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Per i migranti un Giubileo di speranza

21/01/2016  Oltre 7.000 stranieri in San Pietro per la giornata dell’Anno santo loro dedicata. Papa Francesco li incoraggia: «Non lasciatevi rubare la gioia di vivere»

In angolo di mondo in piazza San Pietro. Le bandiere di tutti i colori e dei diversi Paesi sventolano con forza perché c’è vento e l’atmosfera è seria, come i volti delle persone che riempiono la piazza, con tratti somatici diversi, dietro ai quali si intravedono storie comuni di guerre, paura, distacco, oppressione, miseria e viaggio. Arrivano dal Congo, dall’India, dall’Est Europa, dalla Siria, dal Madagascar, dal Perù e dai quattro angoli del pianeta ognuno con la sua storia sulle spalle e tutti in piazza con il loro fazzoletto giallo al collo per essere avvolti dall’abbraccio della Misericordia di Dio, e accolti, anche da noi.
Nella giornata mondiale loro dedicata, circa 7.000 migranti, rifugiati e richiedenti asilo hanno partecipato al Giubileo dei migranti, organizzato dalla fondazione Migrantes e celebrato con la partecipazione all’Angelus del Papa e alla Messa in San Pietro.

Ciascuno con la sua storia

A loro, arrivati con figli, amici, o compagni di viaggio, papa Francesco ha chiesto di non perdere la speranza. «Cari migranti e rifugiati, ognuno di voi porta in sé una storia, una cultura, dei valori preziosi», ha detto il Pontefice, «e spesso purtroppo anche esperienze di miseria, di oppressione, di paura. La vostra presenza in questa piazza è segno della speranza in Dio. Non lasciatevi rubare questa speranza e la gioia di vivere, che scaturiscono dall’esperienza della Divina misericordia, anche grazie alle persone che vi accolgono e vi aiutano».
In piazza, portata a braccio da un gruppo di giovani rumeni, c’era anche la «croce di Lampedusa», costruita con i legni dei barconi, che poi è stata posta sotto l’altare della basilica durante la celebrazione.
E c’erano anche tante persone che sui legni di quella croce ci hanno viaggiato e si sono salvate.

Fuggiti dalle violenze

  

Come Ibrahim, 26 anni, arrivato ad agosto 2014 dalla Guinea dopo aver raggiunto la Libia e ora accolto dalla comunità Auxilium in attesa di asilo politico: «Sono scappato dal mio Paese musulmano perché mia mamma, quando è rimasta incinta di me, non era sposata con mio padre e allora entrambi i miei genitori sono dovuti fuggire, altrimenti sarebbero stati uccisi o incarcerati per questo. Mio padre è andato in Libia e mia madre, quando io avevo due anni, mi ha affidato al capo villaggio ed è scappata anche lei in una città della Guinea. Anni fa l’ho ritrovata ma un giorno un poliziotto voleva violentarla e io ho cercato di difenderla. Allora mi hanno portato in prigione e mi hanno accusato di resistenza e sovversione mentre uccidevano mia mamma. Sono riuscito a scappare dal carcere e ho vissuto con dei pastori fino a quando sono arrivato in Libia e mi hanno fatto lavorare forzatamente per sei mesi. Appena ho potuto sono salito su una “nave della speranza” e sono arrivato in Italia. Oggi sono in attesa dello stato di asilo politico. Chiederò questo a Dio, di salvarmi ancora».
Souad invece, 25 anni, siriana, è qui con suo figlio, il piccolo Kamin, 5 anni, e con il marito. «Siamo riusciti a partire dalla Siria perché io lavoravo proprio con l’ufficio dei visti per l’estero, e quindi sono riuscita a farlo per noi tre ma non per tutta la mia famiglia e per quella di mio marito che è rimasta lì», racconta, «due mesi fa è morto mio fratello sotto una bomba e ogni giorno stiamo attaccati alla televisione per avere notizie, ma anche la nostra situazione qui è a rischio. Ora la legge dice che questo mese dobbiamo lasciare la casa che ci avevano dato per un anno. Non lavoriamo e se non troviamo nessun aiuto andremo in Olanda, ma probabilmente, visto che siamo registrati in Italia, ci rispediranno qui, dove, se ci tolgono la casa, non avremo più nulla. Ma a Kamin diciamo che va tutto bene, lui è un bambino e ha già visto troppo».

Una nuova vita in Italia

Tra tante storie difficili ci sono però anche quelle positive di chi è arrivato in Italia “solo” per cercare lavoro e scappare dalla miseria ed è riuscito a organizzarsi una vita. Come quella di Lisa e Sajanh che arrivano dall’India e sono qui da nove anni. «Faccio la badante e sono riuscita a far venire anche mio marito», racconta Lisa, originaria del Kerala, «ci troviamo abbastanza bene, ma il nostro sogno e quello che chiederemo al Signore oggi è di poter guadagnare abbastanza per tornare fra qualche anno a vivere nel nostro Paese».
Durante la Messa in basilica, celebrata dal cardinale Antonio Maria Vegliò, presidente del Pontificio consiglio per la pastorale per i migranti, sono state offerte le ostie preparate dai detenuti del carcere di massima sicurezza di Opera (Milano).

Migranti - 3.700 persone morte nel Mediterraneo

  

Erano tutte lì, idealmente sotto la croce di Lampedusa, le oltre 3.700 persone che nel 2015 hanno concluso il viaggio della speranza verso l’Europa morendo nel Mediterraneo. Tra le vittime circa 800 bambini. Come spiegano Fondazione Migrantes e Caritas, con la fine dell’operazione Mare nostrum e l’inizio di Triton (cioè da fine 2014), Lampedusa è tornata a essere il primo porto di sbarco (168 sbarchi con 21.160 persone), seguita da Augusta (146 sbarchi con 22.391 persone), Pozzallo (104, 16.811), Reggio Calabria (90, 16.931). La partenza dei migranti è avvenuta per l’85 per cento dei casi dalle coste della Libia. Con il cambiamento di rotta delle persone in fuga – quelle provenienti da Medio Oriente, dal Corno d’Africa e dall’Asia si sono dirette verso la Turchia e approdano in Grecia – cambia anche la nazionalità degli sbarchi e torna in primo piano il Corno d’Africa: Eritrea (38.612 persone), Nigeria (21.886), Somalia (12.176). Gli uomini sono prevalenti (115.000) sulle donne (20.000). 15 mila i minori, di cui 11 mila non accompagnati, con un’età compresa tra i 16-17 anni (80,6%), provenienti da Egitto (2.449), Albania (1.241), Eritrea (1.218). Metà dei minori sono accolti in due regioni italiane: Sicilia (3.967) e Calabria (1.123). Le richieste di asilo nel 2015 (82.940) sono cresciute del 40%. Nel 2015 sono state accolte 70.037 domande. Circa 27mila le persone ospitate in strutture ecclesiali.

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