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domenica 19 maggio 2019
 
Fundraising Award
 

Donatori dell'Anno: i Ravasio, una famiglia semplice e solidale

24/05/2017  I Ravasio, di Bonate di Sotto (Bg). Con cinque figli hanno sempre fatto fatica. Ma non hanno mai smesso di pensare ai bisogni degli altri. Anche ai cristiani della Siria

In casa Ravasio la parola d’ordine è semplicità. Quando arriviamo a Bonate di Sotto, in provincia di Bergamo, per conoscere Giuseppe ed Elisabetta, ancora faticano a credere che verranno premiati come “donatori dell’anno” e che su quella targa dell’Italian Fundraising Award, dopo tanto impegno e generosità, ci sarà proprio il loro nome.

Elisabetta, 61 anni e gli occhi colore della cenere, racconta di aver accettato di ritirare il premio solo perché «in rappresentanza di altre diecimila famiglie che, come noi, hanno donato un po’, poco o tanto, del loro per aiutare le famiglie di Aleppo nella campagna “Cristiani in Siria” sostenuta dall’Associazione Giovanni Paolo II e Famiglia Cristiana». Giuseppe, dal canto suo, quasi si commuove «di felicità e gioia, le stesse che provo quando so che quel che faccio rende a sua volta felice qualcun altro».

COME LA VEDOVA AL TEMPIO

Ma ci vuole tempo e un po’ di confidenza per riuscire a “estorcere” ai coniugi Ravasio il perché di quel premio. Ed ecco allora che, aiutati dal calore del caffè che Giuseppe prepara per accoglierci, attorno alla tavola su cui ancora tutte le sere cenano insieme ai loro cinque figli, le parole si sciolgono e danno forma a una vita costruita sulla sobrietà, dove il premio è solo l’ultimo atto di una famiglia che, come la vedova al Tempio, getta nel tesoro «più di tutti gli altri. [...] nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere». Per i Ravasio, infatti, è tutto assolutamente normale. Vivere in sei, perché la figlia più grande è già uscita di casa, in una piccola mansarda, fare i turni in bagno la mattina perché ce n’è uno solo, dare una mano dopo cena perché in meno di un’oretta sia tutto a posto e ci si possa dedicare alle attività serali, dividersi i compiti la domenica mattina perché «la casa è piccola e non è un albergo», come ricorda sempre Giuseppe. Ma soprattutto «è bello e giusto dare una mano agli altri, prima di tutto in casa».

Con una serie di scelte eccezionali. I figli, infatti, ormai tutti tra i venti e i quarant’anni, da quando lavorano danno interamente il loro stipendio in casa su un conto condiviso gestito da Giuseppe, tenendo per sé soltanto l’equivalente di una piccola mancia per gli extra. Extra che, come da educazione o esempio familiare – «non abbiamo mai forzato i ragazzi a fare certe scelte, ma gliele abbiamo suggerite con il silenzio e spiegandone loro il significato» –, sono sempre limitati a una pizza con gli amici o poco di più.

«E se c’è da scegliere il cellulare, non è mai quello di ultima generazione ma semplicemente quel che gli serve in quel momento. Ciò non toglie che i figli più grandi, poi, abbiano fatto anche dei viaggi costosi, in Scozia un anno, in America un altro. Come? Sedendoci intorno al tavolo e parlandone tutti e sette. Facendo i conti e capendo, grazie agli sforzi di tutti, cos’era sostenibile e cosa no. E ricordandogli sempre ciò che guida le scelte della nostra famiglia, ovvero che c’è sempre chi sta peggio di te e quindi, se hai la possibilità, aiuta lui prima di buttare soldi».

QUELL’OMBRELLO FU GALEOTTO

  

E i Ravasio cosa voglia dire avere bisogno lo sanno bene. Loro che si sono conosciuti quando Elisabetta aveva 15 anni e Giuseppe 20 e hanno lottato per difendere il loro amore, complicato dalla differenza di età, scoccato durante una gita dell’oratorio a Genova sotto all’ombrello di Elisabetta che riparò Giuseppe da una pioggia improvvisa.

«Ricordo ancora quel ritorno sul pullman abbracciati come se ci conoscessimo da sempre», racconta lui ancora emozionato. «Da lì non ci siamo più lasciati». Il matrimonio nel 1976 e l’anno dopo l’arrivo di Alessandra, la loro prima figlia. Poi Mauro, a distanza di un anno, e due gemelli 11 anni dopo. «La notizia fu un bel colpo perché in quel periodo lavoravo solo io», racconta Giuseppe, ora in pensione dopo una vita da metalmeccanico.

«Lì» sorride grata Elisabetta «abbiamo conosciuto la solidarietà di tanti in paese che ci hanno dato una mano. Ricordo, infatti, che dovevamo prendere tutto doppio, ma prima che Giacomo ed Emanuele nascessero avevamo già tutto, anche gli abiti per vestirli fino ai tre anni». Nel 1997, poi, l’ultima “curva”. Una nuova gravidanza partita come gemellare da cui, però, nacque solo Chiara, la loro ultimogenita, che oggi ha vent’anni.

«All’inizio soldi non ce n’erano, non si usciva la sera a cena, le vacanze le facevamo solo se potevamo sennò niente e, davanti alle spese impreviste, chiedevamo una mano ai nonni per poi restituire con calma. Quando, poi, i figli tornavano da scuola desiderando magari uno zaino costoso o un abito firmato, abbiamo sempre spiegato loro che era importante che i vestiti fossero belli e puliti, quello bastava, e che con i soldi di quello zainetto avrebbero potuto avere, oltre al loro zaino, magari anche penne, matite e colori e un bagaglio più ricco». Una lezione che è passata nel latte ai figli che sono cresciuti con questo esempio incrollabile di semplicità.

Foto di Ugo Zamborlini.

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