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domenica 22 settembre 2019
 
 

Rondine di pace nel Caucaso, Armenia

30/07/2010  La missione di pace dell'associazione nata in Toscana sulle orme di San Francesco, La Pira e don Milani. Appunti di viaggio/6. Tappa nella "città santa" di Echmiadzin.

L'interno della cattedrale di Echmiadzin, cuore religioso dell'intera Armenia. Foto di Cristiano Proia
L'interno della cattedrale di Echmiadzin, cuore religioso dell'intera Armenia. Foto di Cristiano Proia

Echmiadzin, Armenia, luglio 2010

    Dall’orrore alla bellezza. Dai desolati paesaggi di guerra dell’Abkazia, sul mar Nero, percorriamo la strada attraverso i monti caucasici e raggiungiamo Echmiadzin, la città santa dell’Armenia. Le campane dell’antica cattedrale chiamano i fedeli e anche noi di Rondine ci lasciamo trasportare all’interno, un po’ assonnati per il lungo tragitto notturno e l’estenuante attesa alla frontiera con la Georgia. 

    La liturgia armena, in questa antica chiesa cattedrale, fondata nel 301, ci traghetta emotivamente dal disumano della distruzione degli uomini al divino della costruzione della fede. La liturgia splende in una mescolanza sensoriale: colori sfavillanti che riflettono su argenti e cristalli, canto struggente e campanellini che accompagnano le parole, incenso che ci avvolge, ressa intorno al celebrante che passa e tocca, benedicente come Cristo tra le folle di Palestina. Si è afferrati e condotti, se ci si lascia andare, nella “nube della non conoscenza”, come recita un antico testo. 

    Noi occidentali siamo spiazzati, abituati ad agire e fare, pensare e intraprendere, e comprendiamo immediatamente che siamo nell’altra metà del cielo, nell’altro “polmone” della chiesa: «Se non ti farai lavare i piedi non avrai parte con me». In questa liturgia si gusta la Salvezza come dono e non come conquista. I sacerdoti che ci accompagnano in visita nel “Vaticano armeno” ci aprono le casseforti  - vere! non per modo di dire - dei tesori d’arte della loro chiesa: un grande alfabeto in oreficeria con pietre preziose incastonate e un magnifico crocifisso in oro massiccio di valore inestimabile, ammaliano i nostri sguardi. 

    E’ il sesto alfabeto che incontriamo da quando siamo partiti. Ne incontreremo almeno altri due. Ogni popolo caucasico ce li mostra con fierezza identitaria. Li hanno difesi col sangue e adesso devono abbandonarli se vogliono capirsi, curarsi, commerciare col resto del mondo. L’incredibile alfabeto abkaso, composto da 56 lettere sembra musica quando lo recitano, ma non lo scrive quasi più nessuno. Del resto, il tempo in cui tutti potevano comunicare in cirillico, l’epoca della russificazione sovietica, è alle spalle. Quella lingua, anche se succhiata col latte da molte generazioni non era materna, ma matrigna. Liberati dal tallone imperialista, quasi nessuno ne vuole più sapere. I russi, anche se molto presenti ancora in Armenia, hanno smobilitato, col crollo sovietico, lasciando sul territorio fabbriche e case in rovina: sono mostri spettrali e giganteschi, che sommano desolazione a desolazione in noi che guardiamo dal finestrino.
 
    Rondine è in Caucaso per costruire relazioni di fiducia, senza le quali la pace non verrà. Ed ecco che un’opportunità si crea d’improvviso. Qui in Caucaso c’è una persona che tesse quotidiani rapporti di fiducia: è il nunzio apostolico, monsignor Claudio Gugerotti. Si incontra con l’arcivescovo di Arezzo, monsignor Riccardo Fontana, arrivato anche per motivi legati alla Caritas italiana di cui membro della presidenza nazionale. Incontrando il Catholicos Karekin II, capo della chiesa armena, si decide che un giovane diacono, un talento pittorico eccezionale, verrà a Rondine per perfezionare i suoi studi. Consegnare un figlio per un lungo tempo nelle mani di altri è il massimo della fiducia. L’ecumenismo si fa anche così.
 
    Sazi di chilometri e di esperienze, ce ne andiamo in albergo, in posizione dominante sulla capitale. La finestra della mia camera sta davanti all’Ararat, imponente e leggendario. I tetti ancora in eternit di tante case di Yerevan mi ricordano quanta distanza ci separa. Sentimenti diversi si mescolano: una parola come Europa, ripetuta ogni ora da queste parti, è la metafora di una speranza e di un’evidente ambiguità. Avviene più spesso di quanto si creda. Usiamo le stesse parole credendo di attribuire medesimi significati e quindi di intenderci. Conoscersi è cosa seria e lenta. Per intenderci con questi popoli ci vorrà tanto tempo.  

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