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mercoledì 19 settembre 2018
 
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Quali armi avremo contro i tumori nel 2018?

05/01/2018  L’Airc e la sua Fondazione sono il primo polo privato di finanziamento della ricerca sul cancro nel nostro Paese. Un risultato possibile grazie alla fiducia di 4,5 milioni di sostenitori. «Come ricercatori siamo sempre concentrati sui fallimenti, cioè sui tumori che non riusciamo a capire e sui pazienti che non riusciamo a curare. Quindi continuiamo a lavorare con tenacia»

Domanda cruciale questa per un Paese come il nostro che nell’anno appena terminato ha viaggiato a due velocità: il cancro colpisce più al Nord, ma al Sud si sopravvive meno. Sono 369 mila i nuovi casi di tumore in Italia stimati nel 2017: 192 mila i maschi, 177 mila le femmine. L’incidenza è in calo negli uomini per la riduzione del cancro al polmone. È invece boom di diagnosi per le donne: 13.600 nel 2017, +49 per cento in 10 anni, dovuto alla forte diffusione del fumo tra le italiane. Sono dati dell’Airc, l’Associazione italiana per la ricerca sul cancro, che con la sua Fondazione ha deliberato nel 2017 l’investimento di 102 milioni di euro a 680 progetti di ricerca e programmi di formazione, che vedono coinvolti circa 5 mila ricercatori.

Uno di questi, il professor Alessandro Vannucchi, 60 anni, dell’Università di Firenze, ha appena presentato al meeting annuale dell’American Society of Hematology di Atlanta, negli Stati Uniti, un importante studio su un tumore del sangue raro, per il quale le possibilità terapeutiche sono scarse, la mielofibrosi idiopatica, studio finanziato proprio dall’Airc. Ne parliamo con il direttore scientifico Federico Caligaris.

Professore, di cosa si tratta esattamente?

«Nella mielofibrosi il tessuto del midollo osseo, che normalmente produce le cellule del sangue, progressivamente si atrofizza e viene sostituito da un tessuto “fibroso”, una sorta di cicatrice che sostituendosi al midollo normale lo rende incapace di svolgere il suo compito. Progressivamente, i pazienti smettono di produrre globuli rossi e diventano anemici; smettono di produrre piastrine, le cellule che assicurano la normale coagulazione del sangue, e sono a rischio di emorragie; riducono la produzione dei globuli bianchi che ci difendono dalle infezioni batteriche. La milza tenta di sostituirsi al midollo e aumenta di volume, quindi comprime gli organi vicini. Da ultimo, in alcuni casi il danno al midollo provocato dalla mielofibrosi può tramutarsi in uno stimolo che porta alla leucemia acuta».

E non esistono terapie?

«L’unica che può portare alla guarigione è il trapianto di midollo osseo. Il problema però è che la mielofibrosi ha un andamento clinico estremamente variabile ed eterogeneo e il trapianto non è certo privo di rischi».

Il dilemma è chi trapiantare e quando...

«Esatto. Lo studio coordinato da Vannucchi ha definito un algoritmo basato su aspetti clinici e su dati molecolari che consente, rispondendo a 10 domande, di stabilire per ciascun paziente se sia ad alto rischio, e dunque da inviare al trapianto, o a basso rischio e quindi gestibile con una terapia conservativa».

Questo algoritmo è un fatto concreto per il 2018 nella battaglia contro il cancro?

«Sì, un’innovazione di portata pratica perché permette di prendere decisioni ponderate su quale sia l’approccio clinico migliore per i pazienti con mielofibrosi. La pubblicazione del lavoro scientifico rende pubblico l’algoritmo, che è quindi a disposizione di tutti i medici che lo vorranno consultare per decidere su basi razionali e scientifiche come comportarsi».

L’anno che è appena cominciato vedrà i vostri ricercatori vincere altre battaglie?

«La serietà professionale impone di dire che non sappiamo con precisione se e quali battaglie vinceremo. Una cosa però sappiamo con certezza: la ricerca ci permette di affinare sempre meglio le armi da offrire ai pazienti. È importante che i lettori abbiano non roboanti proclami, ma la solidità dei risultati, quale quello sopra riportato. Solo i risultati solidi possono alimentare la speranza».

Per quali tipi di tumore è lecito sperare?

«Se devo pensare a due altri tumori in cui è ragionevole prevedere un netto miglioramento dei risultati nel 2018, questi sono il morbo di Hodgkin e il melanoma, molto diversi tra loro ma accomunati dal fatto che in ambedue il sistema immunitario, anestetizzato dal tumore e dunque incapace di combatterlo, può essere “risvegliato” con nuovi farmaci».

Lei conferma che presto, compatibilmente con le ricerche, sarà quasi di routine scoprire il cancro da un semplice esame del sangue?

«Al momento attuale è un sogno. La ricerca sta però facendo importanti passi in avanti. I tumori del sangue, come leucemie e linfomi, rappresentano l’avanguardia della ricerca in oncologia, con risultati che si sono poi tradotti in reali benefici per i pazienti. Il motivo è che i tumori del sangue sono più “facili” da studiare perché le cellule maligne circolano spesso in numero abbondante nel sangue e sono accessibili con un banale prelievo di sangue che può essere ripetuto nel tempo. La ricerca sta lavorando per trasferire queste conoscenze anche ai tumori solidi, cioè a tumori quali quelli che aggrediscono polmone o colon».

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