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mercoledì 26 aprile 2017
 
analisi
 

Cari "crociati", sulla guerra di religione rileggete ciò che dice la Chiesa

28/07/2016  Dalla "Pacem in terris" di Roncalli al discorso di Montini all'Onu fino ai pronunciamenti di Wojtyla dopo l'11 settembre e a Ratzinger. Francesco non è un ingenuo, né il primo e il solo, quando spazza via ogni tentazione di guerra santa e crociate contro l’Islam, ma segue il Vangelo e il Magistero della Chiesa

Potrebbe bastare la frase di Giovanni XXIII nella Pacem in Terris: «La vera pace si può costruire soltanto nella vicendevole fiducia» per sbaragliare le teorie sulla guerra giusta, sulla guerra santa, sulla mistica della guerra che avrebbero accompagnato il magistero della Chiesa. Quando papa Francesco sull’aereo in volo per Cracovia ha negato la legittimità ad ogni guerra di religione, anche nella riflessione teologica, non ha fatto altro che inserirsi nel flusso dell’elaborazione di un pensiero che vede la libertà di religione e colloca la dimensione della religione negli sforzi per una pacifica coesistenza tra i popoli e tra gli Stati. Quando nella redazione della Dichiarazione di Helsinki la Santa Sede chiese ed ottenne che il diritto alla libertà religiosa fosse considerato uno dei dieci principi cardine di nuove e naturalmente pacifiche relazioni internazionali, intendeva sottolineare che andava superato l’ uso strumentale della religione, che invece molti consideravano motivo di giustificazione per ogni genere di odio, persecuzione e violenza. 

Oggi questa riflessione viene di nuovo posta come una sfida ad un mondo che tende a semplificare e a non capire come sono le religioni ad essere strumentalizzate dalla guerra e non viceversa. In questa sfida il magistero della Chiesa e l’attività diplomatica della Santa Sede sostiene la tesi che il dialogo tra le religioni può essere  strutturato perfino sulla base della norme del diritto internazionale ed è per questo motivo che dal 31ottobre 2012 la Santa Sede partecipa come Osservatore fondatore al Centro Internazionale per il Dialogo Interreligioso e Interculturale, Organizzazione intergovernativa con sede a Vienna.

Paolo VI all'Onu il 4 ottobre 1965
Paolo VI all'Onu il 4 ottobre 1965

Il grido di Paolo VI all'Onu: Mai più la guerra!

 Naturalmente non sempre è stato così. Ci sono state guerre benedette, guerre sante, guerre giuste e non è mancata la conversione imposta sul filo della spada. Eppure nel Vangelo non si trova alcuna possibile giustificazione della guerra. Tuttavia nella teologia si è strutturata nel tempo una specifica riflessione sulla guerra, nonostante l’insegnamento e l’esempio di un uomo Gesù che totalmente aveva rifiutato la guerra. Gli esempi nel Vangelo sono tanti, ma basta la raccomandazione di porgere l’altra guancia. Ma altra cosa è l’analisi storica. Dopo la Riforma di Lutero i popoli europei che si scontravano in nome della religione cristiana erano convinti ognuno che Dio fosse dalla propria parte e che la vittoria militare avrebbe portato alla affermazione della verità dogmatica. Per porre fine alle contese alla pace di Westfalia nel 1648 venne codificato il principio “cuius regio, eius religio”. Ma nessuno si domandò quando i cristiani si combattevano tra loro Dio da che parte stava.

