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Parla Zen, il cardinale dei giovani

04/10/2014  Arcivescovo emerito di Hong Kong, il cardinale Joseph Zen ha cercato di calmare i giovani e di salvarli dalla repressione della polizia. Poi si è unito a loro. E qui spiega perché: «Questo è un popolo mite, straordinario che chiede democrazia»

Il cardinale Joseph Zen durante le proteste a Hong Kong (Reuters).
Il cardinale Joseph Zen durante le proteste a Hong Kong (Reuters).

Ha 82 anni il Cardinale Joseph Zen, arcivescovo Emerito di Hong Kong, e da una settimana dorme molto poco. Ha passato la notte tra sabato 27 e domenica 28 settembre con i ragazzi di Occupy Hong Kong, li ha raggiunti di nuovo appena gli sono arrivate le notizie degli scontri con la polizia, la domenica sera. Li ha difesi, ha anche cercato di convincerli a tornare a casa perché la situazione si stava facendo troppo pericolosa. Poi invece no, ci ha ripensato.

Dopo aver visto centinaia di giovani inermi piangere rinchiusi in un recinto di barricade, risponde così a chi gli chiede cosa succederà, come andrà a finire questa occupazione pacifica del cuore di Hong Kong: "Dobbiamo resistere. Dopo i lacrimogeni dobbiamo resistere. Non abbiamo più altra scelta se non resistere fino a che il governo non ci ascolterà".

Cosa lo ha portato a cambiare posizione nel giro di poche ore? Glielo chiediamo via sms, risponde poco dopo in italiano: "Potete chiamarmi ora?". Sono le dieci di sera ma lui, il cardinale dei giovani dell'ex colonia britannica, non dorme ancora: "Papa Benedetto un giorno disse, riferendosi ai rapporti tra la Chiesa Cattolica e la Cina, che dobbiamo essere disposti ad accogliere una sconfitta sul momento ma dobbiamo continuare a rimanere fedeli al principio che ci muove. Anche io, all'inizio, ho provato a dire a questi ragazzi, a quelli più stremati, che poteva anche essere l'ora di andare a casa, che avevamo fatto sentire con dignità la nostra voce, che era sufficiente. Ma la nostra moderazione sembra però incoraggiare la stupidità dei governanti che non smettono di mentire, che non accolgono alcun dialogo. A questo punto io dico che dobbiamo restare fermi, fermi fino a che il governo non ci ascolta. I giovani di Hong Kong dovranno rimanere forti e calmi, come si sono fatti conoscere al mondo intero in questi giorni difficili".

La determinazione del Cardinale è pacata: "Come persona religiosa, ho il ruolo di moderare e calmare. Ma questa volta è stato uno sforzo disperato, non ci sono riuscito. Nonostante la grande, grandissima moderazione dei giovani nel richiedere una riforma elettorale nella direzione della vera democrazia, le autorità si sono dimostrate sorde. Non hanno risposto o hanno risposto in modo sproporzionato, senza riconoscere i loro errori. E hanno sfidato il popolo. Per questo, non vedo altra via d'uscita se non quella che il capo del governo di Hong Kong, Leung Chun-ying, si dimetta al più presto e che si metta in atto un processo di definizione di nuove regole che portino a una futura elezione realmente democratica".

Oggi, nella ex colonia britannica passata a regione ad amministrazione speciale sotto la Repubblica Popolare Cinese, il capo dell'esecutivo è eletto da una cerchia ristretta di grandi elettori nominati da Pechino in base a criteri di vicinanza alle idee del partito centrale. Leung Chun-ying è stato soprannominato dai manifestanti "689" perchè 689 sono stati i voti che gli hanno permesso, dal 2012, di governare un territorio composto da sette milioni di abitanti.

"Dobbiamo fare l'impossibile ora", continua il Cardinale. "I manifestanti sono stati pazienti, non hanno opposto alcuna resistenza. Questo è un popolo straordinario, sono davvero orgoglioso. Dopo aver preso 87 bombe lacrimogene questa gente non ha rovesciato neanche una macchina. Non sono tutti cristiani, certo, ma è davvero un popolo coraggioso e mite".

"Io c'ero", ricorda il cardinale Zen, "quando i poliziotti hanno radunato i ragazzi dopo la carica con i gas lacrimogeni. Non li hanno arrestati, li hanno semplicemente rinchiusi in un recinto senza cibo, acqua, senza la possibilità di andare in bagno. Ho parlato con i poliziotti, gli ho fatto un discorso quella domenica sera. Gli ho detto che dovevano seguire la legge, certo. Che era loro dovere farlo. Ma la loro coscienza non poteva astenersi dal giudicare gli ordini. La coscienza morale doveva aiutarli a capire che se gli ordini vanno contro la legge, non vanno eseguiti. Ho detto loro: 'Guardateli, questi sono i vostri fratelli: rispettateli'. Poi qualche giornalista ha cominciato ad allungare bottiglie d'acqua a questi ragazzi, e i poliziotti non li hanno fermati".

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Hong Kong, gli studenti sfidano la polizia
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