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mercoledì 24 aprile 2019
 
Mazzolari
 

Primo Mazzolari e la Chiesa, il tempo di camminare accanto

24/04/2015  Arriva il nullaosta all'apertura della causa di beatificazione per il parroco di Bozzolo: precorse, non sempre compreso, il Vaticano II. Giovanni XXIII ne avvertì per primo la portata profetica.

Don Primo Mazzolari, che amava i santi e un po’ meno i santini (Lettera al mio parroco è ancora come tanti altri testi suoi una bella lettura), forse sorriderà lassù in cielo dove sta, al pensiero che il nullaosta all’avvio di una causa di beatificazione aperta per lui, è arrivato al tempo della Chiesa povera per i poveri, alla vigilia di un 25 aprile.

Lui che, prima a Spinadesco e poi da parroco di Bozzolo e di Cicognara, aveva anticipato i tempi parlando per primo della “Chiesa dei poveri”, precorrendo il Concilio Vaticano II e che con il fascismo aveva avuto non poche grane, - denunciato nel 1925 per aver rifiutato di cantare il Te deum dopo il fallito attentato a Mussolini, una raffica di pallottole contro la sua canonica nel 1931, mesi nascosto dopo l’8 settembre-,  tutto a causa del suo predicare le incongruenze tra ideologia fascista e fede nel Vangelo.

Forse gli scapperà un sorriso venendo a sapere che il nullaosta per lui è arrivato assieme a quello per Monsignor Giovanni Cazzani, già vescovo di Cremona, nelle cui mani Primo Mazzolari rimetteva il mandato un giorno sì e un giorno no – dimissioni sempre respinte – per coerenza: spiegando pacatamente che il parroco Primo Mazzolari, lo scrittore Primo Mazzolari, il direttore di Adesso, non avrebbero mai potuto scendere a patti con la coscienza dell’uomo Primo Mazzolari. Spiegava con pazienza che avrebbe obbedito – obbediva sempre anche alle piccole cose, anche alle ingiunzioni di non scrivere quando arrivavano  –  «in piedi»

C’è un libro bellissimo, Obbedientissimo in Cristo, lettere al mio Vescovo,  a testimoniare il rapporto di Primo Mazzolari con la gerarchia. Un rapporto da adulti, franco, onestissimo. Un rapporto talvolta tormentato: come testimoniano le censure ai suoi scritti, i sospetti di modernismo, ma mai contestazioni sui dogmi. A Monsignor Cazzani scriveva, dopo il divieto agli ecclesiastici di collaborare alla rivista Adesso che aveva fondato: «Oggi finisco di fare il compilatore di Adesso, e torno a essere unicamente parroco di Bozzolo. Il parroco non scrive, ma parla, consiglia, dirige, esorta. Il parroco di Bozzolo è lo stesso compilatore di Adesso, con lo stesso cuore, con le stesse opinioni».

Mazzolari era uomo libero, esercitava la sua libertà nello spazio della coscienza individuale ma non era “contro”, era “dentro” la Chiesa, anche se correva avanti rispetto alla Chiesa del suo tempo. Tra i primi a ragionare di obiezione di  coscienza e di non violenza, - compie cinquant’anni quest’anno il suo Tu non uccidere - dopo essere stato cappellano militare durante la Prima guerra mondiale, Mazzolari in una lettera del 1951 spiegava: «Per la difesa armata della mia patria, non ho più il coraggio di ripetere “parti, figliuolo, è il tuo dovere”, anche perché a sessant’anni non posso più precederli con l’esempio». Tra i primi a concepire un dialogo paritario con i laici, che considerava ponti tra la Chiesa e il mondo, a desiderare e praticare una Chiesa disposta ad accogliere nel confronto “i lontani”, senza venir meno alle proprie convinzioni: si pensi alla sua lettura in questa chiave della Parabola del figliol prodigo in La più bella avventura, libro a lungo osteggiato dalla gerarchia, perché troppo precoce.

Perché, sì, a Primo Mazzolari è stato riconosciuto il passo troppo rapido dei profeti ed è stata la Chiesa a riconosceglielo, dal vertice. A pochi mesi dalla morte di don Primo, nel febbraio del 1959, Giovanni XXIII ricevendolo in udienza lo salutò pubblicamente come «La tromba dello Spirito Santo in terra mantovana». E dopo Paolo VI ebbe a dire: «Hanno detto che non abbiamo voluto bene a Don Primo. Non è vero. Anche noi gli abbiamo voluto bene. Ma voi sapete come andavano le cose. Lui aveva il passo troppo lungo e noi si stentava a stargli dietro. Così ha sofferto lui e abbiamo sofferto noi. Questo è il destino dei profeti».

La notizia che arriva dalla Diocesi di Cremona lascia pensare che sia arrivato il momento di camminargli accanto. Con le scarpe da parroco del mondo di Papa Francesco.

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