La circostanza serve a ribadire l’infondatezza  anche teologica della guerra di religione o in nome della religione. Per arrivare a vedere le cose in altro modo bisogna aspettare la fine del dominio temporale. I Papi hanno una nuova libertà, possono parlare più chiaramente sulla guerra, contestare l’uso strumentale della religione e prendere le distanza da chi li infila nei conflitti. Così Pio X all’ambasciatore austriaco che lo sollecitava a benedire le truppe austro-ungariche prossime ad invadere il Belgio neutrale, rispose: “Io benedico la pace”. Benedetto XV durante la prima guerra mondiale, «l’inutile strage», il 1° agosto 1917 non ci sta a farsi tirare per la talare da nessuno e dichiara la «perfetta imparzialità tra i belligeranti, quale si conviene a chi è padre comune e tutti ama con pari affetto i suoi figli». Lo dice perché le nazioni in guerra erano tutte cattoliche e ognuna riteneva la sua guerra giusta e cercava l’appoggio del Papa, per giustificare il proprio operato. I Pontefici del XX secolo si sono espressi senza tentennamenti contro la guerra e contro l’uso strumentale della religione. Lo fa Roncalli che mette al bando il concetto di guerra giusta, spiegando che è «alieno dalla ragione». Sono parole molto chiare al punto che il teologo Yves Congar  sottolineò che «la stagione della guerra giusta è terminata nella teologia cattolica».  

Lo ripete all’Onu Paolo VI con le memorabili parole «Mai più la guerra, mai più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei popoli e dell'intera umanità. Se volete essere fratelli, lasciate cadere le armi dalle vostre mani!». Lo conferma in decine di appelli e di gesti Giovanni Paolo II nel corso del suo lungo pontificato. Uno dei primi viaggi del pontificato di Wojtyla è dedicato proprio a questo, quando va prima a Londra e poi in Argentina durante la guerra delle Falkland che vedeva il confronto bellico tra due nazioni cristiane. Voleva andare a dirlo a Sarajevo durante l’assedio nel 1994, ma gli fu impedito dalla Comunità internazionale che nella sua analisi sulla tragedia dei Balcani è stata abbastanza propensa a considerare il conflitto una guerra di religione tra cattolici, ortodossi e musulmani.

Il ruolo di Giovanni Paolo II dopo l'11 settembre

  

Nel 1991 durante la prima Guerra del golfo Giovanni Paolo II  prende posizione contro la legittimazione religiosa della guerra dicendo che è assurda una guerra condotta in nome di Dio, e nel 1995 arriverà a dire che anche la Crociata  per la difesa dei luoghi santi resta un fatto che suona male con il Vangelo. Ci sono le parole e i gesti di Assisi 1986, contestati anche all’interno della Chiesa che Wojtyla sarà costretto a difendere perfino nel tradizionale discorso alla Curia nel Natale di quell’anno. Dopo l’attentato alle Torri Gemelle le parole di Karol Wojtyla diventano ancora più severe. Il Papa è preoccupato per il ruolo che può avere la religione, a causa della forza drammatica che ha di persuadere, se il suo messaggio è indirizzato male. Il Papa sa che i disastri possono essere catastrofici e così dice per la prima volta, parole che saranno ripetute più volte poi da Benedetto XVI e da Francesco, che «è profanazione della religione proclamarsi terroristi in nome di Dio, far violenza all'uomo in nome di Dio. La violenza terrorista è contraria alla fede in Dio Creatore dell'uomo, in Dio che si prende cura dell'uomo e lo ama».

Gli stessi concetti li ribadisce Benedetto XVI, il quale spiega che la guerra santa è un modo di agire contro Dio. Lo dice nel famoso discorso di Ratisbona, che vale per tutti e non solo per l’Islam. Quella mattina sempre a Ratisbona, prima della lectio famosa all’università, aveva spiegato che «le patologie e le malattie mortali della religione e della ragione» portano alle «distruzioni dell’immagine di Dio a causa dell’odio e del fanatismo». Le parole di Papa Francesco non  devono dunque stupire. Il 7 settembre 2013 alla veglia di preghiera per la pace in Siria aveva fatto questo ragionamento: «La mia fede cristiana mi spinge a guardare alla Croce. Come vorrei che per un momento tutti gli uomini e le donne di buona volontà guardassero alla Croce! Lì si può leggere la risposta di Dio: lì, alla violenza non si è risposto con violenza, alla morte non si è risposto con il linguaggio della morte. Nel silenzio della Croce tace il fragore delle armi e parla il linguaggio della riconciliazione, del perdono, del dialogo, della pace». E poi in Albania, primo viaggio in Europa, aveva affrontato direttamente per la prima volta l’argomento delle guerre di religione con una frase lapidaria: “Nessuno pensi di uccidere facendosi scudo di Dio».  

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