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mercoledì 22 novembre 2017
 
Vita Pastorale
 

Suor Micaela Monetti: insegnare a pregare nella bellezza

24/05/2017  Anticipiamo, dal prossimo numero del mensile Vita Pastorale, l'intervista alla nuova superiora generale delle Pie Discepole del divin Maestro, una delle congregazioni della Famiglia paolina, incarico che manterrà sino al 2023. Fondate il 10 febbraio 1924, le Pie Discepole sono presenti in 31 nazioni. Attualmente l’India ha il maggior numero di vocazioni

Da brava piemontese Micaela Monetti sta assaporando fino in fondo quel “Vino nuovo in otri nuovi” che le Pie Discepole hanno messo a tema per il IX capitolo della congregazione. Dopo quasi 40 anni di professione religiosa, di cui 12 trascorsi nel governo generale, suor Monetti è stata chiamata dalle 53 consorelle capitolari, provenienti dalle 31 nazioni in cui le 1.300 Pie Discepole sono presenti (la più giovane, indiana, ha 22 anni e la più anziana, piemontese, è alle soglie dei 100 anni), ad essere la superiora generale della congregazione. E, poiché il mandato è di sei anni rinnovabili, sarà lei a guidarle fino al 2023, anno in cui si apriranno le celebrazioni per il centenario della fondazione. «Lasciamo che la lampadina si accenda giorno dopo giorno, come dice Alberione », sorride la nuova superiora.

Perché è entrata tra le Pie Discepole? E oggi come ha preso questa nomina?

«Mia zia, Vitalina, era una Pia Discepola. E sono stata affascinata dal loro modo di vivere fraterno, molto semplice, perché non c’erano gerarchie formali nella comunità. Questo mi ha incuriosito. E poi mi è piaciuto l’andare al cuore della preghiera e poter aiutare gli altri. Inoltre il nome dell’istituto “Discepole del Divin Maestro” mi ha subito portato al cuore della vita cristiana: rivivere oggi l’esperienza delle donne del Vangelo, che seguivano Gesù dalla Galilea. E hanno raggiunto i confini del mondo. Quanto alla nomina mi ha spaventato, ma allo stesso tempo ho avvertito tanta tranquillità, perché so che non devo, non posso e non voglio fare tutto da sola. C’è un team con cui lavoreremo. È finito il tempo delle superiori che governano da sole. È importante custodire la comunione e camminare insieme».

Il capitolo, concluso a fine maggio, ha messo a fuoco il tema della novità nella vita religiosa. Che lo stesso Papa Francesco ha sottolineato durante l’Anno della vita consacrata. Cosa significa per voi?

«Avvertiamo anche qui tra noi questa esigenza di novità: non possiamo continuare con uno spirito vecchio che imprigiona ciò che lo Spirito sta portando avanti, anche in una realtà internazionale come la nostra. La vita ha in sé una forza che ha sempre bisogno di trovare sbocchi nuovi, in tutte le culture e le società dove ci troviamo. Si tratta di andare a dialogare, con quel contesto e con quel territorio, di quello specifico paolino che va al cuore della vita cristiana: sacramenti, eucaristia, sacerdozio, liturgia, preghiera. Ci chiediamo oggi che cosa questo significhi per la gente che incontriamo».

Il tema della globalizzazione, che era emerso fortemente nello scorso capitolo, come è stato declinato in questi anni, cosa vi chiede?

«È la domanda che viene dalle periferie, perché c’è un global ma anche un local. Sei anni fa ci dicevamo che ogni realtà locale chiede di essere custodita, ci sprona ad essere sempre più inserite nel territorio, inculturate. Questa volta sta emergendo forte l’attenzione alla realtà e al filone giustizia e pace. Per una congregazione come la nostra, qual è il risvolto e la dimensione sociale dell’eucaristia, dove ti porta una vita di preghiera cristiana? Accanto ai migranti, per esempio. È un filone di approfondimento che ci scalda e ci dà energie. Sono piste nuove e quindi incontrano anche tutte le resistenze e i timori che la novità porta con sé. C’è un film dello scorso anno, della regista Anne Fontaine, che racconta bene la sfida della vita consacrata di fronte alle urgenze che la vita ci pone di fronte. Agnus Dei è un inno alla vita. È ambientato in Polonia, in un convento. Indica un percorso pasquale, perché dopo una terribile violenza – pur non essendoci nessuna scena violenta – la forza della vita butta giù i muri della clausura. È interessante per la vita consacrata: una domanda sociale, se solo la intercetti, fa crollare i muri, ti fa trovare la forza di rispondere, senza farti prendere da false preoccupazioni».

Rispetto a queste riflessioni, la vostra storia quasi centenaria cosa vi chiede oggi?

