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domenica 21 luglio 2019
 
 

«Pensiamo piuttosto ai musei, ai teatri e alle biblioteche»

13/09/2013  Il professor Luigi Reitani spiega perché molti grandi eventi culturali alla fine producano più svantaggi che vantaggi. A chi va a vederli e a chi li ospita.

Anche grazie ai cinque anni in cui è stato assessore alla Cultura a Udine, Luigi Reitani, docente di Letteratura tedesca e traduttore, ha avuto modo di toccare con mano quanto sia forte in Italia un paradosso: «Da un lato sono drammaticamenti diminuiti i finanziamenti a musei, teatri e biblioteche; dall'altro si è assistito a una proliferazione di festival culturali e mostre d'arte. Alcune sono diventate delle realtà consolidate e non posso che parlarne bene, sotto tutti gli aspetti. Altre invece sono parassitarie».

- Cosa intende?
«Sono usate dai politici per ottenere visibilità nel loro territorio. Quindi non hanno alla base un'idea. Sono puri eventi spettacolari, costruiti sul richiamo di grandi nomi, spesso sempre gli stessi che girano da un festival all'altro, con l'obiettivo di attirare quanta più gente possibile».

-Non è comunque sempre meglio di niente? Cosa c'è di male nell'avvicinare più gente possibile alla cultura?
«Questa proliferazione di festival avviene da circa dieci anni. E' quindi passato un tempo sufficiente per fare un bilancio. Sono aumentati i lettori in Italia? Mi pare proprio di no. In compenso, abbiamo assistito a una caduta verticale dell'editoria di qualità. Questo non è attribuibile ai festival, sia chiaro, ma al fatto che le biblioteche non hanno soldi per acquistare nuovi libri e personale giovane e motivato. Lo stesso vale per i musei, per promuoversi, per restaurare le opere che ospitano o per acquistarne di nuove; e per i teatri, che fanno sempre più fatica a proporre spettacoli di qualità. In compenso, questi festival, per quante sponsorizzazioni ricevano, ottengono sempre finanziamenti pubblici che, invece, molto spesso potrebbero essere impiegati molto più utilmente».

- Questi festival non garantiscono però quantomeno un ritorno economico ai luoghi che li ospitano?
« Non è così automatico.  In molti casi si spendono cifre folli in pubblicità e anche se ci sono molti visitatori i bilanci alla fine sono in rosso. E poi c'è un discorso più profondo. Il valore di un evento culturale non può essere misurato solo con il numero di pernottamenti negli hotel o di incassi in più nei ristoranti che genera. L'aspetto più importante è quanto incide nella crescita culturale della comunità che lo ospita. Parlo di un caso che conosco bene, quello di "Pordenone legge". Questo Festival non solo ha cambiato la percezione della città nei confronti dell'esterno, dove prima a tutto era associata fuorché alla cultura; ma ha soprattutto cambiato i cittadini che sono stati coinvolti nella sua realizzazione e accompagnati dall'amministrazione con l'apertura in questi ultimi anni di una nuovo teatro e di una nuova bellissima biblioteca».

 
 
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