggi intercontinentali di un Papa nell’itinerario proposto nella casa natale restaurata, a concesio.

«Uno dei nostri grandi progetti, insieme con la pubblicazione di tutto il carteggio di papa Montini», spiega il direttore dell’Istituto Paolo VI, don Angelo Maffeis. Che si augura che Brescia, anche attraverso i racconti di quanti lo hanno conosciuto, possa avvicinarsi sempre di più al suo Papa. Per cominciare l’Anno montiniano indetto fino all’8 dicembre 2015 ripercorrendo documenti, gesti, testimonianze, per scoprire, come ha scritto il vescovo di Brescia, monsignor Luciano Monari, «le motivazioni semplici e dirette dei suoi comportamenti; la ricerca appassionata della testimonianza a Gesù; il disinteresse personale. In questo egli ha molto da insegnarci; possiamo diventare umilmente suoi alunni e cercare di apprendere da lui l’arte di amare Gesù Cristo e l’arte di amare con verità l’uomo».

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