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martedì 26 settembre 2017
 
Un'inutile gazzarra
 

Il sindaco, la sindaca e la capra di Vittorio Sgarbi

05/01/2017  Un intervento, al solito aggressivo, del critico d'arte contro la presidente della Camera Laura Boldrini, a proposito del dibattito su sindaca/sindaco, ministro/ministra eccetera, ha rinfocolato lì'attenzione sul linguaggio di genere. Claudio Marazzini, presidente dell'Accademia della Crusca, invita tutti alla sede di Firenze per discutere del problema, visto l'interesse che suscita. Senza polemiche "sgarbate".

MA È UNA COSA COSÌ NUOVA?  

In qualità di presidente dell’Accademia della Crusca sono stato da tempo investito dall’ondata delle polemiche sul linguaggio di genere. È curioso che una questione piuttosto stagionata come questa ritorni ora con tanta intensità. Perché stagionata? In Italia il dibattito su sindaca/sindaco, ministro/ministra ecc. è stato aperto nel 1986 dalle Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana pubblicate dal Poligrafico dello Stato al tempo del governo Craxi. Dunque non si tratta di una novità. Inutile dire che quella polemica degli anni ’80 arrivava dal mondo anglosassone, come altre cose che hanno investito la cultura italiana.

BOLDRINI, BOSCHI E NAPOLITANO

Ho avuto occasione di incontrare di recente la presidente Boldrini, l’allora ministra con delega alle Pari opportunità Maria Elena Boschi, la Direttrice generale delle pari opportunità dott.ssa Boda. Ho sentito il loro parere sulla questione, e ho invitato tutti a venire all’Accademia della Crusca per discutere pacatamente di questo problema, visto l’interesse che suscita. Credo che questo incontro si farà, perché mi è stata confermata la disponibilità durante gli auguri di fine anno alla Presidenza della Repubblica. In quell’occasione, ho chiacchierato a lungo anche con il presidente emerito Napolitano: abbiamo conversato proprio a proposito del suo intervento di fronte alla presidente Boldrini, in cui ha dichiarato la preferenza per le forme maschili. Questa è stata la scintilla per accendere la rinnovata polemica sui giornali, alimentando ora anche il discorso di Vittorio Sgarbi (involontariamente, sia chiaro, ché il presidente Napolitano, non avrebbe certo voluto una gazzarra del genere). Il presidente emerito non ha detto nulla di paragonabile, nel tono e nelle intenzioni, all’esposizione infuriata di Vittorio Sgarbi. Giorgio Napolitano ha solo dichiarato in modo chiaro e leale la propria affezione per la tradizionale forma linguistica maschile (il maschile “non marcato”, direbbero i linguisti), la forma che ha adoperato tutta la vita, anche rivolgendosi a illustri donne presidenti della Camera, come Nilde Iotti.

L’INTERVENTO DI VITTORIO SGARBI

  

L’intervento di Sgarbi, con quel tanto di aggressivo e di artificioso a cui egli è costretto dalla parte che si è scelto, farà rinascere le discussioni, forse dando nuova voce (o grido) agli avversari del femminile nelle nuove professioni. L’intervento di Sgarbi, di per sé, avrebbe potuto essere motivo di libero confronto intellettuale: peccato che il finale, con climax che monta fino al gratuito insulto (la “capra”), abbia guastato tutto. L’eleganza e l’educazione richiederebbero di evitare queste cadute, ovviamente. Forse proprio la provocazione è stata cercata per creare interesse mediatico, diciamo per richiamare attenzione.

LA POSIZIONE DELL’ACCADEMIA DELLA CRUSCA

Tornando al tema che ci interessa, posso dire che nel mese di dicembre è uscito un libretto, il numero 4 della fortunata serie coordinata dall’Accademia della Crusca per il quotidiano “La Repubblica”. Titolo: Sindaco e sindaca: il linguaggio di genere, scritto da Cecilia Robustelli. L’autrice da tempo conduce una campagna per la modernizzazione dei nomi di professione femminili. Il libretto di cui parlo ha una postfazione del sottoscritto, che può essere assunta come l’attuale posizione ufficiale dell’Accademia su questi problemi. Ne riporterò alcuni passi. Il discorso prende l’avvio dal concetto di “genere”:

