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sabato 24 agosto 2019
 
Solidarietà
 

Il telefono amico, una voce contro la solitudine

15/07/2019  L'associazione esiste da più di 50 anni e ha 20 sedi in Italia in cui sono attivi 500 operatori. Tra le emergenze per le quali più viene contattato, la depressione, a volte con propositi suicidi

Persone sole, disorientate, disperate, che non hanno nessuno con cui confidarsi e si aggrappano a un numero, a una voce per confidare la loro angoscia. Sono 50 mila le persone che ogni anno si rivolgono al Telefono amico (che risponde al numero 199.284.284), un’associazione che riunisce 20 centri in tutta Italia (tra cui Milano, Padova, Palermo, Napoli...), attiva da oltre 50 anni. Per un totale di quasi 9 mila ore di assistenza telefonica e ascolto annue. Una realtà presente in tutto il mondo, tanto che dal 3 al 7 luglio a Udine si tiene il raduno della International Federation of Telephone Emergency Services (Federazione internazionale dei servizi telefonici d’emergenza) con la presenza di 1.000 volontari, dal titolo “Uscire dalla solitudine - Costruire relazioni”.

«Tutti gli operatori del servizio (attivo dalle 10 alle 24, 365 giorni l’anno, ndr), che in Italia sono circa 500, sono volontari», dice Monica Petra, presidente di Telefono amico Italia e lei stessa volontaria dal 1993. «Occorre solo essere maggiorenni, avere sensibilità all’ascolto e fare un corso di formazione. Ci telefonano persone di ogni genere ed età, anche se il telefono è uno strumento oggi usato di più dopo i 35 anni, i giovani prediligono altri mezzi e infatti dopo aver introdotto la possibilità di contattarci via mail, stiamo studiando il progetto di aprire una chat».

Il Telefono amico è nato ufficialmente dopo la Seconda guerra mondiale in Inghilterra, quando un pastore protestante aveva notato un aumento dei suicidi per motivi economici e aveva pubblicato un annuncio in cui invitava le persone disperate, prima di compiere gesti estremi, a contattarlo telefonicamente.

«L’idea originaria di questo servizio è infatti la prevenzione del suicidio», continua Monica Petra. «Il volontario in genere ascolta e dialoga, solo se capisce che c’è l’intenzione suicida allerta la polizia. Altrimenti si limita a consigliare di rivolgersi a servizi sul territorio. C’è chi chiama più volte, ma non c’è la garanzia di parlare con lo stesso operatore, a causa dei turni dei volontari. Chi fa questo tipo di servizio deve entrare in grande intimità con l’interlocutore e dopo un po’ di tempo il sovraccarico emotivo è difficile da gestire. Quindi c’è un frequente turn over: da qui la necessità di organizzare frequenti corsi di formazione per nuovi volontari». Il vantaggio per chi chiama è la garanzia dell’anonimato, che fa sentire l’utente protetto e gli permette di aprirsi più facilmente con uno sconosciuto, se non ha trovato intorno a sé nessuno a cui confidare il proprio smarrimento.

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