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domenica 22 luglio 2018
 
 

Rapporto Caritas: la salute negata ai poveri. La lezione di ebola

21/02/2016  Nella XXIV “Giornata mondiale del Malato” dell’11 febbraio Caritas pubblica il dossier: "Salute negata. Epidemie, specchio delle disuguaglianze del mondo. La lezione di Ebola". Una riflessione sul diritto all'accesso alla sanità, ancora precluso a gran parte della popolazione nelle “periferie del mondo”. A due anni dall’inizio dell’epidemia di Ebola in Africa occidentale, la più grave al mondo con oltre 28.000 casi e 11.000 vittime, viene presentata un’analisi delle sue cause e delle conseguenze che ha portato sui vari Paesi colpiti, in particolare quelli dell'Africa subsahariana.

Nella pubblicazione dello studio Caritas viene evidenziato come “la salute è un diritto umano fondamentale, strettamente legato allo sviluppo dei popoli e alla pace. E come non via sia pace senza diritti, non ci sia sviluppo senza salute”.

Il dossier punta sulle malattie infettive che restano una minaccia globale: nuove epidemie potrebbero essere il risultato della pressione demografica, del cambiamento climatico, dell’incremento della mobilità della popolazione a livello mondiale, ma i rischi maggiori sono in particolare per quei Paesi in cui i sistemi sanitari non sono preparati ad affrontare simili emergenze. Dati recenti dimostrano come le malattie infettive abbiano oggi una propensione a espandersi rapidamente oltre i confini nazionali: nel 2003 la Sars, comparsa in primo luogo in un viaggiatore a Hong Kong, si è propagata rapidamente in 29 Paesi, colpendo più di 8.000 persone.

Le malattie infettive sono ogni anno la causa del 16% dei decessi a livello mondiale, e costituiscono i due terzi dei decessi tra i minori di 5 anni. Sono responsabili di circa il 40% di morti nei Paesi in via di sviluppo (a basso reddito), a fronte dell’1% nei Paesi industrializzati (ad alto reddito).


Un operatore sanitario attrezzato per evitare il contagio di ebola.
Un operatore sanitario attrezzato per evitare il contagio di ebola.

È tuttavia interessante rilevare le grandi differenze sulle cause di morte tra i Paesi ad alto reddito e i Paesi a basso reddito. Nei primi, 7 decessi su 10 riguardano persone con età superiore ai 70 anni, solo 1 decesso su 100 riguarda minori di 15 anni. Si muore soprattutto a causa di malattie croniche.

Nei Paesi a basso reddito, invece, quasi 4 decessi su 10 riguardano minori di 15 anni, mentre solo 2 su 10 quelli di persone con età superiore ai 70 anni. Si muore soprattutto a causa di malattie infettive.

Il rapporto sulla “Salute negata” analizza il quadro della mortalità nell’Africa sub-sahariana, area che nel 2014-15 è stata fortemente colpita anche dal virus ebola, che ha causato più di 11 mila morti. Il quadro complessivo più recente tracciato dall’Oms per la Banca Mondiale sulla regione documenta 9,6 milioni di decessi nel 2012.

Un gruppo di bambini in Malawi.
Un gruppo di bambini in Malawi.

L’Africa sub-sahariana detiene ancora l’89% dei casi di malaria e il 91% dei decessi a livello mondiale, colpendo in particolare bambini minori di 5 anni. Questo ci mostra come la malaria si sviluppa soprattutto in Paesi a basso reddito e in particolare tra le comunità più vulnerabili, più esposte al rischio e con minore accesso alle misure preventive, ai servizi diagnostici e alle cure. Basti pensare che, nell’Indice di Sviluppo Umano 2014 (http://goo.gl/7FzsUa), gli ultimi 17 posti della classifica sono tutti occupati da Paesi dell’Africa sub-sahariana.

L’Africa ‒ secondo il rapporto Caritas ‒ detiene la più alta incidenza di casi di malaria e decessi in rapporto alla popolazione: 281 casi per una popolazione di 100 mila abitanti, contro una media mondiale di 133.
Ebola è tra le le malattie che più colpiscono l’Africa occidentale: Sono stati 28.638 i casi, 11.316 le vittime in due anni (2014-2015), tre i Paesi maggiormente colpiti, tra i più poveri del mondo: Guinea, Liberia e Sierra Leone.

Profughi a Goma, in Repubblica democratica del Congo.
Profughi a Goma, in Repubblica democratica del Congo.

Tra le cause principali della diffusione di ebola vi è quella socio-economica. Secondo l’Indice di Sviluppo Umano delle Nazioni Unite 2014, Guinea, Liberia e Sierra Leone occupano rispettivamente il 177°, il 182° e il 181° posto della classifica su un totale di 188 Paesi considerati. Le persone che vivono sotto la soglia di povertà superano abbondantemente il 50% della popolazione raggiungendo il 58% in Guinea, il 64% in Liberia e addirittura il 70% in Sierra Leone.

L’aspettativa di vita alla nascita in questi Paesi è molto bassa rispetto, ad esempio, a un Paese come l’Italia, al 27° posto dell’Indice di Sviluppo Umano 2014, che raggiunge 83,1 anni: la Liberia, che ha l’aspettativa di vita più elevata tra i tre Paesi, è ferma a 60,9 anni, la Guinea a 58,8, la Sierra Leone a 50,9, quasi trentatré anni in meno.

