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Benessere

Probiotici e integratori: fanno davvero bene? Come sceglierli

19/06/2017  Dalla farmacia al supermercato, gli scaffali sono pieni di integratori o alimenti presentati come la panacea di tutti i mali e promettono longevità, pelle luminosa, forma perfetta e pancia piatta. Quali regole seguire per non cadere in errore

Per alcuni sono i guardiani dell’intestino, rafforzano il sistema immunitario, attenuano gli effetti dello stress, influenzano quante calorie assorbiamo e condizionano perfino la nostra personalità. Per altri, invece, non hanno alcun effetto sul mantenimento della salute e rappresentano solamente una gallina dalle uova d’oro per le aziende produttrici, senza alcuna validità scientifica.

Sta di fatto che il mercato italiano dei probiotici ha fruttato oltre 355 milioni di euro nel solo 2016, con un aumento pari al 3,6 per cento rispetto all’anno precedente e quasi 26 milioni di confezioni vendute tra farmacia, parafarmacia e grande distribuzione (dati QuintilesIms Multichannel, View 2016).

È abitudine piuttosto comune chiamarli fermenti lattici e consumarli dietro consiglio medico durante una cura antibiotica o magari dopo l’influenza, soprattutto se a interessamento intestinale, ma non è raro trovarli anche sugli scaffali dei supermercati all’interno di yogurt da bere, bevande a base di latte, succhi di frutta, biscotti, cereali e altri prodotti arricchiti con queste sostanze. Ma sono tutti uguali? Ovviamente no.

Basti pensare alla definizione accettata a livello internazionale, elaborata in maniera congiunta dall’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) e dall’Organizzazione delle nazioni unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao), che li descrive come microrganismi vivi in grado di esercitare funzioni benefiche per l’organismo, una volta ingeriti in quantità adeguate. «In sostanza, si pone l’accento sulla necessità che i probiotici siano vitali al momento del consumo, una caratteristica che ci permette di distinguere i prodotti migliori all’interno di un mercato particolarmente ricco e con ampia possibilità di scelta», spiega il professor Lorenzo Morelli, preside della Facoltà di Scienze agrarie, alimentari e ambientali e direttore dell’Istituto di microbiologia dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza. «Nonostante le promesse degli spot, non sono dunque efficaci gli alimenti che hanno subito un qualsiasi trattamento termico, come omogeneizzazione, sterilizzazione o semplice cottura in forno, per cui non esistono biscotti o snack che contengano effettivamente probiotici».

Di conseguenza, non sono vitali neppure i cosiddetti fermenti lattici tindalizzati, che – grazie a uno speciale processo di lavorazione – possono arrivare integri fino all’intestino, ma non sono in grado di moltiplicarsi e colonizzarlo con nuove progenie.

NIENTE MIRACOLI IN ETICHETTA

Fatte due considerazioni, resta il fatto che in commercio non è sempre facile scegliere, perché esistono formulazioni di ogni tipo: monoceppo o pluriceppo (cioè contenenti una o più specie di probiotici), con tipizzazione dichiarata oppure no (ovvero con l’indicazione in etichetta di specie e ceppo utilizzati), con quantità differenti di microrganismi, addizionati agli alimenti o sotto forma di integratori, che a loro volta spaziano dalle compresse alle fiale. Per questo, è indispensabile seguire alcune regole importanti al momento dell’acquisto.

* Occhio alle quantità. Se in generale vanno preferiti i prodotti che forniscono maggiori informazioni in etichetta, indice di serietà, è essenziale consultare il numero di batteri vivi presenti all’interno, che – in base alle indicazioni fornite dal ministero della Salute – non dovrebbe essere inferiore a dieci miliardi di cellule per ceppo e per ogni giorno di terapia.

* Di origine umana. Seppure la definizione Oms-Fao non faccia riferimento all’origine del ceppo batterico, è ovvio che i microrganismi fisiologici con effetti benefici – già presenti nell’intestino umano (per la maggior parte Lactobacillus e Bifidobacterium) – possono assicurare un’azione più efficace.

