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giovedì 21 settembre 2017
 
Dopo il rogo di Centocelle
 

Quelle tre sorelle rom sono figlie del quartiere

12/05/2017  Alla veglia di preghiera nella basilica di Santa Maria in Trastevere per le tre sorelle rom di 4, 8 e 20 anni, morte nell'incendio che ha distrutto il loro camper martedì notte, monsignor Paolo Lojudice, vescovo ausiliare di Roma sud, ha invitato i presenti, anche i cattolici praticanti, a non «scaricare facilmente la coscienza» soltanto su chi ha commesso l’omicidio. «E le nostre responsabilità dove sono?»

Una processione silenziosa raggiungerà questo pomeriggio, alle 17, lo spiazzale di viale Primavera, dove continuano ad ammassarsi i mazzi di fiori e i biglietti della gente di Centocelle. “Faremo una piccola liturgia per Francesca, Angelica ed Elisabeth, le tre sorelle rom di 4, 8 e 20 anni, morte nel tragico incendio che ha distrutto il loro camper martedì notte”, dice don don José Carlos Aparicio Flores, che guida la comunità di San Gerardo, sul cui territorio parrocchiale si è consumata la tragedia. Tutte le realtà sono state invitate alla commemorazione, cui parteciperà anche il vescovo della est zona, monsignor Giuseppe Marciante.

 

Nella giornata di ieri alcuni dei membri della famiglia sopravvissuti al rogo doloso – i genitori e gli undici figli vivevano tutti nel camper posto di fronte a un centro commerciale – hanno partecipato alla veglia di preghiera nella basilica di santa Maria in Trastevere, organizzata dalla Comunità di sant’Egidio. “Abbiamo voluto chiedere alla città di fermarsi” ha detto il presidente della comunità, Marco Impagliazzo, rivolgendosi ai rom che sedevano ai primi banchi insieme alle autorità, tra le quali il ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli e il prefetto di Roma, Paola Basilone. “Vi stringiamo in una grande abbraccio e speriamo ci sia futuro migliore per la vostra famiglia e per tanti bambini rom che vivono in questa città”, ha detto Impagliazzo. Davanti all’altare alcuni bambini seduti per terra indossavano una t-shirt rossa, con la scritta “Grazie papa Francesco”. Il vescovo di Roma è stato tra i primi a far giungere “il suo conforto alla famiglia Halilovic”, inviando “l’Elemosiniere monsignor Krajewski a portare un saluto e un aiuto concreto ai genitori e agli otto fratelli”, ha informato una nota della sala stampa.

 

L’intera preghiera è stata attraversata dal filo rosso dell’infanzia. Il Vangelo di Marco, il brano in cui Gesù dice ai discepoli “Lasciate che i bambini vengono a me”, è stato commentato da monsignor Paolo Lojudice, vescovo ausiliare di Roma sud, che ha presieduto la preghiera. “E’ più prezioso agli occhi di Dio, ciò che appare più debole a quelli dell’uomo” ha detto il presule ricordando i tanti piccoli vittime di guerre, violenze, malattie. “Sono sempre inadeguati i gesti di consolazione dinanzi alla perdita di un figlio, perché si tratta di un dolore proporzionato all’amore. Oggi nel nostro Occidente, nella nostra Italia, nella nostra splendida città di Roma nessun bambino può vivere in mezzo alla strada, essere rosicchiato dai topi mentre dorme in una baracca, non può essere arso vivo per nessun motivo al mondo..uccidere anche un solo bambino è uccidere la società, il futuro. E’ uccidere noi stessi”, ha continuato Lojudice.

 

Che ha invitato i presenti a non “scaricare facilmente” la coscienza soltanto su chi ha commesso l’omicidio. “E le nostre responsabilità dove sono? Quelle della società civile, dell’amministrazione pubblica che certamente poteva fare di più, della comunità cristiana magari troppo presa da altri problemi, marginali, e a volte troppo discriminante”. Don Paolo ha ricordato con amarezza le parole di un amico, parroco di un grande quartiere periferico: “Nelle nostre zone ad alto rischio ci sono persone meravigliose, eccezionali perché ogni giorno devono fare i conti con una realtà ostile… da parroco non posso non notare che chi ha alle spalle una famiglia solida ha più possibilità, gli altri probabilmente non ce la faranno. E noi che li abbiano battezzati, che abbiamo raccolto le loro confidenze, siamo stati testimoni della voglia di non arrendersi, dobbiamo vederli perdere, spacciare, morire…che senso di desolazione!”.

 

Nel nome della tante famiglie che vivono nei quartieri dove è più difficile vivere, ha aggiunto il presule, “dobbiamo avere il coraggio della verità: ben vengano i centri diurni, le scuole per la pace, i doposcuola parrocchiali, i bravi insegnanti delle elementari e delle medie che vivono la loro professione come una vera missione e offrono anche ai bambini rom un’attenzione che non è solo di circostanza, ma profonda, significativa e tante volte anche salvifica. I famigerati campi, come gli agglomerati urbani dove si accorpano miserie su miserie, non possono che generare malessere e tragedie, ma le accuse postume e le lacrime di coccodrillo non servono: l’unica cosa che serve è unire le forze, smetterla con i conflitti ideologici, anche nella Chiesa, e mettersi in gioco perché nessun bambino subisca violenza o muoia in maniera così devastante come è accaduto l’altra notte. Pregare senz’altro, ma agire tutti insieme perché in nessuna parte del mondo nessun bambino sia più crocifisso: sotto le bombe, in un rogo, in un sacchetto della spazzatura appena nato. Dio abbia pietà di noi”.

 

E proprio in segno dei piccoli crocifissi la preghiera è proseguita ricordando i nomi dei tanti bambini rom che nella capitale sono morti bruciati, annegati nel Tevere, falciati dalle automobili mentre giocavano in strada, per una pertosse o una broncopolmonite non curata. Un elenco straziante, lunghissimo, che procedeva inesorabile mentre amici e parenti delle bambine morte a ogni nome accendevano piccole candeline nei bracieri davanti alle icone.

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