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mercoledì 14 novembre 2018
 
A Verona
 

Papa Francesco apre il Festival della Dottrina Sociale

23/11/2017  Questa sera, con un videomessaggio del Santo Padre, prende il via la settima edizione del Festival della Dottrina sociale che chiuderà domenica 26. La relazione inaugurale è affidata al cardinale Luis Antonio Tagle, arcivescovo di Manila e presidente di Caritas Internationalis."Fedeltà è cambiamento" è il tema della chermesse. Ce ne parla il coordinatore del festival, monsignor Adriano Vincenzi

Sarà Papa Francesco ad aprire ufficialmente il settimo Festival della Dottrina Sociale della Chiesa, giovedì 23 novembre alle ore 20.30 nell’auditorium del Cattolica Center di Verona. Il videomessaggio del Santo Padre darà il via ai quattro giorni di lavori (23-26 novembre), confronti e dibattiti su mondo del lavoro, giovani, giustizia, sanità, economia e cultura. Seguirà la relazione inaugurale del cardinale Luis Antonio Tagle, arcivescovo di Manila e presidente di Caritas Internationalis.

Fedeltà è cambiamento” è il tema di questa edizione del festival  (che l’anno scorso ha toccato le ventimila presenze), per rispondere in maniera precisa alle numerose domande e ai tanti dubbi di una società in costante e rapida evoluzione.

E’ prevista, tra le altre,  la partecipazione del ministro Fedeli (istruzione), del Cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della CEI, del Cardinale Pietro Parolin, Segretario dello Stato Vaticano, e di Cosimo Ferri, sottosegretario di Stato al Ministero della Giustizia. Lavoro, giovani, economia, giustizia le tematiche che verranno affrontate. Una forte apertura internazionale connoterà l’intera edizione.

Abbiamo intervistato il coordinatore del Festival, monsignor  Adriano  Vincenzi,  presidente della Fondazione Toniolo  di Verona, che ci ha spiegato i  perché di questo tema.  

-Un titolo che sembrerebbe un controsenso. E invece?

“E invece si vuol dire che per essere davvero fedeli a se stessi è quasi naturale cambiare,  perché lo sviluppo della persona immersa in una realtà che muta a forte velocità chiede necessari riposizionamenti e revisioni. Se la realtà è “liquida”, allora la fedeltà è cambiamento, come le primavere che, restano sempre primavere, ma non si ripetono mai uguali.  A patto, però,  che contino ancora le radici. Altrimenti si cambia solo per cambiare, per moda, per noia. Noi parliamo di cambiamento nella fedeltà, cioè in presenza di una  prospettiva. Non a caso, i grandi cambiamenti nella storia sella chiesa sono stati sempre dei ritorni alle origini, al Vangelo. Lì trovi la modalità del cambiamento, contro l’arroccamento nella difesa di qualcosa che è solo simulacro, contro la conservazione per la conservazione”.

-Qualche esempio di cambiamento nella fedeltà che coinvolge la Dottrina sociale?

“Pensiamo alla nostra economia globalizzata: Siamo davvero sicuri che questo mercato e questo modo di intendere l’impresa siano i migliori possibili? La risposta è evidente a tutti: non è così. Anzi c’è qualcosa di profondamente sbagliato in questo modello. C’è bisogno di un cambiamento. Oggi c’è più ricchezza, ma ci sono più poveri: le diseguaglianze sono aumentate. Questo mi dice che devo cambiare. Un altro esempio? La nostra è l’epoca del primato dell’anonimato: ce lo impone il mondo della finanza, il mercato. Ma ciò è contrario al principio di responsabilità. Occorre un cambio: la centralità della persona per noi esige sempre un nome, un volto. E invece oggi stanno aumentando le regole e diminuendo la responsabilità”.

-Prima citava il Vangelo. Quanto è stata messa in pratica l’enciclica Evangelii Gaudium che molto dice sulla dottrina sociale cristiana?

“Purtroppo è un percorso tutto da fare, tanto che il Papa nel recente convegno di  Firenze aveva dato come compito alla Chiesa di sviluppare le linee tracciate nell’enciclica,  rimasta quasi lettera morta. S’avverte una grande debolezza di risposte rispetto all’invito pressante di Francesco. Dov’è la “chiesa in uscita” immaginata dal Papa? Essere lievito della società richiama a un cambiamento, ma è ancorato al Vangelo: il cristiano per agire non ha bisogno di masse, di grandi numeri, ma di capacità di testimoniare in mezzo alla gente, diventando protagonista”.

-Per fare riforme buone, però, ci vuole peso politico.

“Ancor prima ci vuole un cambiamento delle coscienze. Per esempio, una legge elettorale può dirsi efficace e buona perché favorisce la partecipazione dei cittadini, non perché è fatta in modo che possa favorire la vittoria della propria parte. Bisogna poi che la politica riprenda a pensare al bene delle generazioni future e non al piccolo cabotaggio della legislatura”.

-Alcuni pensatori hanno, infatti, descritto la nostra società come la prima in cui si è eternizzato il presente e si è estinto il futuro in cui l’uomo poneva aspettative, speranze…

“Si,  ci siamo abituati a pensare in modo davvero strano, miope: operiamo solo pensando al risultato immediato, al bilancio di fine anno. Anche qui è necessario un cambio di mentalità che vuol dire pensare al futuro con la preoccupazione al bene comune. Stare schiacciati sul presente ci porta, infatti, ad avere difficoltà a pensare scelte strategiche per il futuro. Questa incapacità progettuale nella politica nostrana è evidente”.

-E’ la mera politica dell’emergenza…

“Esatto, siamo ridotti a rispondere sempre ad emergenze. Anzi ce le inventiamo, perché non sappiamo più progettare guardando oltre il contingente. tutto diventa un’emergenza: i terremoti, i disastri climatici, ma anche i giovani che cercano lavoro, i pensionati, i migranti, gli esodati”.

E i cristiani? La dottrina sociale non dovrebbe rispondere proprio a ciò?

“Certo. La nostra esperienza di credenti potrebbe dare un forte contributo di pensiero. Questa è la Dottrina sociale. Chi meglio di noi che siamo certi di essere conformati per l’eternità? Rispetto alle diseguaglianze, siamo stati finora molto abili nell’assistere, molto meno nell’eliminare le cause che generano le povertà. Anche qui bisogna avere visioni più ampie del concetto di sviluppo e dell’economia. Per questo nel Festival dedichiamo una giornata intera agli imprenditori, perché vogliamo ragionare su un’impresa che non abbia come unico scopo il profitto. La Dottrina Sociale parla di un’impresa vissuta come comunità che coinvolge i dipendenti, rispetta il territorio, rifiuta la finanziarizzazione. E abbiamo portato al festival alcuni di questi esempi virtuosi”.

 

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