* Promesse vietate. Dal 2006 è in vigore un Regolamento comunitario (il 1924) che stabilisce le norme per il corretto utilizzo delle indicazioni nutrizionali e di salute, i cosiddetti claims, da proporre sulle etichette degli alimenti o con la pubblicità: in poche parole, non si possono vantare effetti di natura preventiva o terapeutica senza il supporto di dossier scientifici complessi e accurati, derivati da specifiche sperimentazioni.

Su queste basi, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) ha richiamato spesso le aziende che reclamizzavano l’azione terapeutica dei probiotici per insufficienza di prove, eppure il mondo della pubblicità ha continuato ad aumentare la confusione in questo campo, garantendo “miracoli” di ogni genere (come il dimagrimento), il più delle volte non supportati da evidenze scientifiche di efficacia. Al momento, l’unico claim ammesso è “favorisce l’equilibrio della flora intestinale”.

* Confezione adeguata. Per garantire la vitalità dei batteri fino alla scadenza del prodotto, è necessario proteggerli da luce, temperatura, ossigeno e umidità grazie a un adeguato isolamento. I packaging migliori per gli integratori sono quelli in vetro e alluminio, ma è comunque meglio diffidare di quelli che promettono una durata troppo lunga – uno o due anni – a temperatura ambiente.

* A ciascuno il suo. I probiotici di qualità hanno una formulazione selezionata e specifica a seconda dei consumatori finali, adulti o bambini. Alcuni studi hanno evidenziato, ad esempio, che, in base alla differente composizione del microbiota intestinale, gli adulti beneficiano particolarmente di batteri come il Lactobacillus acidophilus, il Lactobacillus delbrueckii e il Bifidobacterium bifidum, mentre per i bambini sono maggiormente indicati il Bifidobacterium infantis, il Lactobacillus casei Shirota e il Lactobacillus rhamnosus.

NON SONO FARMACI

  

«Seppure possano essere acquistati in farmacia, i probiotici non vanno scambiati per medicinali, perché rientrano nei cosiddetti cibi funzionali, ovvero alimenti che grazie ai loro componenti naturali sono capaci di interagire con una o più funzioni dell’organismo, contribuendo al loro miglioramento o alla preservazione», specifica il professor Morelli.

Ma come agiscono nel dettaglio? L’intestino ospita naturalmente una vasta e variegata popolazione di microrganismi, il cosiddetto microbiota (o flora intestinale), che, interagendo fra loro, giocano un ruolo cruciale nella digestione e nella difesa immunitaria.

«Negli individui sani, i ceppi batterici buoni sono presenti in quantità superiori rispetto a quelli potenzialmente dannosi e servono sia a proteggere l’organismo da virus e altri agenti patogeni, sia ad assimilare in maniera corretta gli alimenti producendo anche enzimi e vitamine preziose, come la K e alcune del gruppo B». Talvolta, questo delicato equilibrio può incepparsi (disbiosi) per cause diverse: uso di farmaci, cattive abitudini alimentari, inquinamento ambientale, cambi di stagione, malattie infettive acute, radio e chemioterapia, disfunzioni di fegato e pancreas, situazioni di stress, fumo di sigaretta, stitichezza o diarrea.

A quel punto, i microrganismi nocivi – come la Candida o l’Escherichia coli – prendono il sopravvento e possono causare le problematiche tipiche di un processo digestivo non corretto (alitosi, diarrea, stipsi, meteorismo, dolori addominali...), ma anche favorire sindrome del colon irritabile, tumore del colon-retto, allergie, alcune patologie epatiche o malattie collegate all’alimentazione (obesità, diabete, intolleranze...). Addirittura il sistema nervoso può risentirne, assecondando lo sviluppo di ansia, depressione, irritabilità o altre neuropatologie, come epilessia, malattia di Parkinson e morbo di Alzheimer, che gli studi recenti mettono sempre più in relazione con la salute intestinale.

