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«I divorziati non sono scomunicati, possono vivere come pietre vive della Chiesa che li accoglie»

24/10/2015  Nel documento finale approvato con la maggioranza qualificata dei due terzi il Papa e i padri sinodali affermano che i divorziati e risposati devono compiere un percorso di discernimento: per la Comunione, si deciderà quindi caso per caso. Attenzione alle coppie dei conviventi, no al matrimonio fra omosessuali. Ribadita la centralità della famiglia.

Tutti i 94 punti sono stati approvati con la maggioranza qualificata dei due terzi. Questa volta il Sinodo è stato compatto, nonostante le iniziali posizioni differenziate. Papa Bergoglio è riuscito a tenere l’unità e a condurre l’assise sulla strada di un pensiero condiviso a larghissima maggioranza, seppure con qualche punto passato di misura.

Un risultato niente affatto scontato alla vigilia di questo Sinodo. Che ha resistito ai veleni e agli attacchi mediatici di queste settimane. I 94 punti approvati dall’assemblea seguono lo schema delle discussioni di questi giorni: una prima parte sulla Chiesa in ascolto della famiglia, una seconda sulla famiglia nel piano di Dio e una terza sulla missione della famiglia. Il documento (che pubblichiamo integralmente) affronta in più punti il nodo dei divorziati risposati, ma anche dei conviventi.

Nel numero 53, passato con 244 si e 15 no si legge: «La Chiesa rimane vicina ai coniugi il cui legame si è talmente indebolito che si presenta a rischio di separazione. Nel caso in cui si consumi una dolorosa fine della relazione, la Chiesa sente il dovere di accompagnare questo momento di sofferenza, in modo che almeno non si accendano rovinose contrapposizioni tra i coniugi. Particolare attenzione deve essere soprattutto rivolta ai figli, che sono i primi colpiti dalla separazione, perché abbiano a soffrirne meno possibile: «quando papà e mamma si fanno del male, l’anima dei bambini soffre molto» (Francesco, Udienza generale, 24 giugno 2015). Lo sguardo di Cristo, la cui luce rischiara ogni uomo (cf. Gv 1,9; GS, 22) ispira la cura pastorale della Chiesa verso i fedeli che semplicemente convivono o che hanno contratto matrimonio soltanto civile o sono divorziati risposati. Nella prospettiva della pedagogia divina, la Chiesa si volge con amore a coloro che partecipano alla sua vita in modo imperfetto: invoca con essi la grazia della conversione, li incoraggia a compiere il bene, a prendersi cura con amore l’uno dell’altro e a mettersi al servizio della comunità nella quale vivono e lavorano. È auspicabile che nelle Diocesi si promuovano percorsi di discernimento e coinvolgimento di queste persone, in aiuto e incoraggiamento alla maturazione di una scelta consapevole e coerente. Le coppie devono essere informate sulla possibilità di ricorrere al processo di dichiarazione della nullità del matrimonio».  

Nel numero 79 (246 sì e 14 no) i padri sinodali scrivono che «va comunque promossa la giustizia nei confronti di tutte le parti coinvolte nel fallimento matrimoniale (coniugi e figli). La comunità cristiana e i suoi Pastori hanno il dovere di chiedere ai coniugi separati e divorziati di trattarsi con rispetto e misericordia, soprattutto per il bene dei figli, ai quali non si deve procurare ulteriore sofferenza. I figli non possono essere un oggetto da contendersi e vanno cercate le forme migliori perché possano superare il trauma della scissione familiare e crescere in maniera il più possibile serena. In ogni caso la Chiesa dovrà sempre mettere in rilievo l’ingiustizia che deriva molto spesso dalla situazione di divorzio».   E ancora, il criterio per accompagnare queste situazioni è quello del discernimento.

Il numero 84 (uno dei più dibattuti, passato con 187 voti) dal titolo Discernimento e integrazione, spiega che «i battezzati che sono divorziati e risposati civilmente devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, evitando ogni occasione di scandalo. La logica dell’integrazione è la chiave del loro accompagnamento pastorale, perché non soltanto sappiano che appartengono al Corpo di Cristo che è la Chiesa, ma ne possano avere una gioiosa e feconda esperienza. Sono battezzati, sono fratelli e sorelle, lo Spirito Santo riversa in loro doni e carismi per il bene di tutti. La loro partecipazione può esprimersi in diversi servizi ecclesiali: occorre perciò discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate. Essi non solo non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa, sentendola come una madre che li accoglie sempre, si prende cura di loro con affetto e li incoraggia nel cammino della vita e del Vangelo. Quest’integrazione è necessaria pure per la cura e l’educazione cristiana dei loro figli, che debbono essere considerati i più importanti. Per la comunità cristiana, prendersi cura di queste persone non è un indebolimento della propria fede e della testimonianza circa l’indissolubilità matrimoniale: anzi, la Chiesa esprime proprio in questa cura la sua carità».

Quello seguente, che passa la maggioranza dei due terzi per due voti avendo ottenuto 178 sì contro i 177 necessari, ricorda che è «compito dei presbiteri accompagnare le persone interessate sulla via del discernimento secondo l’insegnamento della Chiesa e gli orientamenti del Vescovo. In questo processo sarà utile fare un esame di coscienza, tramite momenti di riflessione e di pentimento. I divorziati risposati dovrebbero chiedersi come si sono comportati verso i loro figli quando l’unione coniugale è entrata in crisi; se ci sono stati tentativi di riconciliazione; come è la situazione del partner abbandonato; quali conseguenze ha la nuova relazione sul resto della famiglia e la comunità dei fedeli; quale esempio essa offre ai giovani che si devono preparare al matrimonio».  

Il numero 86 detta poi i criteri di valutazione, «colloquio con il sacerdote, in foro intero», «discernimento senza mai prescindere dalle esigenze di verità e di carità del Vangelo proposte dalla Chiesa» e condizioni di «umiltà, riservatezza, amore alla Chiesa e al suo insegnamento, nella ricerca sincera della volontà di Dio».

 

Sul tema degli omosessuali, come aveva già anticipato il cardinale Schonborn, il documento ribadisce quanto già osservato lo scorso anno: «Nei confronti delle famiglie che vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con tendenza omosessuale, la Chiesa ribadisce che ogni persona, indipendentemente dalla propria tendenza sessuale, vada rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto, con la cura di evitare «ogni marchio di ingiusta discriminazione».

 

Il documento adesso passa  ora nelle mani del Papa cui i padri sinodali chiedono «di valutare l'opportunità di offrire un documento sulla famiglia».

       

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