 

Con questa etichetta, modellata sull’inglese “gender”, da cui discende la vasta  materia dei “gender studies”, si intende fra l’altro l’adeguamento della comunicazione alle innovazioni sociali che hanno caratterizzato la vita delle donne in epoca moderna, sotto il segno della loro emancipazione dalla supremazia e tutela maschile. Ovviamente solo una parte del processo riguarda la lingua, anzi è probabile che la lingua sia interessata dall’innovazione solo quando altri diritti fondamentali sono stati conquistati, diritti di natura politica, di lavoro, di partecipazione alla vita sociale. Però, ad un certo punto, anche la lingua è investita dalla spinta al cambiamento. Oggi questi temi sollecitano domande che giungono da giornalisti, da uomini politici, da funzionari della pubblica amministrazione, da professionisti del diritto, da amministratori, da cittadini comuni. (…).
La tolleranza che usiamo nei confronti di molte oscillazioni nell’uso della lingua deve essere applicata anche qui. (…) Naturalmente ci sono casi in cui la scelta si è ormai orientata in maniera ormai chiara. “Sindaca” e “ministra”  appartengono ormai al linguaggio comune. Dico di più: la lingua è una democrazia, in cui la maggioranza governa, i grammatici prendono atto delle innovazioni e cercano di farle andare d’accordo con la tradizione, e le minoranze, anche ribelli, hanno pur diritto di esistere, senza dover temere la gogna mediatica. Dunque mi pare giusto accordare il diritto di scrivere e di parlare anche al passatista (non raro) che non ha fatto neppure il primo passo, che non è nemmeno arrivato ad accettare “la sindaca”. Naturalmente sarà bene cercare di convincerlo ad adattare le proprie scelte al mutamento della società, ma dovrà essere una lezione di razionalità, non un anatema. (…).
Ci sono ovviamente problemi ancora aperti. Citerò un passo tratto da un libro di un collega Accademico della Crusca tra i più illustri e attivi (…), Vittorio Coletti, professore di Storia della lingua italiana nell’università di Genova (…):

 

È vero che a volte si può esagerare nel ristabilire la parità tra i generi. Certi nomi sono riferiti alla persona e alla carica. Presidente della Repubblica può essere il titolo di chi copre questa carica, quanto la carica stessa. In questo secondo caso, il maschile è per il momento d’obbligo, perché il maschile in italiano, proprio per la sua prevalenza, è, come dicono i linguisti, genere “non marcato”, asessuato, e quindi più adatto ad esprimere qualcosa che non è né maschile né femminile.

 

In un dibattito recentemente organizzato da “la Repubblica” al MAXXI di Roma ho sentito lo scrittore Gianrico Carofiglio, ex magistrato, avanzare dubbi sulla legittimità di un atto formale emesso da “la Presidente del tribunale”, perché l’atto richiede l’assoluta impersonalità della carica. Non sto dicendo che l’amico e collega Coletti e lo scrittore Carofiglio abbiano indiscutibilmente ragione. Però in questa fase storica è necessario un confronto. 
(…) La questione del cosiddetto “maschile non marcato”, citato da Coletti (…), può ancora dividere, non dico il largo pubblico, vista la natura piuttosto tecnica dell’argomento, ma certamente gli studiosi. Due padri della cultura del Novecento, Georges Dumézil e Claude Lévi-Strauss, nel 1984, avevano fatto adottare all’unanimità dell’Académie française una risoluzione che si chiudeva proprio con la spiegazione della convenzionalità dei generi grammaticali  (…).  Si potrebbe ribattere che la posizione di Dumézil e Lévi-Strauss risale a molti anni fa, dunque esprime una cautela maschilista di stampo conservatore, mentre oggi le cose stanno diversamente. (…) Si potrebbe osservare che il fascicolo pubblicato nel 1986 per conto della Commissione nazionale per la realizzazione della parità tra uomo e donna, patrocinato dal governo Craxi, era forse una trasposizione un po’ meccanica di quanto andava allora di moda nella cultura anglosassone. Alcune cose sono certamente oggi da ripensare: tra le indicazioni date per certe  (…) c’era la notissima condanna del suffisso -essa, considerato spregiativo, contestato per professioni come avvocatessa, vigilessa, e anche per studentessa (p. 22 del fascicolo 1986). Ovviamente studentessa non è mai stato avvertito da nessuno come offensivo, e infatti tutti abbiamo continuato a usarlo senza remore di sorta (…). Ciò prova fra l’altro che esistono asimmetrie nella lingua, e che il suffisso di per sé non è marcato irreversibilmente e costantemente in maniera spregiativa e offensiva. 
(…).

