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"Perdona loro perché non sanno quello che fanno"

03/04/2015  Il grido di perdono di Cristo risuona anche oggi che in molti Paesi del mondo i cristiani sono le vittime designate, anche se non le sole, della violenza omicida. Le parole di padre Cantalamessa nella omelia del rito della Passione presieduto da papa Francesco.

«I cristiani non sono certamente le sole vittime della violenza omicida che c’è nel mondo, ma non si può ignorare che in molti paesi essi sono le vittime designate e più frequenti. E' di ieri la notizia dei 147 giovani trucidati dai jiadisti somali in Kenya, Gesù disse un giorno ai suoi discepoli: “Viene l'ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere onore a  Dio”. Mai forse queste parole hanno trovato, nella storia, un compimento così puntuale come oggi». Come di consueto è padre Raniero Cantalamessa, predicatore della Casa Pontificia a pronunciare l'omelia del Passio, la celebrazione che ricorda l'arresto di Gesù fino alla sua crocifissione. Papa Francesco presiede la celebrazione e ascolta il padre cappuccino ricordare le sofferenze e il martirio dei cristiani.
«A noi, però», sottolinea padre Cantalamessa, «in questo giorno non è consentito fare alcuna denuncia. Tradiremmo il mistero che stiamo celebrando. Gesú morì gridando: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Questa preghiera non è semplicemente mormorata a fior di labbra; è gridata perché la si oda bene. Anzi non è neppure una preghiera, è una richiesta perentoria, fatta con l’autorità che gli viene dall’essere il Figlio: “Padre, perdona loro!”. E poiché lui stesso ha detto che il Padre ascoltava ogni sua preghiera, dobbiamo credere che ha ascoltato anche questa sua ultima preghiera dalla croce, e che quindi i crocifissori di Cristo sono stati perdonati da Dio (certo, non senza essersi prima, in qualche modo, ravveduti) e sono con lui in paradiso, a testimoniare per l’eternità fin dove è stato capace di spingersi l’amore di  Dio».
Una testimonianza esigente, quella di Cristo, che «invece di accusare i suoi avversari, oppure di perdonare affidando al Padre celeste la cura di vendicarlo, egli li difende. Il suo esempio propone ai discepoli una generosità infinita. Perdonare con la sua stessa grandezza d'animo non può comportare semplicemente un atteggiamento negativo, con cui si rinuncia a volere il male per chi fa del male; deve tradursi invece in una volontà positiva di fare loro del bene, se non altro con una preghiera  rivolta a Dio, in loro favore. “Pregate per quelli che vi perseguitano”. Questo perdono non può trovare neppure un compenso nella speranza di un castigo divino. Deve essere ispirato da una carità che scusa il prossimo, senza tuttavia chiudere gli occhi di fronte alla verità, ma cercando anzi di fermare i malvagi in modo che non facciano altro male agli altri e a se stessi».
A chi sembra impossibile padre Cantalamessa ricorda che il Sgnore è morto per questo: per darci il comando di perdonare, l'esempio del perdono, ma soprattutto, direbbe Cristo, «con la mia morte vi ho procurato la grazia che vi rende capaci di perdonare. Io non ho lasciato al mondo solo un insegnamento sulla misericordia, come hanno fatto tanti altri. Io sono anche  Dio e ho fatto scaturire per voi dalla mia morte fiumi di misericordia. Da essi potete attingere a piene mani nell’anno giubilare della misericordia che vi sta davanti».
E questo non significa subire passivamente la sconfitta e la morte. Al contrario, «Gesù ha vinto la violenza non opponendo ad essa una violenza più grande, ma subendola e mettendone a nudo tutta l’ingiustizia e l’inutilità. Ha inaugurato un nuovo genere di vittoria che sant’Agostino ha racchiuso in tre parole: “Victor quia victima – Vincitore perché vittima”. Fu “vedendolo morire così”, che il centurione romano esclamò: “Veramente, quest’uomo era Figlio di  Dio!”. Gli altri si chiedevano cosa significasse l’”alto grido” che Gesú emise morendo. Lui che era esperto di combattenti e di combattimenti, riconobbe subito che era un grido di vittoria».
