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martedì 15 ottobre 2019
 
 

«Riabilitate i disertori fucilati della Grande guerra»

07/11/2014  In un’intervista all’AdnKronos lo chiede l’ordinario militare per l’Italia il vescovo monsignor Santo Marcianò: "sono caduti di guerra: giustiziarli fu un atto di violenza ingiustificato, gratuito, da condannare”. Mesi fa, in una lettera inviata a papa Francesco, auspicava un'iniziativa simile don Albino Bizzotto, di Beati i costruttori di pace.

Don Albino Bizzotto, il sacerdote - leader storico dei “Beati i costruttori di pace” - lo aveva scritto in una lettera a Papa Francesco il 12 settembre, il giorno prima della visita a Redipuglia. Occorre ricordare, aveva auspicato, i soldati processati e fucilati durante la Grande Guerra come disertori e vigliacchi perché si rifiutavano di farsi massacrare negli assalti, spesso inutili rispetto ad ogni strategia militare e ordinati dagli ufficiali solo per ottenere onore presso i generali.

Don Albino Bizzotto nella lettera, firmata da altri dieci sacerdoti ricordava: “Migliaia e migliaia di soldati sono stati processati e uccisi perché si sono rifiutati di ubbidire a ordini contro l’umanità. Sono stati bollati come vigliacchi e disertori, per noi sono profetici testimoni di umanità e di pace, meritano di essere esplicitamente ricordati nella celebrazione della memoria”. Papa Francesco, pur pronunciando un forte discorso contro la guerra non ha raccolto l’invito, ma disse: “Trovandomi qui,in questo luogo, trovo da dire soltanto una cosa: la guerra è una follia. La guerra distrugge l’essere umano”.

Adesso, in un’intervista all’AdnKronos, l’ordinario militare per l’Italia il vescovo monsignor Santo Marcianò torna sull’argomento e chiede di “riabilitare i militari disertori, come caduti di guerra: giustiziarli fu un atto di violenza ingiustificato, gratuito, da condannare”. E aggiunge: “E' sorprendente con quanta facilità costoro siano stati giustiziati, in molti casi senza un regolare processo e ad opera di altri militari. E che tale esecuzione fosse motivata da ragioni punitive o dimostrative non cambia la realtà: essa è stata e rimane un atto di violenza ingiustificato, gratuito, da condannare. Non c'è ragione che possa giustificare tale violenza, unita a diffamazione, vergogna, umiliazione".

Ecco perché, continua monsignor Marcianò, “anche lo Stato italiano, in particolare il ministro della Difesa Roberta Pinotti, ha deciso di studiare meglio questa problematica”. La questione si trascina da diverso tempo, dopo essere caduta nell’oblio per molti decenni dopo la guerra. Fu un libro di Alberto Monticone e di Enzo Forcella, ripubblicato in occasione del Centenario della Grande guerra, a sollevare il caso e dare per la prima volta i numeri delle decimazioni e delle fucilazione dei disertori :“Plotone di esecuzione. I processi della prima guerra mondiale”. Ma altri ne sono seguiti negli ultimi anni e restituiscono una memoria diversa di questo soldati che sfidarono la gerarchia militare e le follie dei generali. E’ una questione delicatissima, che altri Paesi hanno risolto con atti politici e decisioni dei Parlamenti. In Italia ci sono state iniziative personali di famiglie, ma anche di amministrazioni locali, che hanno cercato di riaprire i processi, spesso sommari, presso la Procura militare.

Ma sono quasi tutti finiti in nulla persi tra cavilli procedurali. E’ il segno che le memoria della Grande Guerra da noi non è ancora serena. La lettera di don Albino Bizzotto è stata trasformata in un appello al presidente del Consiglio Matteo Renzi e al ministro della Difesa Roberta Pinotti, inviato per conoscenza anche al capo dello Stato Giorgio Napolitano, che sta girando in rete firmato da molte persone.   Monsignor Marcianò nell’intervista sottolinea che “la mutata sensibilità comune nei confronti della guerra aiuterà a comprendere che, quale che sia la ragione che ha sostenuto la scelta di quei soldati, fosse anche la semplice paura, si tratta di un frutto amaro che, in ogni caso, la guerra ha causato. Così come è frutto amaro la scelta della violenza, anche quella punitiva o dimostrativa, che la guerra genera e moltiplica". E ritiene che  “un qualche gesto di riabilitazione potrebbe avere valore dimostrativo e simbolico, proprio come quello che si voleva attribuire alle fucilazioni. Proponendosi come segno di una società che decisamente condanna la guerra. Anche riportando a galla il dramma dei disertori uccisi”.

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