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sabato 24 agosto 2019
 
 
Benessere

Pregare è come una medicina, scienziati e teologi concordi: ci guarisce

05/11/2016  Il raccoglimento attiva la funzione parasimpatica, riducendo frequenza cardiaca e pressione sanguigna, rafforzando la risposta immunitaria e abbassando i livelli ematici di cortisolo (l’ormone dello stress). Scoperta l’area del cervello che ci consente di entrare in relazione con l’armonia assoluta e con Dio

La preghiera come una medicina, un balsamo del corpo e dello spirito. La scienza ha largamente dimostrato che la pratica religiosa può influire sullo stato di salute, facendo ammalare meno e guarire prima: fra i primi studiosi ad averne parlato c’è l’americano Herbert Benson, cardiologo dell’Università di Harvard, che, sin dagli anni Settanta del secolo scorso, ha ipotizzato per la preghiera la stessa azione biochimica prodotta dal rilassamento, capace di abbassare la pressione sanguigna, ridurre il ritmo cardiaco e allentare la tensione muscolare. partite dal “g Tum-mo”, una pratica yoga che – grazie a una speciale respirazione meditativa – consente ai monaci buddisti di resistere alle temperature estreme dell’Himalaya e addirittura asciugare lenzuola bagnate avvolte intorno ai corpi nudi, grazie alla loro misteriosa capacità di sviluppare un elevato calore interno.
«La meraviglia delle ricerche internazionali infatti è quella di aver mostrato come gli effetti della preghiera vadano al di là della singola religione o del fatto di credere o meno in Dio», spiega la dottoressa Monica Urru, medico, psicoterapeuta, specializzata nel trattamento degli psicotraumi in adulti e adolescenti, che ha trattato il tema nell’ambito del VI Congresso nazionale Simben (Società italiana di medicina del benessere), organizzato lo scorso ottobre a Roma in collaborazione con l’Aime (Associazione italiana di medicina estetica) e coordinato dal professor Pier Michele Mandrillo.
«Non a caso, a partire dal 1992, il neuroscienziato Andrew Newberg ha provato a verificare che cosa accadesse nel cervello di persone appartenenti a fedi diverse, dai monaci tibetani alle monache francescane, chiedendo loro di utilizzare le rispettive meditazioni o forme di preghiera durante l’esperimento », afferma l’esperta.
I vari soggetti dovevano tirare una cordicella non appena avessero provato la sensazione di cadere in estasi o essere connessi con il loro senso del divino, avviando così una risonanza magnetica funzionale del cervello, un esame che permette di mappare quali aree cerebrali si attivano quando pensiamo o facciamo qualcosa. Pioniere della cosiddetta neuroteologia, Newberg si è accorto che quelle aree sono sempre le stesse – indipendentemente dalla confessione religiosa – e i suoi studi sono stati avvalorati negli anni successivi da esami ancora più precisi, come la tomograŠa computerizzata a emissione di fotoni singoli (Spect), molto più sensibile rispetto ad altre prove strumentali.

Che cosa accade?

Nel concreto, durante un’esperienza spirituale (intesa come preghiera solitaria o collettiva, meditazione, lettura di testi sacri o partecipazione a un rito religioso), il cervello “spegne” gli stimoli sensoriali che normalmente attingono informazioni dall’ambiente esterno, come luce, rumori e odori, permettendo di concentrarsi sulla propria interiorità. «I moderni esami diagnostici consentono di visualizzare le aree cerebrali coinvolte in questo meccanismo», riferisce la dottoressa Urru. «Oltre ad aumentare l’attività della corteccia prefrontale, cioè la parte anteriore del lobo frontale che governa le emozioni, si mettono maggiormente in moto il nucleo caudato, l’insula e il giro del cingolo, tre centri implicati nella percezione della nostra unità con il tutto, oltre che importanti per memoria, apprendimento e innamoramento». Si tratta delle stesse aree coinvolte di fronte a un’opera artistica o uno scenario naturale, come se fra i neuroni esistesse una predisposizione all’armonia universale. I risultati sono fisici, ma non solo: la preghiera infatti attiva la funzione parasimpatica, riducendo frequenza cardiaca e pressione sanguigna, rafforzando la risposta immunitaria e abbassando i livelli ematici di cortisolo (l’ormone dello stress), ma favorisce anche la percezione che le cose abbiano un senso unitario, in un’ottica di trascendenza e infinito che – oltre a rappresentare il cuore spirituale dell’esperienza religiosa – è resa pos-sibile dalla struttura stessa del nostro cervello. Per chi crede, rappresenta la scoperta di Dio nel profondo della nostra mente. «I benefici sembrano maggiori in chi prega tutti i giorni, perché i vari meccanismi avvengono in tempi più brevi: ecco perché molti studiosi, come Norman Doidge e Timothy R. Jennings, hanno parlato di un cervello modellato dal divino, come se l’attitudine a un uso rituale della preghiera ne accelerasse gli effetti sull’organismo», commenta Urru. «Quello verso Dio è una sorta di sesto senso, da aggiungere agli altri cinque e allenare nel tempo, per non cadere nell’errore di interpretare la preghiera come una formula miracolosa, da usare quasi a comando».

