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martedì 12 dicembre 2017
 
Cinema
 

Piena di Grazia, in un film la storia mai raccontata di Maria di Nazareth

27/02/2017  Un film scritto e diretto da Andrew Hyatt con Noam Jenkins, Bahia Haifi, Kelsey Asbille

E’ un storia mai raccontata quella che ci propone il film di Andrew Hyatt.  Full of Grace, tradotto con  Piena di Grazia, ripercorre gli ultimi anni della vita di Maria di Nazareth, dedicati totalmente a sostenere la nascente Chiesa, che si trova in una fase cruciale della sua storia.

Una volta che Gesù è stato sottratto all’esperienza degli apostoli, Maria vive una vita ritirata nel silenzio e nei ricordi di suo Figlio. Le fa compagnia Zara, una ragazza che lei ha accolto come una figlia e che le sta a fianco con devozione. 

Pietro, Giovanni, Andrea e Simone sono gli apostoli sulle cui spalle grava il peso della responsabilità verso la comunità cristiana affidata dal Maestro alle loro cure. Essi si interrogano sul suo destino, adesso che spirano venti contrari che mettono a rischio la rotta indicata. 

Non è certo un momento buono. Pietro, capo riconosciuto, è sollecitato dai suoi fratelli a dare delle risposte alle difficoltà presenti e ad indicare la strada che la nuova comunità deve percorrere per rimanere fedele alla parola del suo Fondatore.

Ma il pescatore di Galilea è come se fosse avvolto dal buio di una notte. E’ sconvolto. Forse ha paura. Non sa che fare e che dire. Sono profonde le tensioni che percorrono il tessuto della Chiesa di Gerusalemme. 

Da una parte alcuni predicatori stanno diffondendo un annuncio che non corrisponde a quello di Gesù. Sembrano mossi da interessi personali. Le loro parole nascondono la vera umanità di Cristo. Propongono visioni parziali della sua opera di salvezza.

Dall’altra parte la predicazione che Paolo di Tarso sta facendo fuori dai confini della Terra di Israele crea apprensioni e incomprensioni tra gli apostoli, perché annuncia una fede in Cristo che non ha più bisogno dell’osservanza dell’antica Legge ebraica e delle sue tradizioni.

Paure e lacerazioni vengono portate ai piedi di Maria. Pietro si reca a trovare la Madre di Gesù, perché vuole cercare una speranza più fondata e certa per la comunità cristiana. Vuole  più luce per il cammino. 

Maria addomestica un po’ per volta i fantasmi della mente di Pietro. Con una parola sempre viva e penetrante spazza via le incertezze dell’apostolo. L’esperienza singolare che lei ha avuto di suo Figlio si trasforma in nutrimento per Pietro. Maria diventa madre per una seconda volta, perché partorisce la nuova Chiesa.

Solo adesso, dopo aver svolto l’ultima missione, Maria è pronta per morire. Il suo feretro viene portato a spalla dagli apostoli. Zara, per mano di Pietro, è accolta nella comunità dei credenti.

Il regista Andrew Hyatt è un uomo di fede. La vive come una esperienza personale di interiore profondità. La scrittura di questo film lo testimonia. Intendo proprio la scrittura dei dialoghi, delle parole dette, perché il film è tutto qui, nelle parole. Afferma il regista: “Credo fermamente che Full of Grace sia un film diverso. E’ più come guardare una preghiera, e meno come guardare un film”. Hyatt sperimenta un film che filma la parola. La preghiera è parola.

Per questo motivo vale allora solo il primo piano, la faccia e la bocca di parla. Gli attori non devono fare altro. Non l’intensità della recitazione. Ma l’intensità della parola. Non il movimento ma la sospensione. Non i rumori ma la musica. Non il dramma ma il flashback alonato.

Il senso tradizionale della sceneggiatura è praticamente azzerato. I personaggi si muovono in ambienti appena identificabili. Gli “interni” sono illuminati quel tanto che basta per poter riconoscere il volto. Gli “esterni” potrebbero essere quelli di ogni posto di questo mondo.

Forse il regista cade nel tranello di cui spesso rimangono vittime  i credenti e i creativi: “Ho creduto che se il contenuto del film ha parlato e ha commosso me, ci sarebbe stato un pubblico affamato che lo avrebbe trovato ugualmente di forte impatto”, così egli stesso ha confessato. Ma forse il deep impact non c’è stato.

E’ pur vero che la maggior parte della cinematografia corrente ha ritratto il più delle volte i personaggi delle Sacre Scritture “con l’aureola già sulla loro testa”. Deliberatamente Andrew Hyatt non ha voluto correre questo pericolo. Però è ben difficile far passare per vero cinema – che porta sullo schermo vera carne e sangue – quello che è invece molto più simile a una partitura radiofonica, dove puoi spegnere lo schermo e le parole e la musica ti riempiono lo stesso la mente e il cuore.

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