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martedì 19 giugno 2018
 
 

«Quei medici col cellulare spento che abbandonano il paziente»

19/04/2018 

La moderna medicina di base, aiutata da una diagnostica supertecnologica a cui si delega ogni verifica, ha assunto la perniciosa caratteristica della fretta e dell’approssimazione, riducendosi alla fredda e burocratica compilazione di moduli e scartoffie e alla frettolosa prescrizione di farmaci che spesso placano le ansie del paziente senza curare la sua patologia.

Vi sono medici che, al di là delle 3 o 4 ore di ambulatorio, custodiscono il cellulare spento, in barba alle necessità più urgenti e alle richieste di visita a domicilio per casi di estrema gravità. Mentre la deontologia professionale e il senso del dovere dovrebbero insegnare loro che oltre a curare la malattia serve molto curare il malato che ha la necessità primaria di essere ascoltato e capito nella sua sofferenza. Solo soffermandosi all’ascolto delle sue afflizioni, solo scandagliando la trama del suo vissuto e comprendendo gli ingorghi psicologici che lo attraversano, la sua fragilità e la sua sensibilità, tra medico e paziente può instaurarsi quell’empatia e quella fiducia che può portare innegabili vantaggi nella cura della malattia.

Non è, questo, il paternalismo della vecchia medicina ma la convinzione che accogliere, ascoltare e rassicurare un ammalato sia parte integrante della professione medica e che anche l’ascolto possa aiutare a guarire. Da una statistica della Società italiana di medicina interna risulta che il tempo medio che i nostri medici dedicano a una visita è di 9 minuti. C’è chi sta peggio come il Bangladesh con 48 secondi. Ma c’è anche la Svezia con 22 minuti, la Francia con 16, la Svizzera con 17. Non tanti comunque. Se pensiamo che la malattia è la più grande imperfezione dell’uomo e che, secondo Proust, «una gran parte di ciò che i medici sanno è insegnato loro dai malati».

EDGARDO GRILLO

Questo servizio è proprio dedicato a un’inchiesta sui medici. Il loro numero è insuffi­ciente, non solo per avere tempo di ascoltare i pazienti, ma anche per prescrivere le ricette. Rimane valida la tua riflessione, caro Edgardo: l’ascolto che crea empatia e ­fiducia è la prima e più importante cura. C’è anche da dire che siamo tutti, a volte, un po’ troppo ipocondriaci, temiamo di malattie e problemi di ogni genere e affolliamo gli ambulatori. Impedendo a chi è malato veramente di essere curato. Forse dovremmo dedicare tutti un po’ più di tempo all’ascolto reciproco, che è sempre la migliore terapia.

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