PER CONCLUDERE

  

a)    Invocare la grammatica per condannare “il sindaco” usato per una donna, o viceversa per condannare “la sindaca”, a sua volta usato per una donna, non ha senso. L’una o l’altra condanna derivano o da radicalizzazione ideologica, o da affezione alla tradizione linguistica. Tralasciamo il primo dei due casi. Il secondo caso discende dalla personale preferenza di persone stimate e autorevoli, che certo hanno diritto alla propria scelta, Va precisato tuttavia che i giudizi sul “bello” o “brutto” di questa o quella forma linguistica, spesso evocati per giustificare una determinata scelta, sono soggettivi e scientificamente nulli. Rassegniamoci all’oscillazione tra maschile non marcato e femminile, fino a quando non ci sarà il netto  prevalere di una forma sull’altra. Valutiamo bene gli aspetti legali legati alla modifica dei nomi di cariche ufficiali. Buona soluzione - a mio giudizio - è adottare il femminile quando abbiamo il nome (“La presidente Boldrini”, “La ministra Boschi”), il maschile non marcato quando la carica è menzionata di per sé in atti ufficiali (“La circolare del ministro”, “Il ministro decreta”, maschio o femmina che sia).

 

b)    Non si può dare torto a coloro che vedono una sopravvalutazione ideologica nella questione del linguaggio di genere, così come è stata posta fino a oggi. Dobbiamo pensare che la mancanza di rispetto verso la donna non sta nell’uso del maschile non marcato, magari corretto dall’articolo (“il ministro” / “la ministro”), ma in altre aggiunte linguistiche che si possono introdurre, come se si dicesse “i calzoni attillati del ministro”, e naturalmente in questo caso sarà un ministro donna (l’esempio mi è stato suggerito da un grande linguista, Raffaele Simone). Potremmo aggiungere che, quando divenne ministra Maria Elena Boschi, la sentii nominare (con sottile polemica) da un esponente della Destra con l’appellativo di “dolcissima Boschi”: questo è discriminatorio ed offensivo, molto di più di quanto possa esserlo (se mai lo è) il maschile nel nome della carica. Inoltre bisogna evitare che le rivendicazioni linguistiche forniscano alibi per non affrontare concretamente problemi che hanno forse costi materiali maggiori (penso ad esempio alla vergognosa disattenzione per la maternità delle assegniste universitarie). Il tema fu toccato polemicamente e ironicamente su “La Stampa” e in Tv da Luciana Littizzetto, e non riesco a darle del tutto torto: è un caso, come quello del presidente Napolitano, in cui occorre rispettare l’argomento della controparte, e riflettere su di esso.

 

c)    I nomi femminili ministra, sindaca (quest’ultimo favorito nel suo innegabile successo dalle recenti elezioni di Roma e Torino) non dipendono dalla grammatica, che accetta sia il maschile tradizionale sia il femminile innovativo, ma da una battaglia ideologica trasportata nella lingua dalle donne (o da alcune di esse) quando conquistano nuovi spazi in politica e nel mondo del lavoro. La furia di chi ora avvia sgarbatamente la battaglia contro queste donne fa pensare che in fondo esse abbiano più ragione di quanto potesse sembrare. La lingua risente anche dei mutamenti ideologici, ed è ovviamente terreno di scontro, ma il dibattito dovrebbe sempre mantenersi nei saldi binari della civiltà.

 

d)    Le forme che escono in -e, come assessore, presidente, dovrebbero essere investite meno di altre dallo sforzo di chi vuole innovare in funzione del genere: basta insomma l’articolo, senza tirare in ballo la morfologia suffissale, perché in italiano abbiamo già “il prete”, “l’abate”, e “la forbice”, “la neve”, “la specie”, tutti con uscita in -e.
 

 

Claudio Marazzini, presidente dell'Accademia della Crusca

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