Il sistema sanitario pubblico in Guinea, Liberia e Sierra Leone era debole e fragile già prima della crisi. Il numero di medici è distribuito in modo fortemente sbilanciato nel mondo. I Paesi con il più elevato numero sono quelli che in teoria avrebbero meno bisogno di personale sanitario, mentre l’Africa sub-sahariana, di cui Guinea, Liberia e Sierra Leone fanno parte, registra più del 24% del carico delle malattie a livello globale, ma possiede solo il 3% del personale medico-sanitario e meno dell’1% delle risorse finanziarie mondiali.


Un’indagine Caritas condotta nella regione nord della Sierra Leone nel quadro del programma di supporto psico-sociale portato avanti dalla Camillian Task Force e dalla diocesi di Makeni a favore di 400 famiglie colpite da ebola consente una riflessione sul legame tra l’epidemia e le condizioni di povertà della popolazione locale. Attraverso il lavoro di animatori e facilitatori locali, sono state effettuate visite periodiche nelle famiglie nel quadro di un percorso di accompagnamento al superamento del trauma e alla reintegrazione nelle comunità. L’indagine ha coperto quattro distretti della regione, due dei quali tra i più colpiti dall’epidemia a livello nazionale (Bombali e Port Loko), e raggiunto 390 famiglie tra le più vulnerabili socialmente ed economicamente.

Ne risulta che ebola ha direttamente colpito più dell’80% delle famiglie intervistate, causando la morte di uno o più membri.

L’importanza di conoscere i contesti e la cultura locale e il ruolo cruciale degli attori locali si confermano elementi fondamentali per un intervento mirato ed efficace, così come la prevenzione e la ricerca risultano essenziali per cercare di scongiurare il diffondersi di queste epidemie.


Bambini nella baraccopoli di Kibera, Nairobi.
Bambini nella baraccopoli di Kibera, Nairobi.

I dati dimostrano però come ebola non sia stata l’unica problematica cui le famiglie hanno dovuto far fronte nell’arco temporale di tre anni, ma come la maggior parte di esse abbia dovuto affrontare più di un grave disagio derivante da ragioni di salute o di lavoro. Si rileva come il 90% delle famiglie abbia avuto almeno un caso di malaria, dato che rispecchia l’elevata incidenza della malattia nell’Africa sub-sahariana, così come le condizioni socio-ambientali e igienico-sanitarie difficili. Ma anche come il 70% dei nuclei familiari abbia subito la perdita del capofamiglia e più del 55% la malattia del capofamiglia.

Una delle conseguenze più drammatiche dell’epidemia riguarda i minori rimasti orfani a causa di ebola. Una recentissima indagine svolta da Caritas Guinea mette in luce che su 74 orfani 57 sono stati accolti in famiglie di parenti, amici o membri della comunità di appartenenza della famiglia (77%), mentre 17, tra l’altro tutti concentrati nella zona sud del Paese e per la maggior parte orfani di entrambi i genitori e minori di tre anni, sono stati accolti in orfanotrofio.

Drammatiche le storie e le testimonianze raccolte nel dossier Caritas che danno il senso dell’impotenza e del dolore che di moltissime persone e famigliari colpiti dal virus. Come quella di Fatmata della nuova Guinea che  racconta: «Mio marito è morto, così come sei dei miei figli. Sono rimasta con gli altri sette. Non sapevo cosa fare, ho pensato che sarebbe stato meglio morire, così non avrei più avuto il problema di come nutrire i figli, mandarli a scuola, dare loro un futuro. Ho trascorso notti insonni, senza speranza».

O quella di Fahed che dice: «Cinque persone sono state contagiate nella mia famiglia e soltanto io sono sopravvissuto. La mia esperienza nel centro di trattamento non è stata facile: ho visto persone soffrire e morire. Quando sono stato dimesso è stato difficile, non potevo dormire, non riuscivo a mangiare, avevo perso ogni speranza». Poi, grazie anche ai programmi di supporto psicologico e alle visite degli animatori comunitari, «ho sentito la vicinanza di qualcuno e ho avuto il coraggio di ricominciare».

Negli ultimi anni, puntualizza il rapporto Caritas, “la cooperazione internazionale, attraverso programmi come il Fondo Globale, ha investito molto per l’eradicazione di epidemie e pandemie quali Hiv/Aids, malaria, tubercolosi, poliomelite, ottenendo notevoli risultati. Ci si è focalizzati maggiormente su azioni specifiche volte a ridurre la mortalità per determinate malattie, piuttosto che intervenire per un supporto integrale ai sistemi sanitari. Questo, se da un lato ha permesso il raggiungimento degli Obiettivi del Millennio nell’ambito della salute per molti Paesi a basso reddito, non sempre si è tradotto in un aiuto a rafforzare le capacità di prevenire e affrontare emergenze sanitarie ed epidemie impreviste, aspetti che dovrebbero essere funzioni essenziali di un sistema sanitario efficace ed efficiente”.

Oggi la nuova emergenza si chiama zika. A circa due anni dallo scoppio dell’epidemia di ebola, il 1 febbraio 2016 l’Oms ha dichiarato il virus zika un’emergenza internazionale di salute pubblica, richiamando a uno «sforzo internazionale» contro di esso, con un appello globale per alzare i livelli di attenzione e prevenzione.

La strategia dell’Oms e dei suoi partner internazionali, utilizzando per la prima volta il fondo per le emergenze istituito dopo ebola, consiste nella distribuzione di materiale protettivo e counselling alle donne in gravidanza, controlli nei Paesi colpiti al fine di verificare l’effettivo legame tra virus e microcefalia, impulso alla ricerca per identificare un test rapido, quindi un vaccino e una cura specifica, al momento inesistenti. La dichiarazione di emergenza internazionale, secondo la direttrice generale dell’Oms Margaret Chan, «ha l’obiettivo specifico di uno sforzo coordinato in queste direzioni».


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