«Nei continenti del cristianesimo consolidato, come per esempio l’Europa, abbiamo delle grandi strutture. Ci chiediamo che segno siano oggi, nella Chiesa e nella società, come riconvertirle. Come mettere vino nuovo in questi otri, che sono quelli che sono. Ma ci sono anche nuovi temi che emergono con forza. Sono passati due anni dall’enciclica Laudato si’ e stiamo riflettendo sulla dimensione ecologica della liturgia: noi celebriamo con del pane e del vino, battezziamo con acqua, ungiamo con olio. Laudato si’ parla anche di questo, dell’attenzione al creato nel nostro vivere e celebrare. Abbiamo esperienza molte belle in India, in Corea, dove la dimensione olistica, questa sensibilità e attenzione al creato, è molto viva, la respiri nell’aria. In India con dei centri olistici aiutiamo le persone a scendere nel profondo e a recuperare il divino che è in loro».

L’India, dove la vostra presenza è in aumento, è un terreno fertile anche per il dialogo interreligioso. Come lo vivete?

«Abbiamo luoghi di preghiera, di adorazione eucaristica, dove anche musulmani e indi vengono perché dicono che lì c’è il divino e si fermano. È un’esperienza molto bella. Ci sono ambienti più favorevoli, altri meno, ma oggi in una realtà sempre più multireligiosa sono piste che possono essere percorse in diversi modi e in tanti Paesi. L’India ha il numero maggiore di membri, è una provincia in crescita esponenziale con tante giovani in formazione. È una realtà molto stimolante e anche complessa, come tutte quelle di questo tipo».

Negli ultimi anni avete rinnovato i cammini formativi. Cosa significa fare formazione oggi in realtà tanto diverse?

«Toccare il cuore delle persone. Ci sono piani di formazione, non si può improvvisare, ma la vera sfida è l’accompagnamento delle persone e l’aiuto a farle crescere nella responsabilità e libertà di essere quello che Dio chiede loro. È un cammino lento che esige pazienza, tempi lunghi. E persone preparate. Anche se sono paolina, da buona torinese mi piace citare don Bosco: educazione è questione di cuore, ci vogliono persone che trasmettano la gioia della propria vita e aiutino le giovani generazioni a liberarla. Insomma i cammini formativi sono necessari, ma poi occorre intelligenza, sapienza ed elasticità per poterli mediare nelle diverse situazioni e a seconda delle persone che ci troviamo di fronte. È un discorso che riprenderemo perché abbiamo un Sinodo alle porte che ci parla di giovani e di discernimento vocazionale. E dobbiamo imparare a raccontare la nostra storia in modo attraente».

Oggi come racconterebbe a una giovane il vostro carisma?

«Una frase presa da I cento passi mi ha colpito: se insegni la bellezza offri agli altri le armi per vincere paura e rassegnazione.Don Alberione ci ha affidato l’eucaristia, la liturgia, il sacerdozio ma al cuore di tutto c’è la forza della risurrezione e oggi si può dire che è proprio quella bellezza che salva e di cui il mondo ha bisogno. Suor Tiziana Longhitano, in una relazione al capitolo, ci diceva che abbiamo il compito di insegnare la bellezza e di non dimenticare il peso di promozione umana che la bellezza ha. Il nostro carisma nella Chiesa è proprio insegnare a pregare nella bellezza. Essendo un carisma che non ha opere sociali, corriamo il rischio che qualcuno possa circoscrivere le nostre presenze al sacro e cadere nella clericalizzazione, metterlo nelle sacrestie e ridurlo a roba da preti... Ebbene, non è così. È lo sforzo da fare: trovare linguaggi nuovi per dire cosa siamo in modo che la gente capisca. È un discorso che riguarda anche il campo dei new media, una piazza da abitare in modo cristianamente qualificato. Tra le 53 partecipanti a questa assemblea più della metà sono giovani, di altre nazioni. Puntiamo su di loro per questa frontiera dei new media».

Cosa si aspetta dalla commissione sul diaconato femminile che il Papa ha voluto, anche dopo la richiesta dell’Unione internazionale delle superiori generali?

«Ho studiato patrologia, è un tema che ho già incontrato da tempo sui libri.Ma mi scalda il cuore. Oggi abbiamo bisogno che questo spazio per la donna, tanto proclamato da Giovanni Paolo II, arrivi anche a un livello decisionale. Perché nel dettaglio della vita quotidiana, nelle comunità ecclesiali, c’è un grande impegno, basti pensare quanta presenza femminile c’è nella vita delle parrocchie, ma occorre vedere come si muovono i ministeri. C’è da auspicare che porti i frutti desiderati. Noi che abbiamo un ruolo importante per carisma nella vita liturgica della Chiesa sappiamo che nelle comunità ecclesiali latinoamericane molte consorelle presiedono le celebrazioni della Parola, amministrano i sacramenti. Sentirsi dire da certi monsignori “avete aspirazioni episcopali” mi sembra fuori posto! E fa capire perché la Chiesa italiana ed europea non hanno approfondito certe categorie teologiche. Oggi grazie allo Spirito, che ci ha dato Papa Francesco, abbiamo bisogno di rinnovare e rimasticare queste categorie perché passino nella vita. È importante che la commissione porti frutti significativi e visibili».

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