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sabato 24 agosto 2019
 
Lavoro nero
 

Perché i morti di Prato sono italiani

02/12/2013  La tragedia è il boomerang di una globalizzazione che noi per primi con tutto l'Occidente abbiamo creduto di esportare e governare. A colpi di lavoro sottocosto e garanzie più sottili.

Va detto subito che i sette morti cinesi di Prato sono morti nostri. Vittime italiane del lavoro. Non solo per questione di umanità. Ma anche di razionalità economica.

Quel che il “capitale”, come si sarebbe detto un tempo,  sta ormai da decenni attuando su scala mondiale è infatti un generalizzato livellamento dei diritti umani, un ribasso dei costi del lavoro, un assottigliamento delle garanzie che trova il suo epicentro in quelli che un tempo – altra dicitiura d’antan- si chiamavano Paesi in via di sviluppo. Rincorrendo la  riduzione dei costi, il lavoro si sposta nei luoghi in cui vien pagato meno e in cui le garanzie sono più sottili: prima l’India, poi il Vietnam e la Thailandia, infine la Cina.
Lo ha fatto per anni anche il “sistema Italia”, un tempo più facilmente, quando complice la lira e la cosiddetta svalutazione competitiva pre-euro, era più facile esportare capannoni e macchinari e metter alla catena di montaggio personale pagato un terzo di quello nostrano. Lo ha fatto fino ad ieri perfino la nostra multinazionale per eccellenza: prima con impianti polacchi, poi con quelli serbi, la Fiat ha messo in concorrenza Pomigliano e  Mirafiori con l’Est europeo, contratto e salari contro contratto e salari. E così abbiamo fatto nel tempo con l’Albania, le ex repubbliche sovietiche, il far East.

Ora scontiamo, e non solo in Italia, questa rincorsa al ribasso del costo del lavoro e alla svalutazione delle garanzie. La scontiamo in casa nostra: uomini che muoiono aggrappati alle inferriate, bruciati dal rogo delle loro celle di lavoro, non sono che l’effetto di rimbalzo di questa dinamica, non solo italiana, tratto caratterizzante di quella che uno studioso come Luciano Gallino chiama “l’offensiva su scala mondiale del capitale finanziario”. La ricerca a oltranza del lavoro sottopagato, e la guerra alle garanzie che esso ha portato su scala globale ha spostato il “lavoro  infame” per tutto il mondo, fino a riportarlo al punto d’origine. Così quel che abbiamo raccontato in questi anni  delle frontiere della globalizzazione – Cina compresa – ora tocca dirlo di casa nostra.

Ecco perché questi sono morti nostri. Perché, al netto della proverbiale chiusura che caratterizza la comunità cinese, sono il boomerang della globalizzazione che abbiamo mal gestito.

Vista da questo punto di vista è una sfida di ampia portata quella che spetta al sindacato e non solo. Difendere le garanzie del lavoro e il livello dei salari innanzitutto nei luoghi di “destinazione”  - India, Vietnam, Thailandia, Cina – per obbligare “il capitale” ad alzare la soglia anche in Occidente. Limitando l’erosione continua di diritti e garanzie che poi fatalmente finiamo per scontare in casa nostra. Una lotta globale per ridare dignità al lavoro è l’unica ricetta – certo di lungo periodo e di difficile realizzazione  - che ci consenta di uscire dalla emotività delle reazioni di getto. E ci permetta di ragionare  sul lungo periodo. Partendo però da una premessa: non voltiamo la faccia, i morti di Prato parlano di noi. E dei nostri diritti.

 
 
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