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sabato 23 giugno 2018
 
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Più brave a scuola, ma svantaggiate nel lavoro specie se mamme

07/03/2018  L'ultimo rapporto di Almalaurea su diplomati e laureati conferma i risultati delle ragazze negli studi: più preparate e scrupolose dei maschi, ma il tetto di cristallo nel lavoro è sempre lì. Penalizza tutte e le madri anche di più.

Studiano di più e meglio, ma pagano dazio nel mondo del lavoro. Il rapporto 2017 sul profilo di diplomati e laureati di Almalaurea conferma le sensazioni degli insegnanti e dei genitori con figli maschi e femmine: le ragazze sono più puntuali, più preparate più regolari e con le idee più chiare negli studi. La differenza si nota già alla scuola media: il 35% delle ragazze prende la licenza media con il 9 o più contro il 26% dei maschi. E quando approdano alle superiori sono più regolari: il 91% delle ragazze non ripete anni contro l’85% dei ragazzi e il voto medio al diploma è 78,6 su 100 contro il 75,1.

Succede anche perché le ragazze si impegnano di più: il 38% delle ragazze studia oltre 15 ore settimanali a casa, cosa che fa soltanto il 16% dei ragazzi. Studiano di più le lingue e hanno più coraggio nell’intraprendere percorsi di studio all’estero: il 39% delle ragazze fa esperienze internazionali contro il 26% dei maschi. Sono anche più impegnate nel volontariato (20% contro 14%) e nel tempo libero scelgono attività culturali al 55% contro il 42% dei maschi.

Completati gli studi secondari, sono le ragazze più spesso interessate a continuare all’università 77% contro il 63 e più spesso dei maschi lo fanno per avere un lavoro di proprio interesse e per approfondire interessi culturali. All’università il divario si allarga pure: nel 2016 sul totale dei laureati erano donne il 59%, il 51% delle quali laureate in corso contro il 46% dei colleghi, anche il voto medio delle donne è più alto: 103,4 su 110 contro 101,3, accade anche perché scelgono più spesso spinte da interessi culturali e sono più portate a intraprendere stage e tirocini. E i risultati delle ragazze sono migliori nonostante lo svantaggio sociale iniziale sia superiore: il 27% delle laureate ha almeno un genitore laureato contro il 33% dei laureati e solo il 21% delle laureate proviene da una famiglia di estrazione sociale elevata contro il 24% dei colleghi, percentuale che riflette non a caso il dato relativo alle borse di studio più numerose tra le ragazze.

Quando finisce la formazione però l’occupazione non riflette i migliori risultati delle donne: tra i laureati magistrali, a cinque anni dalla laurea, il tasso di occupazione femminile è dell’81% contro l’89% dei maschi, cosa che in parte ma solo in parte dipende dal fatto che le donne si orientano più spesso verso l’insegnamento e il pubblico impiego che hanno tempi più lunghi di ingresso. A parità di lavoro a tempo pieno, poi, a cinque anni dalla laurea le donne guadagnano di meno: in media 159 euro netti in meno al mese e per loro il titolo di studio conseguito è meno efficace per trovare lavoro e fanno più fatica a realizzarsi professionalmente: a svolgere lavori ad elevata specializzazione a cinque anni dalla laurea sono il 56% degli uomini contro il 47% delle donne che, a parità di studi, hanno in media lavori lavori, meno stabili e meno gratificanti. E le differenze a vantaggio degli uomini restano tali in qualsiasi ambito disciplinare. E anche nel campo della tecnologia, dove i laureati maschi sono di più le donne sono più brave e più penalizzate.

Il fatto più preoccupante sta nel fatto che il divario e la penalizzazione per le donne nel lavoro, crescono in presenza figli. Tra le laureate il tasso di occupazione delle donne senza figli è di 19 punti più elevato rispetto a quelle che non hanno bambini. In un Paese in cui ne nascono pochi c’è da preoccuparsi. Anche perché il dato è confermato e rincarato da una statistica diffusa dall’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro secondo cui: «Le donne con almeno un figlio fanno registrare un tasso di occupazione inferiore di oltre 15 punti percentuali rispetto a quello delle donne senza figli. Al crescere del numero di figli diminuisce proporzionalmente il tasso di occupazione femminile. Prendendo a riferimento il tasso di occupazione delle donne senza figli (70,8%), questo scende di oltre 8 punti per le mamme con un solo figlio (62,2%), di oltre 18 punti in caso di due figli (52,6%) e di oltre 22 punti percentuali (39,7%) nel caso di almeno tre figli. Il livello di istruzione ha la sua importanza, perché per le donne laureate la maternità non ha un impatto così significativo sulla partecipazione al mercato del lavoro come invece per le donne con il diploma o la licenza media, ma l'assenza di una vera rete pubblica di protezione sociale, il lavoro rappresenta un lusso per le donne, poiché molto spesso lo stipendio non basta a coprire le spese sostenute per l'asilo nido ed i servizi di baby-sitting». Segno che c'è ancora bisognod di un otto marzo, che c'è strada da fare.

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