Lotta alla depressione

  

Fra gli effetti tangibili della preghiera c’è poi l’aumento dei livelli di serotonina nel sangue, il trasmettitore responsabile nella regolamentazione di una vasta gamma di funzioni cerebrali e correlato ai disturbi dell’umore. Maggiori valori aiutano a gestire meglio la propria emotività, contrastando ansia, depressione, insonnia, impulsività e stress, ma anche ad assicurare una migliore salute in generale, lottando contro aterosclerosi, colesterolo, diabete e invecchiamento.
«Più ci connettiamo con la natura e con il Tutto, più il nostro organismo affina la sua capacità di auto-cura: senza che ce ne rendiamo conto, noi guariamo ogni giorno da varie patologie, anche gravi come i tumori, grazie a mutamenti chimici di cui la medicina moderna deve tenere conto, alla pari di alimentazione e stile di vita», si dice convinta la psicoterapeuta.
In fondo, una particolare branca della biologia molecolare, l’epigenetica, ha demolito la vecchia idea delle malattie come fenomeni involontari, dovuti unicamente a eredità genetica, cattiva sorte o piani imperscrutabili di Dio, dimostrando come i pensieri ripetuti nel tempo e i sentimenti che custodiamo nel cuore possano alterare la salute. Come? Stimolando la produzione di proteine nell’organismo, capaci di modi ficare il Dna.
«Questo può determinare o al contrario curare le malattie, che in definitiva sono fissazioni dell’anima: in altre parole, ogni patologia organica è in qualche modo determinata dalle nostre convinzioni nei confronti del mondo, da idee e pregiudizi con cui cresciamo sin da piccoli. La maggiore flessibilità verso le circostanze della vita aiuta l’organismo a sfoderare risorse preziose nella lotta alle malattie, attivando un vero e proprio processo di guarigione a livello psico-neuro-endocrino, che al contrario resta bloccato se ci atteggiamo con rigidità verso ciò che accade».
Già Aristotele sosteneva che il medico dovesse limitarsi ad accompagnare la natura nel processo di cura, perché l’unico vero strumento di risanamento è la fiducia (o fides, fede) nell’esistenza di un piano superiore per ciascuno di noi. Anche perché affinando il senso del divino si rafforza la responsabilità verso se stessi, correggendo stile di vita, alimentazione e cattive abitudini che possono aver innescato la miccia nel corpo. In questo senso, una serena condizione dell’animo è la strada privilegiata per raggiungere il benessere psico fisico e la conseguente longevità.
Una ricerca inglese del Christian Medical Fellowship (un ente che riunisce medici, ricercatori e studenti di medicina) ha addirittura dimostrato che i credenti e praticanti religiosi possono vivere quattordici anni in più rispetto agli altri.
Vero o no, di certo gli studi di Newberg avevano già dimostrato che – dopo appena otto settimane di preghiera – aumentano le sequenze genetiche benefiche, che rafforzando l’efficienza dei mitocondri riducono la produzione di radicali liberi, responsabili dei processi di invecchiamento e usura. «Sull’onda dell’entusiasmo, è importante distinguere la preghiera cristiana da altre tecniche meditative, spesso provenienti dall’estremo Oriente, in quanto nella nostra tradizione viene promosso un incontro con Dio oltre all’interiorizzazione della persona», riflette don Stefano Tarocchi, docente di Sacra Scrittura e preside della Facoltà teologica dell’Italia centrale a Firenze. «Pregare non è un rito magico, ma assume forza dalla nostra fede, e non va confuso con il normale rilassamento che possiamo sperimentare in palestra, seppure gli effetti fisiologici possano in parte sovrapporsi ». Una grande differenza? Molte tecniche laiche di interiorizzazione della coscienza utilizzano dei mantra, parole o frasi da ripetere più volte (ad alta voce o in silenzio) per ottenere un determinato effetto. Celebre è l’Om (o Aum) dello yoga, considerato il suono primordiale da cui ha avuto origine la Creazione, usato negli esercizi di meditazione profonda per mettersi in sintonia con la vibrazione originale dell’universo.
Per certi versi, anche le religioni hanno giaculatorie da ripetere, come La ilaha illaAllah dell’Islam o Namo Amida’n Bu del buddismo. Il cristianesimo sfrutta il rosario, dove si ripetono i nomi sacri di Gesù e Maria, o la famosa preghiera del cuore («Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore »), una tradizione antica che attinge agli insegnamenti dei padri del deserto, monaci, eremiti e anacoreti che nel IV secolo abbandonarono le città per vivere in solitudine e ascesi nei deserti di Egitto, terra di Israele e Siria.

Il modello cristiano

«Ma la preghiera fondamentale del mondo cristiano è il Padre Nostro, insegnato da Gesù ai discepoli (Luca, 11,1 e Matteo, 6,9), che nel suo significato di lode, benedizione e adorazione instaura un rapporto con Dio da coltivare in modo costante e significativo», rimarca don Tarocchi.
Il capitolo 18 del Vangelo di Luca comincia così: «Disse loro una parabola sulla necessità di pregare sempre, senza stancarsi». Anche quando non sortisce alcun risultato, la preghiera deve essere coltivata con perseveranza, senza la volontà di forzare la mano di Dio, dettata da un atto d’amore indipendente dalla risposta. «Nessuno merita di ammalarsi e nessun disegno divino lo prevede, ma le malattie rientrano nella condizione di fragilità umana e devono essere accettate », conclude don Tarocchi. «La preghiera può aiutarci ad acquisire la giusta forza interiore, ma anche a guarire: non stanchiamoci di chiedere quel che desideriamo. Al cieco di Gerico, Gesù ha domandato: “Che vuoi che io faccia per te”? Ciò significa che la preghiera deve essere semplice, chiara e precisa. Anche se il Signore conosce i nostri bisogni, vuole ascoltarli dalla nostra voce per poterli esaudire».

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