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sabato 17 febbraio 2018
 
Educazione
 

Quando sono i genitori che dicono ai prof come insegnare

20/06/2017 

Cara professoressa, nel corso di quest’anno scolastico ho provato molto disagio rispetto al modo di relazionarsi con i professori da parte dei genitori rappresentanti della classe di mia fi•glia. Ultimo episodio, in ordine cronologico, una e-mail a tratti minatoria inoltrata poco prima della •fine della scuola alla professoressa di Lettere con una lista numerata di cose che lei avrebbe dovuto necessariamente fare a breve: completare i programmi, procedere al ripasso dei vari argomenti, dare pochi compiti. Il problema non riguarda i contenuti del messaggio, più o meno condivisibili, ma i toni decisamente sopra le righe, la mancanza di gentilezza espressiva. Lei si è molto arrabbiata. Sento il bisogno di andarmi a scusare, come genitore non sono stata affatto rappresentata, ma ho paura di essere la voce fuori dal coro. Lei che cosa mi consiglia?

GIOVANNA

— Cara Giovanna, spesso in sala professori capita di ascoltare parole dispiaciute di colleghi profondamente offesi da atteggiamenti poco cordiali da parte dei genitori. Perché se la mancanza di cortesia viene da un tredicenne, passi, ma da un genitore no, vuol dire non essere riconosciuti come educatori degni di rispetto. Ho una serie infinita di variazioni sul tema da raccontare: mamme che sindacano aspramente sulla scelta dei libri di narrativa proposti, signore che apostrofano il docente perché il proprio figlio meritava otto e invece ha avuto sette e finanche padri urlanti contro malcapitati professori che avrebbero osato maltrattare verbalmente pargoli indifesi accusandoli di scarso impegno, dopo una verifica da quattro. Poi, per fortuna, ci sono mamme come te. Quelle che percepiscono il fastidio dei toni alti, si dissociano e discutono con calma, che possono anche contestare ma con garbo e buona educazione. Coltivare la gentilezza è un dovere civile, prendere le distanze da chi esagera pure: bene ha fatto la ministra Fedeli ad aver detto di essersi turata le orecchie davanti a parolacce fuori contesto. La cortesia è un dono, che si riceve insieme all’esempio, attraverso i piccoli gesti. Mi piace ricordarne uno, quello del mio caro professore di Storia della lingua italiana all’Università “La Sapienza” di Roma, ormai prossimo alla pensione, che chiedeva a noi allievi il permesso di togliersi la giacca in aula. Noi a scuola, come nella società tutta ormai, viviamo da tempo inconsapevolmente in maniche di camicia, malamente rimboccate fino ai gomiti. Abbiamo iniziato a urlare tra docenti per farci sentire, a rispondere a tono a genitori e ragazzi. E nessuno ci ascolta. Non sarebbe più efficace sorridere e usare le buone maniere? Quelle d’altri tempi, di pochi. Perché è la buona educazione altrui che fa riflettere chi la osserva. L’esempio, che vale più di mille strepiti.

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