BENESSERE A 360 GRADI

«I probiotici servono a mantenere il giusto equilibrio, perché non sono altro che batteri buoni, capaci di resistere all’acidità del tratto gastrointestinale e all’alcalinità biliare per arrivare a colonizzare l’intestino, dove si concentrano e si moltiplicano, contrastando i microrganismi patogeni», semplifica Morelli. «Se i cibi che li contengono possono essere consumati con regolarità due o tre volte alla settimana, gli integratori veri e propri vanno riservati ai momenti di crisi, ad esempio nei cambi di stagione o magari prima di un viaggio all’estero in aree con abitudini alimentari e standard igienici diversi dai nostri, per almeno 15 giorni consecutivi e non oltre un mese».

Per una scelta oculata, i referenti migliori sono il medico curante o un gastroenterologo esperto in disturbi funzionali intestinali, quando la condizione da trattare è più complessa o comunque meno frequente (rispetto, ad esempio, a una semplice diarrea da antibiotici). «Il concetto è che non esistono probiotici adatti a tutto e tutti: nonostante il termine comune che li caratterizza, gli studi ben condotti sono pochi e le prove di efficacia dimostrate per singoli ceppi non possono essere estese a tutta la classe, per cui va scelto quello che si è dimostrato più idoneo per trattare il singolo disturbo», specifica il dottor Enzo Ubaldi, responsabile dell’Area gastroenterologica della Società italiana di medicina generale e delle cure primarie (www.simg.it). «Se si fa eccezione per i pazienti gravemente compromessi, nella pratica clinica non esiste la possibilità di reazioni avverse con l’utilizzo dei probiotici, anche perché la sicurezza è uno dei requisiti che i produttori devono assicurare per essere conformi alle linee guida ministeriali».

In definitiva, l’uso corretto dei probiotici può migliorare il funzionamento intestinale (ad esempio, la frequenza di evacuazione o le sue caratteristiche soggettive) e numerosi studi hanno dimostrato un potenziale effetto benefico su alcune patologie gastrointestinali, come la diarrea infettiva o associata agli antibiotici, l’infezione da Helicobacter pylori e Clostridium difficile, l’enterocolite necrotizzante, l’intolleranza al lattosio, la pouchite, la sindrome dell’intestino irritabile e le malattie infiammatorie croniche intestinali (come morbo di Crohn o colite ulcerosa).

Seguendo una dieta varia ed equilibrata, i probiotici sono comunque necessari per il benessere intestinale e della persona? «Secondo alcuni, un grande problema degli attuali Paesi occidentali è il consumo prevalente di cibi a basso contenuto batterico, dovuto al fatto che per garantire una maggiore sicurezza igienica vengono abbattuti con processi di sterilizzazione, pastorizzazione o simili i microrganismi presenti negli alimenti, compresi quelli buoni», riprende Ubaldi. «In realtà, se l’assunzione di probiotici è sicuramente utile nel trattamento di molte patologie, al momento non ci sono evidenze cliniche sulla loro efficacia in termini di prevenzione o benessere generale, cosa peraltro molto difficile da dimostrare».

Piuttosto, anziché limitarsi all’azione di un singolo ceppo probiotico, la nuova frontiera sembra essere il trapianto fecale, che consiste nel trasferire i batteri prelevati dalle feci di un donatore sano a un soggetto malato per ripopolarne l’ecosistema intestinale sbilanciato. «Attualmente, questa procedura viene utilizzata quando fallisce la terapia medica per curare la colite da Clostridium difficile, così grave da poter condurre alla morte, contratta di frequente in case di cura, ospedali e strutture di lungodegenza, ma alcuni studi ne stanno dimostrando le potenzialità anche nel trattamento di patologie forse legate a un disequilibrio intestinale».

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