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La mafia uccide solo d'estate, lo sguardo di Pif ingenuo solo all'apparenza

19/01/2018  Nel giorno del compleanno di Chinnici e Borsellino, RaiTre propone La mafia uccide solo d'estate. Nello sguardo insolito e ironico di Pif c'è il tema serissimo della presa di coscienza di una generazione.

Si può affrontare con ironia una cosa seria come la mafia? No, se si ride banalizzando. No, se si manca di rispetto alle vittime. Sì, se si sorride (amaro) dello sguardo di un bambino che capisce da bambino le cose troppo grandi che gli accadono attorno. Sì, se, strappando un sorriso, si straccia il manto di sacralità con cui la mafia pretende di avvolgere i suoi riti e si grida così: “il re è nudo”. Sì, se si tolgono gli eroi dalle lapidi per farli ridiventare persone normali e per questo ancora più nobili, più importanti, più preziose. Perché gli eroi confinati nel marmo dei monumenti scaricano la coscienza degli altri, le persone normali che fanno con apparente normalità il loro dovere fino a morirne invece no: mettono ciascuno spalle al muro a confrontarsi con la propria indifferenza.  In La mafia uccide solo d’estate, Pier Francesco Diliberto, in arte Pif, fa le cose buone che ci siamo detti sopra. Può essere comunque spiazzante, ma non offende mai.

Pif, testimone mai iena, prende due generazioni e le costringe allo specchio: con uno sguardo innocente e insieme spietato, solo apparentemente ingenuo, mette i coetanei dei suoi genitori davanti ai loro sentimenti, ai loro timori rassegnati, ai loro errori in buona o malafede, alle loro indifferenze, se del caso alle loro collusioni.

Ma soprattutto mette a confronto con sé stessi gli ex ragazzi che avevano vent’anni nel 1992
: guardi Arturo-Pif bambino che, dentro la Palermo degli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, cresce capendo più o meno niente dei drammi della storia e della cronaca che sempre sfiora e ne sorridi intenerito. Poi man mano che Arturo diventa grande ti arrabbi, a un certo punto lo prenderesti a schiaffi perché non si sveglia, perché continua a non capire troppe cose. Nel 1992  lo schiaffo arriva, brutale. Lo riconosci, perché a vent’anni l’avevi preso in pieno, e capisci perché Pif-Arturo, ormai ragazzo, ti fa così arrabbiare: non è lui che vorresti schiaffeggiare ma il te stesso che eri. Se non lo sei più, perché nel frattempo ti sei svegliato, ci fai pace.  Se sei rimasto fermo là è probabile che il film ti prenda a schiaffi a scoppio ritardato. Magari è troppo tardi, ma se è ben assestato anche lo schiaffo è un merito di Pif.

Più difficile per i più adulti
è entrare nel punto di vista degli spettatori più giovani, capire come vedranno il film i ragazzi che nei primi anni Novanta ci sono nati. Chi c’è passato ha le didascalie in testa, loro no. Confrontarsi con gli studenti dello Iulm, presenti all’anteprima a Milano, aiuta: sono nati nel 1993, quel passato per loro è un magma, a volte confuso, di ricordi altrui. Loro sono il bambino delle ultime scene. Vanno a vedere il film attratti dal Pif della Tv. Ci vanno e apprezzano, perché dicono che «si capisce tutto, che non dà niente per scontato». Il modo con cui faranno i conti con i temi profondi e con un passato non loro, dipenderà in definitiva ancora anche dalla generazione che li precede. Dipenderà da Pif che diventato grande potrebbe essere loro padre e li prende per mano guidandoli a capire le cose che i grandi non spiegavano a lui. Dipenderà dai coetanei di Pif che hanno fatto altrove il suo stesso percorso. Ma dipenderà anche da quelli che non hanno saputo farlo: che non si sono svegliati o, peggio, che, quando hanno preso lo schiaffo, dovendo scegliere da che parte stare, hanno scelto quella sbagliata. 


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La mafia uccide solo d'estate, dal film alla fiction
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