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Roberto Camelia
 
Benessere

Roberto Camelia. «Ho imparato a non fare più a pugni con la vita»

12/04/2016  Un diploma in ragioneria e un passato da pugile, il presidente dell’associazione Sportivamente è stato il primo arbitro di boxe al mondo con una protesi alla gamba. Il segreto? Vivere sempre con ironia...

C'è chi fa a botte con la vita e chi la affronta con saggezza. Roberto Camelia, siracusano del 1976, un diploma in ragioneria e un passato da pugile, fa parte della seconda categoria. È stato il primo arbitro di boxe al mondo con una protesi alla gamba. È presidente della nascente associazione Sportivamente Onlus, per aiutare i bambini con difficoltà motorie ed economiche a inserirsi nello sport ed è dotato di una grinta da combattente vero.

Ricordi come avvenne l’incidente che ti ha portato alla protesi?

«Era il 2 gennaio 2013 e mi ero fermato a soccorrere una persona che con l’auto aveva sfondato un muretto a secco, finendo in un campetto. Avevo appena aiutato la persona a uscire dal mezzo quando una seconda macchina, forse a causa del manto stradale umido, ha effettuato la stessa manovra finendomi addosso. Subito si è capito che la mia situazione era grave e nella notte, all’ospedale di Siracusa, mi hanno amputato la gamba sinistra sotto il ginocchio».

Quanto tempo è servito per recuperare la tua autonomia?

«È stato un percorso travagliato. Sono stato in coma, ho dovuto fare ventitré giorni di camera iperbarica e, quando mi hanno dimesso, ho dovuto sottopormi ad altri quattro mesi di riabilitazione vicino a Bologna, facendo un’enorme esperienza di vita grazie alla conoscenza di persone che avevano subito le esperienze più disparate. Solo ai primi di ottobre di quell’anno ho avuto la mia bella protesi d’ultima generazione, che si fissa alla gamba con un meccanismo pneumatico che mi fa sentire l’arto come fosse mio».

Dopo questo incidente, è stato difficile tornare sul ring?

«Io ero arbitro di pugilato dal 2010, ma bisognava dimostrare che, con la protesi, potessi ancora essere tempestivo e accorto nel salvaguardare l’integrità dei pugili. Così, la federazione ha preteso che superassi un test, che ho passato, e a giugno del 2014 sono tornato sul quadrato. Il primo arbitro di boxe disabile al mondo».

Com’eri arrivato al pugilato?

«Tramite mio padre, che era un appassionato, tant’è che ho provato a fare il pugile fino all’età di sedici anni, quando ho abbandonato perché era troppo impegnativo. Ho praticato altri sport e alla fine ho scoperto la mia vera passione, così ho seguito il corso per arbitri di boxe che mi ha abilitato nel 2010».

In questo ambiente, dove conta moltissimo il ‡fisico, ti senti in qualche modo diverso?

«Intanto, mi sento fortunato di poter essere ancora parte del giro e, per questo, devo riconoscenza ai vertici federali. E poi mi sento al pari degli altri. Fra l’altro, se i pugili non conoscono la mia storia non notano nessuna differenza. E, siccome io ci scherzo sopra, quando vengono a conoscerla arrivano a toccarmi! Insomma, si vive il tutto con molta ironia».

Ti trovi più a tuo agio sul ring o per strada?

«Sia sul ring, sia per strada. Il ring rappresenta solo una parte della mia vita. Sono a mio agio anche mentre lavoro».

Ecco, dato che ne parli: qual è la tua professione attuale?

«Mi occupo di sensibilizzare su sport e disabilità. Faccio delle convention e tengo degli interventi nelle scuole. In verità, però, sono in cerca di un’occupazione vera e propria, in quanto con l’incidente ho dovuto chiudere la mia società di prodotti dolciari e per la panificazione».

Fare l’arbitro vuol dire anche sapersi imporre: nella vita sei uno che si impone?

«Il mio carattere è positivo e propositivo e, a tratti, autorevole. Si sposa quindi bene con la figura dell’arbitro. E poi sono un ottimista».

Con tutte queste doti che hai, potresti fare mille cose: che cosa, invece, c’è di nobile a condurre due persone che fanno a pugni?

«Il pugilato è uno degli sport più antichi. È un onore poter condurre due uomini che cercano di avere la meglio uno sull’altro in un’attività dove contano l’intelligenza tattica, la tecnica e non solo la forza».

Nella vita, tu hai mai fatto a pugni con qualcuno?

«Faccio a pugni con la mancanza d’interesse che la gente ha per certi argomenti che riguardano tutti. Io dico sempre ai giovani che gli altri siamo noi, e che tutto quello che ora ci appare lontano un domani può riguardarci personalmente».

La vita è stata violenta con te, come le hai risposto?

«Con un sorriso. Secondo me il sorriso è la chiave di volta della vita».

Cosa spera Roberto?

«Di trovare l’anima gemella. E che la gente guardi un po’ meno la televisione e di più al suo prossimo. Che si stia meno al computer e si scriva una lettera in più o si stia con gli amici. Che ci sia meno egoismo, che non porta a nulla».

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