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domenica 18 agosto 2019
 
Banche
 

Quando a pagare (con la vita) è il risparmiatore

10/12/2015  Il caso di Luigino D’A, morto suicida per avere perso i proprio risparmi nel fallimento di Banca popolare dell’Etruria. Cosa sono le “obbligazioni subordinate” che sono costate care a a 130mila risparmiatori

Luigino D’A, 78 anni, pensionato, si è ucciso in una villetta alla periferia di Civitavecchia. Il suicidio risale in realtà al 28 novembre ma è stato reso ieri. L’uomo aveva investito  100.000 euro in “obbligazioni subordinate” della Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio, uno dei quattro istituti (gli altri tre sono: Banca delle Marche, Cassa di Risparmio di Ferrara, Cassa di Risparmio della provincia di Chieti) che  il 23 novembre, cinque giorni prima del suicidio, sono stati “salvati” da un decreto del Governo. 
Il salvataggio ha attinto al capitale bancario di cui fanno parte oltre alle azioni anche le obbligazioni subordinate acquistate da piccoli risparmiatori. Luigino era dunque uno dei correntisti che ha perso i propri risparmi in questa operazione: secondo Federconsumatori e Adusbef sarebbero 130.000 in tutto. 

Ma in cosa è consistita questa operazione di salvataggio e perché si è resa necessaria? Quali sono stati gli strumenti con cui è avvenuto? E perché a pagare sono stati i piccoli risparmiatori?


IL SALVATAGGIO

Banca delle Marche, Cassa di Risparmio di Ferrara, Cassa di Risparmio della provincia di Chieti e Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio erano istituti che rischiavano il fallimento. Il motivo: un numero di crediti “incagliati, ovvero difficilmente esigibili perché concessi a debitori non più in grado di onorare il debito. Il peso di queste “sofferenze” sui bilanci era tale da determinare il rischio default.  Come è d’obbligo in questi casi, è intervenuta la Banca d’Italia. L’operazione è stata ratificata dal Consiglio dei ministri attraverso un decreto che porta la data del 23 novembre. 
Dal punto di vista tecnico, il decreto ha disposto la creazione di una bad bank dove sono stati collocati i crediti difficilmente esigibili degli istituti, circa 8 miliardi di euro “incagliati”, ovvero la zavorra per i bilanci degli istituti. Data la difficoltà di riscossione, gli 8 miliardi sono stati poi “svalutati” fino a 1,5 miliardi e saranno venduti a professionisti del settore recupero crediti o gestiti per recuperarne la maggior parte possibile.  

In parallelo sono state costituite quattro nuove banche, libere da “sofferenze” (  e guidate da un nuovo management) che sono state finanziate con un cosiddetto Fondo di risoluzione di circa 3,6 miliardi. Questi soldi provengono non dalle casse statali ma da un pool di banche di cui fanno parte Intesa Sanpaolo, Unicredit e Ubi banca . 
Il fondo di risoluzione è così ripartito: 1,7 miliardi per coprire le perdite (recuperabili in piccola parte), 1,8 per la ricapitalizzazione delle nuove quattro banche  (da recuperare vendendo le nuove banche) e 140 milioni per l'operatività della bad bank. Qualora i fondi del pool di istituti non fossero sufficienti, è previsto un intervento della Cassa depositi e prestiti. 
Come si vede, dunque, il salvataggio non avviene pescando da fondi statali ma attraverso il sistema bancario stesso. Questo per non incorrere in eventuali sanzioni da parte dell’Unione europea che in casi simili punisce l’intervento pubblico qualificandolo come “aiuti di Stato”.


LO STRUMENTO CAPESTRO. LE OBBLIGAZIONI SUBORDINATE

  

In generale l'obbligazione è un titolo di credito che dà all'investitore (obbligazionista) il diritto a ricevere a scadenze definite il rimborso del capitale sottoscritto e una remunerazione a titolo d'interesse, la cedola. Può essere emessa da Stati, enti pubblici, organismi sovranazionali, banche o altre società. Il caso delle obbligazioni subordinate e però leggermente diverso. Si tratta infatti di uno strumento di risparmio normalmente ad alto rischio e ad elevato rendimento: la cedola può arrivare fino al 10% del capitale investito. Il termine di recupero del capitale è tuttavia molto lungo. Si tratta insomma di un investimento a lungo termine, ad alto profilo di rischio ed elevato guadagno.

Lo svantaggio più rilevante di questo strumento di risparmio è che in caso di insolvenza dell’istituto di credito emittente, le obbligazioni subordinate entrano a far parte del capitale azionario dell’istituto. L’obbligazionista corre cioè gli stessi rischi dell’azionista. In certi casi, addirittura, il pagamento delle cedole è subordinato ad eventuali utili dell’Istituto stesso. È come se il sottoscrittore delle obbligazioni subordinate entrasse a far parte del capitale azionario, e diventasse a pieno titolo un azionista con tutti i rischi che questo comporta. Compreso il fatto che la sua obbligazione viene utilizzata per pagare debiti in caso di insolvenza. E difficile quantificare quante siano le obbligazioni subordinate in Italia. Il Sole 24 Ore stima circa 140 obbligazioni di questo tipo emesse da società in Italia per un valore complessivo di circa 39 miliardi di euro. Ma si tratta di stime.

Perché hanno pagato i piccoli risparmiatori

Molti dei piccoli risparmiatori coinvolti nel fallimento dei quattro istituti di credito avevano sottoscritto questo tipo di obbligazioni, evidentemente nella speranza di ottenere rendimenti più elevati, ma ignorando i rischi connessi all’operazione. Da parte loro, i quattro istituti trovavano conveniente chiedere denaro a risparmiatori a loro legati da un rapporto di lunga fedeltà, chiedendo di spostare i soldi dai conti corrente, che presentavano tassi di rendimento molto bassi, a forme più rischiose ma remunerative di investimento. L’esito è stato in questo caso nefasto. 

Il caso delle quattro banche insegna che occorre la massima prudenza nell’investire i propri risparmi in strumenti ad alto rischio. Non esistono consigli, se non quelli del buon senso. 
Il primo: leggere con attenzione i prospetti che normalmente accompagnano ogni prodotto di risparmio.  Su ciascuno esiste una gradazione (normalmente da uno a 10) del livello di rischiosità dell’investimento. È bene non superare la soglia del quattro o del cinque se si ha un capitale che si vuole preservare sul lungo periodo. In secondo luogo è bene diversificare i propri investimenti: mai investire i propri risparmi in un solo strumento, di qualunque tipo esso sia. 

In terzo luogo: considerare sempre che gli strumenti che promettono elevati rendimenti normalmente presentano profili di rischio elevati. E  questo vale soprattutto per quei fondi che raccolgono azioni o obbligazioni su mercati emergenti, normalmente caratterizzati da profili di volatilità più alti. Investire su mercati maturi (Europa o Stati Uniti) è di solito più sicuro che non agire sul Far East. Di solito.  


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