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domenica 22 settembre 2019
 
 

Rondine di pace nel Caucaso, Yerevan

31/07/2010  La missione di pace dell'associazione nata in Toscana sulle orme di San Francesco, Giorgio La Pira e don Lorenzo Milani. Appunti di viaggio/7. L'Armenia

Le delegazione di Rondine cittadella della pace presenta a Yerevan il documento in 14 punti per la riconciliazione del Caucaso. Foto di Silvano Monchi.
Le delegazione di Rondine cittadella della pace presenta a Yerevan il documento in 14 punti per la riconciliazione del Caucaso. Foto di Silvano Monchi.

Yerevan, Armenia, luglio 2010   

Al “Centro studi sulla globalizzazione e la cooperazione regionale”, diretto da Stepan Grigoryan, a Yerevan, si capisce che anche in Caucaso ci sono punte avanzate di cultura del dialogo, mescolate a rigidità e propaganda incredibili. L’Armenia è una nazione sparsa per il mondo e conta nella sua diaspora 7 milioni di persone. Dentro i confini dl Paese abitano solo 3 milioni di armeni. Questa duplice condizione di popolo fa sì che i molti meticciati esprimano una cultura profonda e aperta, anche se il tema del genocidio del 1915 è presente e indurisce la riflessione. 

    Le più grandi comunità della diaspora, in rapporto organico con Yerevan, vivono in Russia, Stati Uniti, Libano, Francia. Per la diaspora c’è anche un ministero e noi siamo ricevuti dal vice ministro. Un giovane rientrato dalla Russia appena due anni fa ci fa comprendere bene il punto di vista di questo popolo dalla storia tanto originale. Quando dice che il terzo obiettivo del suo ministero è il progetto “torna a casa” sorridiamo con gli studenti di Rondine. Anche noi abbiamo il “progetto ritorno”, il sostegno ai giovani, dopo la lunga permanenza a Rondine, nella delicata fase di reinserimento nelle proprie società. Gli diciamo che, dopo i primi insuccessi, siamo molto soddisfatti, avendo visto con i nostri occhi i primi giovani caucasici rientrati e ben inseriti in ruoli da protagonisti tanto nella vita professionale quanto in quella civile.
 
    Al Centro studi si apre un serio dibattito con analisti e politici, giornalisti e personalità impegnate a vario titolo nella società caucasica: si respira il futuro. C’è anche un turco – in Armenia! – che parla con un atteggiamento di apertura, pensando a quando i due Paesi avranno relazioni normali e saranno superate le incomprensioni sulle letture storiche del passato. Spine nel fianco ad ogni passo, in questo viaggio di amicizia nel sud del Caucaso, ferite antiche di cent’anni aperte come se fossero di ieri. Le ferite che i giovani portano allo Studentato internazionale di Rondine e che insieme cerchiamo di guarire. 

    Chi conosce il Caucaso sa che è una terra martoriata; traversarlo incontrando la gente più diversa, appartenente ai diversi ceti sociali, è la riprova di popoli più simili e uniti di quanto non vogliano riconoscere, stretti tra le epopee di un passato che non tornerà più, una geografia aspra che li separa e l’impossibilità di utilizzare ancora liberamente le proprie risorse. E’ un grande puzzle dove i pezzi sono scomposti e stretti. Ma i pezzi qui sono persone e popoli, non si possono togliere e rimettere. Lo spazio possibile da trovare è interiore, spirituale e culturale. C’è da fare spazio all’”altro” per evitare quel senso di claustrofobia che ci comunica un giovane armeno, davanti a un’antica carta geografica: «la Grande Armenia andava da mare a mare». Il gruppo di Rondine, intriso di spirito toscano, scherza: «Anche noi, in passato, con l'imperatore Traiano, arrivavamo qui da voi!». 

    Spesso, nelle diverse tappe di questo viaggio, si ha l’impressione di una rappresentazione collettiva tenuta in scena per interessi che non risiedono qui. I fatti, la vita quotidiana, è più avanti. Appena sentono Italia, Europa, i giovani fanno grappolo intorno a noi per capire se possono venire, conoscere, studiare. 

    Il Nagorno Karabak, la terra contesa da azerbajgiani e armeni, è a pochi chilometri da qui e potrebbe essere visitato da Rondine. Uno scopo del viaggio è passare i confini, aprire fessure, sbriciolare i muri, mettere in comunicazione. Ne parliamo e decidiamo, con sacrificio, di non attraversare la linea. Sarebbe possibile. Gli armeni capiscono e rispettano la scelta di un'organizzazione non governativa che non vuole essere strumentalizzata per fini politici. Ogni persona che va in Nagorno è come se portasse una pietra per la costruzione della Repubblica indipendente. Rondine sta fuori da questo gioco, lavora per il futuro dei giovani. Il rapporto con l’Azerbaijan è appena nato e dobbiamo coltivarlo con pazienza. La fiducia ha bisogno di tempo. Rondine capisce di aver trovato anche in Armenia amici sinceri che comprendono la sua missione.
 
    Con altri incontri istituzionali gettiamo le basi per la selezione dei primi giovani residenti in Nagorno Karabak: è questo il contributo di Rondine al futuro di convivenza pacifica dei popoli. Non è poco far uscire i giovani dalle trappole della storia. Qui, nel Caucaso meridionale, ce ne sono almeno tre: si chiamano Abkazia, Ossetia del sud, Nagorno Karabak. I giovani ci vivono dentro, non escono e non c’è grande interesse a farli uscire, Meglio alimentare la propaganda fatta di slogan preconfezionati che dividono i “buoni” dai “cattivi”. Uscire, viaggiare come facciamo noi, è la possibilità del cambiamento. La maturazione dei popoli ha analogie profonde con quella personale: c’è sempre un esodo da compiere. Ce lo ha ricordato monsignor Giuseppe Pasotto, vescovo cattolico di rito latino, a Tblisi, commentando la Scrittura: «Non si diventa popolo se non si compie il pellegrinaggio e, addirittura, se non si sperimenta l’esilio».

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