Non sono parole fuori dal mondo, quelel del predicatore: «Il problema della violenza ci assilla, ci scandalizza, oggi che essa ha inventato forme nuove e spaventose di crudeltà e di barbarie. Noi cristiani reagiamo inorriditi all’idea che si possa uccidere in nome di Dio. Qualcuno però obietta: ma la Bibbia non è anch’essa piena di storie di violenza? Non è,  Dio, chiamato “il Signore degli eserciti”? Non è attribuito a lui l’ordine di votare allo sterminio intere città? Non è lui che prescrive, nella Legge mosaica, numerosi casi di pena di morte? Se avessero rivolto a Gesù, durante la sua vita, la stessa obiezione, egli avrebbe sicuramente risposto ciò che rispose a proposito del divorzio: “Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così”. Anche a proposito della violenza, “al principio non era così”. Il primo capitolo della Genesi ci presenta un mondo dove non è neppure pensabile la violenza, né degli esseri umani tra di loro, né tra gli uomini e gli animali. Neppure per vendicare la morte di Abele, dunque per punire un assassino, è lecito uccidere».
Il pensiero di Dio, sottolinea il predicatore, è il "non uccidere", più che le «eccezioni fatte ad esso nella Legge, che sono concessioni alla “durezza del cuore” e dei costumi degli uomini. La violenza, dopo il peccato, fa parte purtroppo della vita, e l’Antico Testamento, che riflette la vita e deve servire per la vita, cerca almeno, con la sua legislazione e con la stessa pena di morte, di incanalare e arginare la violenza perché non degeneri in arbitrio personale e non ci si sbrani a vicenda. Paolo parla di un tempo caratterizzato dalla “tolleranza” di Dio. Dio tollera la violenza, come tollera la poligamia, il divorzio e altre cose, ma viene educando il popolo verso un tempo in cui il suo piano originario verrà “ricapitolato” e rimesso in onore, come per una nuova creazione».
E questo tempo è arrivato con Gesù che, nel discorso della Montagna ricorda che al male non bisogna rispondere con occhio per occhio, ma  porgendo l'altra guancia,  e amando e pregando per i propri nemici.
Ma «il vero “discorso della montagna” che ha cambiato il mondo non è però quello che Gesù pronunciò un giorno su una collina della Galilea, ma quello che proclama ora, silenziosamente, dalla croce. Sul Calvario egli pronuncia un definitivo “No!” alla violenza, opponendo ad essa, non semplicemente la non-violenza, ma, di più, il perdono, la mitezza e l’amore. Se ci sarà ancora violenza, essa non potrà più, neppure remotamente, richiamarsi a Dio e ammantarsi della sua autorità. Farlo significa far regredire l’idea di Dio a stadi primitivi e grossolani, superati dalla coscienza religiosa e civile dell’umanità».
Oggi, mentre assistiamo alle «torture decise a sangue freddo e inflitte volontariamente, in questo stesso momento, da esseri umani ad altri esseri umani, perfino a dei bambini», davanti ai tanti Ecce homo che ci sono nel mondo, vale l'esempio di Cristo. «I veri martiri», ricorda padre Cantalamessa, «non muoiono con i pugni chiusi, ma con le mani giunte. Ne abbiamo avuto tanti esempi recenti. È lui che ai 21 cristiani copti uccisi dall’Isis in Libia il 22 Febbraio scorso, ha dato la forza di morire sotto i colpi, mormorando il nome di Gesú».
E conclude l'omelia invitando a pregare «per i nostri fratelli di fede perseguitati, e per tutti gli Ecce homo che ci sono, in questo momento, sulla faccia della terra, cristiani e non cristiani».

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