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domenica 22 settembre 2019
 
 

Rondine di pace nel Caucaso, Istanbul

01/08/2010  La missione di pace dell'associazione nata in Toscana sulle orme di San Francesco, Giorgio La Pira e don Lorenzo Milani. Appunti di viaggio/8 (fine). La Turchia. E un primo bilancio.

La delegazione di Rondine cittadella della pace incontra a Istanbul il Patriarca ortodosso Bartolomeo I.
La delegazione di Rondine cittadella della pace incontra a Istanbul il Patriarca ortodosso Bartolomeo I.

Istanbul, Turchia, luglio 2010

    E’ come l’avevo vista nelle tante immagini. Piena di fascino, distesa sul Bosforo, mentre brulica di vita e di rumore. Siamo giunti a Istanbul, a Costantinopoli; la luce del tramonto combacia col sapore di fine viaggio che ormai affiora. Siamo al termine, ma la crescita per ciascuno dei partecipanti non finirà, se non altro per i mille incontri avuti in questo caldo luglio caucasico, dal Mar Caspio al Mar Nero. Abbiamo teso un filo invisibile con gesti e parole: da Roma a Costantinopoli, dalla cupola di San Pietro al crocefisso del Patriarcato ecumenico, al minareto della moschea di Istanbul.
 
    Qui incontriamo Bartolomeo I, Patriarca ecumenico di Costantinopoli, ed è subito clima di famiglia; un uomo di larga umanità e intensa spiritualità. Gli porto il saluto particolare che Benedetto XVI mi ha consegnato, ripetendolo due volte, quando sono andato a ricevere per tutti la benedizione sul viaggio. Bartolomeo è affabile, ripercorriamo antiche amicizie comuni, ricordiamo padre Duprey, pioniere dei rapporti con l’Ortodossia. Promana pace dallo sguardo, esprime pace con ogni sua parola. «Bisogna eliminare il fanatismo religioso che contraddice le religioni stesse», sottolinea ascoltando gli studenti di Rondine e la testimonianza della loro amicizia. «L’esperienza di Rondine è molto interessante e ancor più preziosa dell’università dove si studia con la testa. A Rondine ci vuole il cuore». 

    E quando gli doniamo la rondine d’argento, conferma, posandosela sul petto: «Rondine ha un nuovo amico, mi metto Rondine sul cuore». Ma prima di congedarci mi porta nel suo studio privato e mi dona la sua firma “in diretta”, in calce all’emissione filatelica del Vaticano in occasione della visita di Benedetto XVI a Bartolomeo, nel 2006. Poi – delicatezza squisita – chiede quali giovani di Rondine siano musulmani e se li porta nello studio per mostrar loro una preziosa edizione del Corano in greco e arabo che tiene in bella mostra, assieme alla foto col Papa, sul balcone del Patriarcato, mentre si tengono per mano. I ragazzi sono conquistati. Uscendo esclamano, un po’ commossi: «Ce ne fosse tanta di gente così!». Ci salutiamo con la speranza che giunga a Rondine un giovane indicato da Bartolomeo. 

    Dal Corano nello studio di Bartolomeo a quello nella sede del Gran Muftì. Anche qui il vice mufti,  Sabri Demir, ci accoglie cordialmente e conferma l’attenzione all’opera educativa di Rondine, chiaramente ispirata al Vangelo e praticata in uno spirito di dialogo interreligioso. Nella semplicità di queste visite e benedizioni scorgiamo un significato profondo. 

    I minuti di questo viaggio sono come appesi a questo filo teso tra luoghi e persone, come tante fotografie in attesa di asciugarsi. Ripensando a questi giorni, come sempre si inizia a fare alla fine di un’esperienza, ed emerge già un senso che va al di là dei protagonisti che lo hanno pensato e voluto. E’ sempre così, per le cose che rivelano significati, compiti, vocazioni. L’ultima immersione nella società turca, gli incontri all’università Statale "Galatasaray", con le autorità di Ankara, ci confermano piena disponibilità al progetto di Rondine. Qui si crede molto nella formazione e si intende subito quel che Rondine afferma: senza il punto di vista turco, non comprenderemo mai il Caucaso. Anche in Turchia si pongono le premesse per la selezioni dei primi studenti per partecipare allo Studentato internazionale. La sensazione palpabile è che il Bosforo sia molto stretto, l’Asia e l’Europa vi convivono e si mescolano in modo assolutamente originale. Si vede una evidente, profonda, differenza da qualsiasi capitale europea e, nel contempo, si osservano gesti, comportamenti, si ascoltano parole note e familiari a noi europei. 

    E’ bene che la Turchia entri in Europa? I viaggiatori non possono non riaprire la domanda che qui sembra eterna e il dibattito si accende. Nel gruppo domina un certo ottimismo. Ma su questo non abbiamo un osservatorio obiettivo. Anche perché Rondine viene da Baku, passando per gli alti monti del Caucaso: a tutti non sembra possa esserci altra strada che l’aggancio della Turchia all’Europa, per un futuro pacifico e stabile nell’intera regione.
 
    L’ultima sera, a cena, meticciando le diverse tradizioni, facciamo i brindisi. Non sono né georgiani né abkazi né russi. Sono “rondiniani”, un pretesto perché ciascuno, tra flashback del viaggio e battute anche esilaranti, possa dirsi le emozioni, comunicarsi gli apprezzamenti, i significati dei 18 giorni di traversata del Caucaso meridionale. Naira, la giovane guida abkasa, sfollata a Tbilisi durante la guerra e mai più tornata alla sua casa ci dice un grazie non generico. Rivela a tutti che aveva chiesto a Guy, lo studente israeliano, di portarle uno dei sassolini policromi della spiaggia di Sukhumi, in Abkhazia, dove fino all’età di otto anni faceva il bagno e si divertiva, con gli amici, georgiani e abkasi, indistintamente. Racconta la sua emozione quando lo ha ricevuto e, soprattutto, quando lo ha portato alla nonna che l’aveva tenuta in braccio nelle ore in cui la loro vita cambiava: da figlia di famiglia felice a profuga e orfana. Infatti l’aereo che portava in salvo i suoi genitori, decollato qualche minuto dopo quello di David, studente di Rondine qui in pulman con lei per caso, fu colpito dalla contraerea e precipitò, trascinando nel baratro l’incanto della sua infanzia. Anche questo si è scoperto nei chilometri condivisi. La nonna di Naira – ci dice nel brindisi - ricevendo il sassolino dalla “perla del Mar Nero” (così chiamano l’Abkhazia per la bellezza della sua costa) lo ha baciato e si è commossa. Come davanti a un’icona. 

    Quel gesto narrato ci commuove, ma soprattutto ci ricorda che la terra è sacra perché prima di essere degli uomini che se la contendono è di Dio che la dona.   Da bambini facevamo il gioco di tenere la mani giunte mentre passava uno a turno con le sue mani giunte, tenendo un anello da dare, senza farsene accorgere. Neanche chi lo riceveva doveva farsene accorgere, ma l’emozione tradiva… Naira, in quella testimonianza, è come se avesse lasciato in ciascuno di noi quel suo sassolino e noi non abbiamo saputo dissimulare l’emozione. Un simbolo da custodire, come lei, per alimentare il desiderio di terra promessa. Per ciò che è possibile su questa terra e per il resto in Paradiso.

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